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La guerra in testa
Crediti foto: di Veronika Valdova: https://www.pexels.com/it-it/foto/cimitero-del-d-day-930711/
10 Marzo 2026

La guerra in testa

Intro
Nelle scienze politiche la guerra è spesso descritta come uno strumento di potere tra attori: quando interessi incompatibili non riescono più a trovare soluzione nella diplomazia. Diceva Carl von Clausewitz che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.
In questi giorni però la guerra preventiva perseguita da Trump e Netanyahu sembra voler anticipare quegli “altri mezzi”.

In chiave economica è stata caratterizzata come competizione per risorse, territori e ricchezze. Karl Marx è il più seguito nella lettura del fenomeno bellico da tale versante, con molti studiosi che sulla sua linea lo hanno collegato alle dinamiche dell’accumulazione economica e dell’espansione dei sistemi produttivi.

Dal punto di vista sociologico appare come un fenomeno collettivo che mobilita società e istituzioni, rafforza identità politiche e contribuisce alla formazione degli Stati. Charles Tilly ha sostenuto che la costruzione dello Stato moderno è stata strettamente legata alla capacità di fare guerra.

Per l’Antropologia e la Storia è anche un fatto culturale situato: le sue forme, i suoi significati e le sue giustificazioni cambiano nel tempo. Per limitarne gli effetti, il Diritto Internazionale ha elaborato norme e principi umanitari, codificati tra l’altro nelle Convenzioni di Ginevra. Oggi il Diritto Internazionale sembra un’opinione come le altre nelle relazioni internazionali, nemmeno maggioritaria.

Tratti psicologici della guerra
Ma la guerra non è solo un fenomeno politico o economico. È anche un fatto psichico. Da questo osservatorio chi scrive vorrebbe appuntare qualche riflessione, conscio che la formazione delle coscienze su tale tematica sia un elemento chiave da tenere presente.

Tra le tante cose che si potrebbero ulteriormente approfondire, riporto alcuni elementi ripresi leggendo qua e là voci dal Dizionario di psicologia, psichiatria, psicanalisi, neuroscienze di Umberto Galimberti (Feltrinelli, 2018).

Pillole di paranoia
Gli autori tragici greci e il filosofo Platone hanno già utilizzato il termine “paranoia” come sinonimo di follia. Nella psichiatria ottocentesca viene precisata come una psicosi, che si può definire come la perdita della capacità di comprendere il significato della realtà in cui si vive e di mantenere con essa un livello di sintonia sufficiente per un rapporto autonomo e responsabile.

La psicosi della paranoia è ”caratterizzata da un delirio […] centrato sui temi di persecuzione, grandezza e gelosia”. La personalità paranoica ha una struttura narcisistica che porta a utilizzare i meccanismi di negazione (contenuti rimossi che entrano nella coscienza perché negati, “lei mi chiederà chi fosse la donna del sogno, non era mia madre”) e proiezione (operazione attraverso la quale un soggetto esternalizza in persone e cose, quello che non riconosce o rifiuta come proprio, per esempio nella gelosia un soggetto che si difende dal suo desiderio di essere infedele, attribuendo infedeltà al partner).

La paranoia della guerra
Nel momento della guerra o anche durante una sua preparazione ostinata, alcuni vedono il nemico ovunque e attribuiscono al nemico le peggiori nefandezze, a volte reali, a volte distorte. Questo meccanismo paradossalmente allontana il “terrificante” che non riconosciamo in noi e lo attribuisce ad altri.

Da questo punto di vista la guerra può risultare rassicurante: non tanto perché difende, ma perché trova o costruisce nemici reali da uccidere.

Nella guerra però l’io si adatta a un ambiente traumatico e si contrae, provocando: disadattamento e paura costante di essere travolto.

Ma la guerra è capace anche di eccitare gli animi, di generare stati quasi allucinatori e di spingere chi la vive dall’interno verso le perversioni più sinistre. Mentre da fuori affascina col suo richiamo al patriottismo, all’eroismo, al coraggio. Pensiamo ai recenti video ipnotici firmati dalla Casa bianca in cui i bombardamenti sono montati con fotogrammi di film o video giochi, a creare un effetto epico e propagandistico.

La condizione perché questa fascinazione regga, prevede l’eliminazione di un elemento fondamentale, il terrore (percepibile solo dall’interno). “La guerra ricostruita dall’industria dello spettacolo in molti casi ha il realismo di un balletto”, ha scritto Chris Hedges. Non c’è carne putrefatta, non ci sono i lamenti dell’agonia, non c’è il sangue e le viscere. Si vive l’eccitazione ma non l’angoscia, “ci vuole l’esperienza della paura e del caos del campo di battaglia” oppure delle atroci sofferenze dei civili per comprendere davvero, forse.

Ci dicono che in Europa ci siamo abituati molto bene senza guerra da otto decenni e che invece oggi dobbiamo recuperare. Non si insiste mai abbastanza che questo lungo periodo – coinciso anche con il progetto di unificazione europea (oggi alle corde) – derivava proprio da un rifiuto dei grandi macelli che erano stati la Prima e la Seconda guerra mondiale. Solo una mancanza di memoria molto potente può farci rimpiangere la preparazione alla guerra delle menti. Oppure degli interessi molto forti che utilizzano la mancanza di memoria.

Tre testimoni ormai classici
Bastano tre romanzi per intravedere la verità della guerra e coltivare anticorpi contro la sua fascinazione: Addio alle armi di Ernest Hemingway, Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu e Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern. Il macello, l’insensatezza, la follia bellica raccontata dall’interno. Una verità che spesso solo la letteratura riesce a restituire, in contrapposizione alla perdita di memoria e alle allucinazioni della propaganda.