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L’atmosfera della cura
Crediti foto: di PICHA Stock in Pexels
23 Febbraio 2025

L’atmosfera della cura

A chi scrive capita di fare incontri formativi con chi curi il coordinamento di servizi e quindi il coordinamento delle equipe di lavoro.
In genere tutti coloro che frequentino tali ambienti possono verificare che esistono delle problematicità più o meno ricorrenti di appannamento e di crisi, che si possono sintetizzare in formule come: indebolimento della vicinanza, indebolimento dell’alleanza, qualità dell’insieme delle relazioni sotto attacco (conflitti, incomprensioni, rimpianti…), inseguimento di parole magiche (come benessere e felicità, perché a volte la lingua batte proprio dove il dente duole); retorica del dovere e del cambiamento; mancanza di atmosfera, di cura, di gentilezza, difficoltà a fare squadra.
Intervenire, guidati da questi segnali, significa spesso approntare una strategia di team building, di costruzione della squadra, che nella vulgata comune è sempre più sinonimo di ricerca di momenti per fare insieme discese di rafting o corsi di cucina, rischiando di perdere di vista un significato più utile: l’importanza vitale di un’attenzione sulle buone prassi in tal senso nel quotidiano.

Allargando un po’ il campo infatti, è importante dire che ci riferiamo al “complesso delle attività dirette a favorire la comunicazione e a stabilire un clima di fiducia e di collaborazione tra i componenti di un gruppo, in particolare tra i componenti di un gruppo di lavoro”.

Il coordinamento

In questa costruzione, è fondamentale riflettere sulla funzione del coordinamento. Come al solito per procedere è innanzitutto buona norma farsi aiutare da una teoria, che sia qualcosa di pratico, per aumentare le nostre risorse, ricordando che può essere fatta una distinzione doverosa tra coordinamento e coordinatore.
Mentre Il coordinamento, ovvero l’azione del coordinare, è il centro, il coordinatore, ovvero colui che fa il coordinamento, è un fatto secondario anche se importante. Fare coordinamento significa far procedere il gruppo a conseguire l’obiettivo in modo ordinato e metodico, significa fare ordine.

Fare ordine è sempre un fare ordine con, un fare ordine insieme, ordinare con, da cui deriva coordinare. La ricerca mira sempre a un ordine dinamico e di movimento, non statico, il coordinamento si muove tra ordine e disordine, contrastando il disordine dell’entropia. Trovando soprattutto un giusto equilibrio tra disordine totale e però anche ordine totale (che blocca creatività e autonomia).

Il coordinamento delle relazioni

È importante sottolineare che il coordinamento non è solo presidio all’ordine delle attività, ma anche all’ordine relazionale. Soprattutto qui il coordinatore del gruppo di lavoro scopre il suo più grande paradosso, vale a dire di essere chiamato non solo a promuovere l’ordine nel gruppo, ma anche quello in sé stesso. Usando una metafora, il coordinatore è un innaffiatoio che innaffia gli altri e sé, soprattutto sul versante delle relazioni.
Il coordinamento infatti è chiamato innanzitutto a alimentare fiducia e motivazione (due insostituibili capitali sociali), attraverso la facilitazione di sette azioni che li sostengono: significato (perché stiamo facendo quello che facciamo), energia (presidio del ritmo e riconoscimento dei progressi), vicinanza (facilitare la connessione tra le persone), clima (presidio della componente relazionale collettiva), cura (promuovere la differenza, contrastare l’indifferenza), esempio (praticare per primi i comportamenti da promuovere) e coesione (cura dell’appartenenza).

L’atmosfera della cura

Ci concentriamo, per chiudere, sulla cura. Se tutto quanto abbiamo ripercorso finora ha come riferimento principale un libro di Gian Piero Quaglino e Claudio G. Cortese (Gioco di squadra, 2003, Milano, Raffaello Cortina pp. 143), lo stesso Quaglino ha giocato con la similitudine tra l’atmosfera terrestre e quella della cura (chi scrive ritrova degli appunti che dovrebbero essere presi da un’intervista presso l’università della Svizzera italiana).
L’atmosfera terrestre è composta per il 78% di azoto, sostanza che ha a che fare con la capacità di creare legami e di generare una certa euforia, anche per ricordare di non prendersi troppo sul serio anche nelle debolezze. Per il 21% di ossigeno, che rimanda a qualcosa che scorre e che muta, a qualcosa che è appuntito, preciso, che suggerisce l’importanza di essere puntuali e approfonditi, senza avere ricette universali buone per tutte le occasioni. Fare attenzione alla singolarità. Nell’atmosfera intorno al nostro unico pianeta, c’è un 1% di argon, che è un elemento pigro, che ci ricorda l’importanza dell’affidamento e dell’abbandono che richiede la cura. Poi ci sono tracce di neon, che con la sua luminosità e brillantezza ci ricorda che ognuno ha la sua luce. Ci sono tracce di elio, che è elemento leggero, che solleva, rimanda alle parole e alle comunicazioni che ci alleggeriscono. C’è poi del kripton, materiale in ombra, nascosto, che va scoperto (degli altri e di noi), insieme anche allo xenon, qualcosa che ci è estraneo, che ha a che fare con lo straniero. Ci sono poi tracce di metano, che ci rimanda al combustibile e al calore e di ozono, che ha la caratteristica di puzzare e di essere velenoso, che rimanda dunque a una tossicità relazionale comunque possibile.

L’atmosfera terrestre suggerisce le componenti dell’atmosfera della cura e l’importanza che tali ingredienti diventino, fuor di metafora, parole e gesti della cura. A partire da tale visione, nel coordinamento, non possiamo cambiare la storia, possiamo provare a cambiare la sua continuazione, nei vincoli del contesto dato.