Aprire le finestre
Ma il mondo sta veramente andando a rotoli in questo momento? Guerre, violenze, arbitrii, deportazioni, torture, genocidi. Abbiamo spesso l’impressione di assistere a continui passi indietro nel cammino del progresso.
Aldo Capitini, uno dei più importanti filosofi nonviolenti del Novecento, mi ricorderebbe che nella storia la violenza è sempre stata regolatrice di rapporti umani. Nello stesso tempo mi ricorderebbe anche che il cambiamento comincia quando alcune persone si stancano di pensare che il pesce grande mangia il pesce piccolo e si organizzano per praticare un altro modo di fare e di essere.
Prendere atto che la violenza non solo c’è ma è anche il modus operandi vincente dei più influenti leader mondiali e in genere è il linguaggio preferito del potere, non significa accettarla. Così come osservare il dilagare della pratica violenta a tutti i livelli della nostra vita sociale, non significa necessariamente reagire ad essa in modi e forme violente.
Più facile a dirsi che a farsi, si dirà. Eppure nella quotidianità delle relazioni si possono promuovere modi diversi, più consapevoli e più soddisfacenti per comunicare, pratiche con una valenza più trasformativa.
I quattro movimenti comunicativi di Rosenberg
Marshall Bertram Rosenberg (1934 ‒ 2015), è stato uno psicologo clinico, mediatore, formatore e autore di libri statunitense, conosciuto soprattutto per aver ideato il modello della Comunicazione Nonviolenta.
Nato in Ohio, si trasferì a Detroit dove visse l’infanzia in un quartiere segnato da pesanti tensioni razziali e discriminazioni. Studiò psicologia all’Università del Michigan e conseguì il dottorato in Psicologia clinica in Wisconsin.
Le esperienze personali di violenza osservata, ma anche vissuta sulla sua pelle a scuola, dove fu malmenato da un gruppo di compagni in quanto “kike”, vale a dire ebreo, contribuirono a orientare la sua ricerca verso le cause dei conflitti e verso la possibilità di costruire relazioni fondate sull’ascolto, sull’empatia e sul riconoscimento dei bisogni umani, alternative alla violenza.
Nel 1984 fondò il Center for Nonviolent Communication, organizzazione internazionale dedicata alla diffusione di un nuovo metodo (https://www.cnvc.org/it/). Nel corso della sua attività condusse interventi formativi, attività di mediazione e iniziative di costruzione della pace in numerosi Paesi e in contesti sociali caratterizzati da conflitti politici, etnici, scolastici e familiari. La sua opera principale è Nonviolent Communication: A Language of Life, pubblicata in italiano con il titolo Le parole sono finestre, oppure muri (Esserci, 2003), testo nel quale sono esposti i fondamenti teorici e pratici del metodo.
La comunicazione nonviolenta
Non si tratta di una tecnica per parlare in modo gentile, ma di un processo per rendere più consapevole il rapporto con sé stessi e con gli altri. Rosenberg parte dall’idea che dietro le parole, i comportamenti e le reazioni emotive siano presenti bisogni umani fondamentali, quali sicurezza, rispetto, appartenenza, autonomia, comprensione e riconoscimento. Il metodo propone in primo luogo di sostituire giudizi, accuse, interpretazioni e generalizzazioni con un linguaggio capace di descrivere ciò che accade, riconoscere le emozioni, individuare i bisogni e formulare richieste concrete.
La sua struttura si articola in quattro componenti. La prima è l’osservazione dei fatti, che consiste nel descrivere una situazione specifica distinguendola dalle valutazioni personali. La seconda riguarda l’individuazione dei sentimenti suscitati dalla situazione, evitando di confondere le emozioni con le opinioni sugli altri. La terza componente è il riconoscimento dei bisogni collegati a tali sentimenti. La quarta è la formulazione di una richiesta chiara, realizzabile e formulata in termini positivi, lasciando all’interlocutore la possibilità di aderire o meno.
Ad esempio un genitore potrebbe dire “Francesco sei uno sciagurato” (giudizio) “lasci sempre i calzini usati per terra in bagno” (il “sempre” introduce una generalizzazione che è un blocco della comunicazione”).
Ma potrebbe anche scegliere di dire “Francesco, quando vedo i tuoi calzini sporchi sotto il tavolo della camera da pranzo” (osservazione), “mi sento irritata” (espressione autentica del sentimento, con linguaggio in prima persona che testimonia un vissuto personale), “perché ho bisogno di maggiore ordine nelle stanze che utilizziamo in comune” (espressione del bisogno). Dopodiché il quarto e importante movimento è quello della richiesta. Molti conflitti vivono nell’implicito del non detto e della pretesa. “Potresti portare i calzini in camera tua o in lavatrice?”. È un processo per coltivare un flusso costruttivo “che cosa vedo, che cosa sento, di cosa ho bisogno per arricchire la mia vita, che cosa vedi, che cosa senti, di cosa hai bisogno, che cosa mi chiedi per arricchire la tua vita…” (p. 25)
Il processo può essere utilizzato sia per esprimersi con autenticità, sia per ascoltare empaticamente l’altra persona. L’obiettivo non è ottenere obbedienza o evitare ogni contrasto, ma creare le condizioni affinché le parti comprendano ciò che è importante per ciascuna e possano ricercare soluzioni condivise.
Le applicazioni della Comunicazione Nonviolenta
Il metodo è stato applicato in numerosi ambiti della vita personale, professionale e sociale. Nelle relazioni familiari può sostenere il dialogo tra genitori e figli e la gestione dei conflitti di coppia senza ricorrere a colpevolizzazioni o minacce. Nei contesti educativi favorisce un clima di ascolto, partecipazione e corresponsabilità, aiutando insegnanti e studenti a riconoscere le cause delle tensioni e a gestire i contrasti in modo costruttivo.
Nei gruppi di lavoro e nelle organizzazioni può essere utilizzato per migliorare le riunioni, la collaborazione, la gestione dei feedback e la prevenzione dell’escalation conflittuale. Trova inoltre applicazione nella mediazione, nella giustizia riparativa, nei servizi sociali, nella salute mentale, nella formazione degli operatori e negli interventi di riconciliazione tra comunità (a tal proposito il suo libro Parlare Pace, Esserci 2006). La Comunicazione Nonviolenta deve essere considerata uno strumento formativo e relazionale utile in diversi contesti, anche se non una soluzione automatica o universalmente efficace in qualsiasi situazione.
Il valore attuale
L’attenzione alla Comunicazione Nonviolenta conserva oggi una particolare rilevanza in una società caratterizzata da comunicazioni rapide, polarizzazione delle opinioni, conflitti organizzativi e crescente diffusione delle interazioni digitali. Nei social network, nelle comunità professionali e nel dibattito pubblico, il linguaggio tende spesso a ridurre le persone a etichette, contrapposizioni o giudizi definitivi. Una pratica di questo tipo, apre all’ascolto e invita invece a distinguere i fatti dalle interpretazioni, a riconoscere l’effetto emotivo delle parole e a interrogarsi sui bisogni che alimentano le diverse posizioni.
Questo approccio non chiede di rinunciare al dissenso, alla critica o all’assunzione di responsabilità, ma propone di esprimerli senza negare la dignità dell’interlocutore. Nei luoghi di lavoro può contribuire a rendere più efficaci i processi decisionali e a far emergere problemi che, se comunicati attraverso accuse o silenzi, rischiano di cronicizzarsi. Nei servizi educativi e sociali può rafforzare la capacità degli operatori di ascoltare persone fragili o coinvolte in situazioni conflittuali, evitando risposte esclusivamente prescrittive. Il valore attuale della Comunicazione Nonviolenta consiste soprattutto nel richiamare la responsabilità personale nell’uso del linguaggio: le parole non sono neutrali, perché possono alimentare distanza e ostilità oppure facilitare comprensione, cooperazione e fiducia. La sua applicazione richiede tuttavia formazione, esercizio e attenzione alle differenze culturali e alle asimmetrie di potere.
Non si tratta, infine, di una richiesta di moderazione rivolta soltanto alla parte più vulnerabile, né può essere utilizzata per nascondere conflitti reali, ma può essere considerata una pratica critica di ascolto e di espressione responsabile, potendo offrire un contributo significativo alla qualità delle relazioni, alla prevenzione della violenza e alla costruzione di comunità più capaci di affrontare il conflitto senza disumanizzare le persone coinvolte.
Una curiosità sulla parola
Quando parliamo di nonviolenza e di comunicazione nonviolenta, utilizziamo una sola parola senza spazi (non scriviamo non violenza). Fu Gandhi nella sua azione e riflessione a coniare il termine inglese nonviolence. Lo fece traducendo e adattando un termine proveniente dal sanscrito Ahiṃsā, composta dalla a- privativa (che significa “non”) unita a hiṃsā (“violenza”, “desiderio di nuocere” o “uccidere”). Letteralmente significa quindi “assenza del desiderio di fare del male”.
Gandhi dapprima tradusse il termine utilizzando il trattino (non-violence). Poi negli anni Venti cominciò a usare la parola unita (nonviolence), ricalcando esattamente la struttura con il prefisso negativo.
