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Mai troppo Manzi
Crediti foto: Pubblico dominio CC Commons
11 Ottobre 2024

Mai troppo Manzi

Negli anni chi scrive è spesso passato per Pitigliano in provincia di Grosseto, ma non si era mai reso conto che tra i sindaci del centro toscano figurasse anche un testimone fondamentale della relazione educativa, della buona scuola e di tanto altro ancora, che lì si era stabilito. Parliamo di Alberto Manzi, “il maestro degli italiani”, volto e sostanza della trasmissione Rai Non è mai troppo tardi, che dagli anni sessanta contribuisce attraverso la televisione all’alfabetizzazione di circa un milione e mezzo di italiani, perlopiù contadini e anziani.

A novembre 2024 si festeggerà il suo centenario dalla nascita e il figlio Massimo ha annunciato per quella data l’uscita di un libro per ragazzi inedito per Gallucci, intitolato Einar e ambientato in Lapponia (in un articolo ANSA di aprile scorso), mentre sono stati ristampati i suoi racconti per ragazzi più famosi: Orzowei e Testa Rossa, presentati a Bologna nella scorsa primavera.

Il sito web del Centro Alberto Manzi, un progetto di comunicazione dell’Assemblea legislativa della Regione Emilia – Romagna, riporta in maniera efficace la ricchezza di esperienze e ricerche di Alberto Manzi, non solo alfabetizzatore televisivo e autore di libri per ragazzi (che scrive su un tavolo della cucina della sua casa romana in affitto e che fa leggere in anteprima al figlio Massimo).

Alberto Manzi nato nel quartiere romano di Borgo (molto vicino a San Pietro) da famiglia operaia (il padre è tranviere e il sistema tranviario con i suoi fili e i suoi depositi, è la fabbrica di Roma), costretta a trasferirsi nell’allora quartiere popolare nei dintorni di Piazza Bologna, è innanzitutto un maestro elementare che sceglie la scuola come missione educativa. La Seconda Guerra Mondiale, con le sue insensatezze e i suoi orrori (è stato marinaio sommergibilista) lo convincerà a dedicarsi alle cose importanti della vita: l’insegnamento e l’educazione. Tra le sue prime esperienze, alla fine degli anni quaranta, quella presso il carcere minorile Aristide Gabelli, dove all’inizio viene scambiato per un pari età in pari condizione dai detenuti. Per fare l’insegnante rinuncerà anche, nel 1954, alla Direzione dell’Istituto di Pedagogia della Facoltà di Magistero.

La sua attività scolastica vedrà sempre al centro l’attenzione alla didattica per gli apprendimenti e alla relativa ricerca sul campo, a partire dal fare esperienza e fare osservazione dei bambini e delle bambine. Uno spazio fondamentale del suo insegnamento alla Scuola Fratelli Bandiera di Roma, sarà la terrazza, luogo di congiunzione tra scuola e natura. Farà il maestro fino al 1977. Non sarà mai tenero con gli aspetti burocratico organizzativi della scuola e non avranno mai vita facile le sue battaglie, per esempio quella di opposizione dell’introduzione dei giudizi scolastici, che gli porteranno procedimenti e sospensioni.

Dal 1954 al 1977 si recherà regolarmente in Sud America per progetti innovativi di alfabetizzazione delle popolazioni indigene.

La sua attività di scrittore sarà molto prolifica e oltre alla narrativa per ragazzi (racconti, romanzi e fiabe), comporrà poesie, scriverà testi di divulgazione scientifica e manuali scolastici.

Ugualmente importante la sua attività televisiva e radiofonica, oltre a Non è mai troppo tardi. Negli anni novanta fu il primo, con sessanta puntate della trasmissione Insieme, a occuparsi delle questioni educative connesse all’arrivo di nuovi cittadini migranti in Italia.

Una massima fondamentale che ha ispirato la sua attività di insegnante e la sua scelta di passare per la relazione educativa con bambini e bambine è “l’imposizione non forma un concetto”. La centralità non è quindi quella della spiegazione e della correzione, ma quella dell’apprendimento. Alberto Manzi vedeva l’insegnamento come un atto narrativo, volto a stimolare curiosità e dialogo.

Riguardare da vicino oggi la parabola di Manzi è vitale, in tutta la sua ricchezza. Si sa che spesso il tempo riporta nell’ignoranza esperienze di testimoni fondamentali che parlano ancora ai nostri giorni. Anche una figura significativa e complessa come quella di Manzi, animata da un profondo senso di libertà e giustizia sociale, può passare in secondo piano.

Il figlio Massimo ha recentemente ricordato l’importanza delle sue riflessioni relative al tema del merito, come elemento potenzialmente escludente in un momento della storia dello sviluppo dove sarebbero più importanti le pari opportunità, così come quelle relative alla singolarità di ogni studente e all’importanza della promozione di un ambiente di apprendimento stimolante, piuttosto che su rigide regole e valutazioni. Con un brutto gioco di parole ma forse di una certa efficacia, diremmo che per questo e molti altri motivi, “non è mai troppo Manzi”, nel senso che la conoscenza di questo maestro che agisce a spettro largo nelle tematiche educative è un patrimonio da non disperdere e, se possibile, da scoprire.