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Narrazione e “storie”
2 Febbraio 2026

Narrazione e “storie”

Intro
Ci sono parole che hanno la ventura di essere multiformi e sfuggenti, con molti significati in base ai campi disciplinari e di applicazione. Una di queste è “storytelling”, che il dizionario Treccani identifica con “l’arte dell’affabulazione o la narrazione”.

Molte intonazioni
Lo storytelling infatti può essere inteso: come mythos che fonda il mondo e ce la fa abitare (prima Aristotele, poi l’antropologia); come struttura cognitiva per fondare il pensiero (in psicologia e nelle neuroscienze); come arte di costruire mondi narrativi (nella letteratura e nel cinema); come dispositivo retorico (nella comunicazione); come tecnologia di potere (nel marketing, in politica); come pratica identitaria, anche delle minoranze (in sociologia); come pratica didattica che unisce diversi linguaggi alla pari (nelle pratiche educative); lo storytelling nel jazz, come arte di raccontare storie e emozioni attraverso l’improvvisazione musicale, trasformando note, ritmi e dinamiche in una forma di narrazione.

Il termine può essere inteso anche come una metafora teorica larga, per dire di qualcosa che non fonda, ma funziona e, ancora, come dispositivo digitale, quello della narrazione “scrollata” delle piattaforme e dei social network. In questo pezzo parleremo di questo ultimo intreccio.

Narrazione e postmodernità
È proprio narrazione l’altro termine chiave, a volte usato come sinonimo di storytelling, a volte in contrasto. Si può anche parlare di grandi narrazioni e di piccole narrazioni.

Che la grande narrazione fosse morta o che non stesse troppo bene, chi scrive l’aveva scoperto negli anni Zero, frequentando il corso di formazione formatori (di approccio narrativo) di Federico Batini e incontrando un libro chiaro sulla faccenda, uscito 25 anni prima: La condizione postmoderna di Jean François Lyotard. Quel filosofo la sapeva lunga e diceva molto bene che non esistevano più narrazioni filosofiche sistematiche ed emancipative nate dall’illuminismo (come l’hegelismo e il marxismo) e nemmeno quelle antropologiche (per es. tramonto della civiltà contadina) e non si nasceva più in un mondo che da subito ti dice chi sei, che ti fonda e ti orienta, ma devi scegliere tu, con i suoi pro e i suoi contro aggiungevano al corso, ma con una portata di incertezza e di ansia sociale innegabile. Metaforicamente non siamo più lo spettatore di cinema davanti alla locandina del solo film proiettato nella sala della piccola città, ma siamo cittadini metropolitani davanti a cento multisala (o meglio alle schermate di una piattaforma) e migliaia di film. È questa la condizione post – moderna per Lyotard, per dirla in estrema sintesi: fine delle grandi narrazioni comuni, l’ingresso sulla scena di tanti “giochi linguistici differenti” (riprendendo Wittgenstein), che cercano di colmare il vuoto di senso.

Racconto e informazione nell’epoca del digitale
Più ai giorni d’oggi, il filosofo sud coreano che scrive in tedesco Byung Chul Han (autore di testi che indagano filosoficamente la contemporaneità), ha scritto di una postmodernità molto avanzata, riprendendo una dicotomia presente in Walter Benjamin tra narrazione e informazione. Ma se l’autore tedesco (morto nel 1940) intendeva l’informazione in senso classico come stampa, Han la identifica con l’incessante produzione digitale odierna, nello strapotere dei dati, che si presenta come una narrazione continua. Ma se le grandi narrazioni sono morte, questa ipertrofia principalmente da social network, questo “ritorno del racconto” così moltiplicato, denuncia in realtà un allontanamento radicale, una profonda alienazione rispetto alla dimensione narrativa che procura senso e identità, per apire la strada a tecniche di “storytelling rumoroso”. Per tempi, ritmi; per mancanza di: approfondimento, prospettive lunghe di sguardo, di aura, viviamo un tempo post narrativo, che mette in discussione l’umano come animal narrans, le facoltà stessa del pensiero narrativo umano. La nostra epoca – per Han – è caratterizzata da una progressiva erosione della capacità di articolare il tempo, l’esperienza e l’identità in forma narrativa.

Storytelling come storyselling
Lo storytelling dominante è sì una svolta narrativa per Han, ma non un ritorno del racconto. Si tratta di una dinamica che non offre sostegno alla nostra vita. “Nel momento in cui le narrazioni vengono viste come qualcosa che può essere costruito secondo delle regole di composizione, viene meno il loro momento di verità interno” (p.6). Sono offerte a buon mercato di identità per consumatori solitari, “le stesse Storie condivise sulle piattaforme social non sono in grado di rimuovere il vuoto narrativo. Esse non sono nient’altro che una pornografica esibizione o promozione di sé stessi”, con le comunità sono sostituite dalle community.

Secondo Han “grazie allo storytelling il capitalismo si appropria della prassi narrativa e la sottomette alla regola del consumo”, succede allora che “ci troviamo a comprare, vendere, consumare racconti ed emozioni. Le storie vendono. Raccontare storie coincide con il vendere storie [Storytelling ist Storyselling]”.

Libri citati o evocati
Walter Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov. A cura di Alessandro Baricco. Traduzione di Renato Solmi, Torino: Einaudi, 2011.
Jean François Lyotard, La condizione postmoderna, traduzione di Carlo Formenti 2014, Milano Feltrinelli. Byung – Chul Han, La crisi della narrazione. Informazione, politica e vita quotidiana, 2024, Traduzione di Armando Canzonieri, Torino; Einaudi.