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Propaganda e immaginario
Crediti foto: di Keijiro Takahashi: https://www.pexels.com/it-it/foto/arte-penna-modello-linee-9184640/
11 Aprile 2026

Propaganda e immaginario

C’è un momento in cui le parole smettono di sembrare tali. Non perché spariscano, ma perché diventano trasparenti. Ci sembrano a quel punto naturali, inevitabili. È lì che cominciano a fare il loro lavoro più efficace.

Dopo aver provato in articoli recenti a mettere a fuoco in pillole la retorica – anche nelle sue ambiguità tra arte e manipolazione – e aver elencato lo storytelling nelle sue molte forme, fino alla sua deriva in racconto consumabile, bussa ora una domanda più scomoda: che cosa succede quando questi dispositivi non si limitano a organizzare il discorso, ma iniziano a costruire il mondo?

Non si tratta in questi casi solo di persuadere, né di raccontare. Si tratta di orientare lo sguardo, di selezionare ciò che conta e ciò che può essere ignorato, di dare forma a un “noi” e, inevitabilmente, a un “loro”.

È in questo passaggio che il linguaggio smette di essere uno strumento e diventa un ambiente. E dentro questo ambiente, a volte, prende forma anche il nemico, che non nasce all’improvviso e non appare per caso. Viene raccontato.

Dal discorso alla realtà
Ogni discorso che tende a persuadere costruisce una rappresentazione del reale: stabilisce priorità, definisce problemi, propone soluzioni implicite o esplicite.

Basti pensare a come cambia la percezione di uno stesso fenomeno a seconda delle parole usate: parlare di “intervento militare” oppure di “invasione” non è indifferente. Nel primo caso si suggerisce un’azione necessaria o quasi tecnica; nel secondo si evoca un’aggressione illegittima. Il fatto può essere lo stesso, ma il modo in cui viene raccontato orienta immediatamente il giudizio. Per non parlare della negazione addirittura della possibilità di poter chiamare “genocidio” un attacco accanito e continuato a Gaza.

Quando la dimensione etica della retorica si indebolisce, il discorso rischia di ridursi a pura efficacia che, sganciata dalla responsabilità, può diventare facilmente strumento di manipolazione.

Un esempio si può osservare in alcuni discorsi politici contemporanei in cui l’uso sistematico di slogan elementari e ripetuti – costruiti per essere immediatamente riconoscibili e condivisibili – finisce per sostituire un’argomentazione propriamente detta.

Espressioni come “prima noi” o “difendere i nostri confini”, possono funzionare perché condensano in poche parole una visione del mondo, evocando urgenza e appartenenza senza entrare nella complessità delle questioni.

In questi casi, la forza del discorso non deriva tanto dalla sua capacità di spiegare o convincere attraverso argomenti, quanto dalla sua efficacia nel mobilitare emozioni e identificazioni rapide.

È proprio qui che si vede come una retorica sganciata da un’esigenza di chiarificazione e responsabilità possa scivolare verso forme di manipolazione che orientano il consenso senza realmente approfondire i problemi, fino a includere distorsioni evidenti dei fatti o vere e proprie affermazioni false, funzionali più a sostenere una narrazione che a rappresentare la complessità della realtà attraverso i fatti.

In questo senso, la retorica non si limita a “dire” qualcosa del mondo: contribuisce a configurarlo.
E ciò che viene configurato nel linguaggio tende, col tempo, a imporsi come evidente.

Lo storytelling che non racconta ma orienta
Se la retorica fornisce gli strumenti, lo storytelling offre oggi la forma dominante attraverso cui questi strumenti si dispiegano.

Come mostrato da Byung-Chul Han in La crisi della narrazione, di cui chi scrive ha già parlato, viviamo in un’epoca in cui le storie non servono tanto a comprendere il mondo, quanto a orientare comportamenti, adesioni, identità.

Non si tratta più solo di raccontare qualcosa, ma di predisporre cornici interpretative entro cui ciò che accade acquista significato.

La fabbrica del nemico
È su questo terreno che le riflessioni sulla guerra, anche nella loro dimensione psicologica, trovano un punto di contatto con retorica e storytelling.

Se, come suggerisce la psicologia, esistono meccanismi di proiezione attraverso cui attribuiamo all’esterno ciò che non riconosciamo in noi, il discorso pubblico può amplificare e stabilizzare questi processi.

La costruzione del nemico passa allora anche attraverso forme linguistiche e narrative: le semplificazioni drastiche (bene/male), le metafore disumanizzanti, le ripetizioni che fissano immagini e associazioni, la selezione di episodi che confermano una certa visione.

Un esempio ricorrente è l’uso di espressioni come “asse del male” o “barbari”, che non descrivono semplicemente un avversario, ma lo collocano in una categoria morale assoluta, sottraendolo alla complessità. Oppure, in contesti diversi, l’etichettare gruppi sociali come “invasori” o “parassiti”: metafore belliche o biologiche che trasformano persone in minacce astratte.

In questo senso, la retorica fornisce le figure, lo storytelling organizza la trama, e l’immaginario collettivo si struttura di conseguenza.

Il nemico, in questo contesto, non è solo un dato di realtà: è anche un prodotto discorsivo.

La guerra prima della guerra
Prima ancora che nei territori, la guerra prende forma nelle parole. Certi discorsi preparano il terreno su cui la guerra diventa pensabile, accettabile, talvolta necessaria.

Quando un certo tipo di narrazione si stabilizza — quando il mondo viene sistematicamente diviso, quando alcune vite diventano più raccontabili di altre, quando il conflitto viene inscritto in una trama inevitabile — si crea un orizzonte in cui l’azione bellica appare come una conseguenza logica.

Si pensi a come, in molti contesti storici, la ripetizione di narrazioni di minaccia imminente abbia preceduto decisioni drastiche. Non è la narrazione a causare da sola gli eventi, ma contribuisce a creare il clima in cui certe scelte risultano plausibili.

Un esempio nella cronaca può essere rintracciato nella costruzione pubblica di alcune crisi internazionali recenti, dove per mesi – talvolta anni – si è insistito su rappresentazioni di pericolo crescente, urgenza, inevitabilità dello scontro. Espressioni come “minaccia alla sicurezza”, “punto di non ritorno”, “necessità di intervenire”, “necessità del riarmo”, “riabituarsi all’idea della guerra” ricorrono con una certa regolarità nel dibattito politico e mediatico. In questi casi, al di là delle responsabilità effettive e delle dinamiche geopolitiche concrete, è osservabile come la ripetizione di una certa cornice ripetuta contribuisca a rendere progressivamente più accettabili, nell’opinione pubblica, decisioni che in altri contesti apparirebbero estreme.

In questo senso, la guerra è anche un esito narrativo. Non perché sia riducibile a racconto, ma perché il racconto contribuisce a renderla possibile.

Una responsabilità condivisa
Se la retorica è un’arte e lo storytelling una pratica diffusa, allora la questione non riguarda solo chi parla, ma anche chi ascolta.

Reboul ricordava tra le funzioni della retorica anche quella ermeneutica: la capacità di analizzare i discorsi, di riconoscerne i meccanismi, di valutarne la forza e i limiti. È forse questa una competenza oggi più necessaria che mai.

Ad esempio, riconoscere una metafora ricorrente, individuare una semplificazione eccessiva, chiedersi cosa viene escluso da un racconto: sono operazioni minime, ma possono interrompere l’automatismo dell’adesione.

In un ambiente saturo di narrazioni, la responsabilità non può essere delegata interamente agli oratori o ai produttori di contenuti. Riguarda anche l’uditore, il lettore, lo spettatore. Riconoscere come si costruisce un nemico significa sottrarsi — almeno in parte — all’automatismo di quelle narrazioni che li rendono inevitabili.

Forse è in questo spazio, oggi molto fragile, che il linguaggio può continuare a essere un’occasione di comprensione e smascheramento.