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I contrattempi di Savater
Crediti foto: di Fronteiras do Pensamento in CC Commons
7 Agosto 2025

I contrattempi di Savater

Il testo

Fernando Savater, Contrattempi. Autobiografia di una ragione appassionata, 2005, Bari, Laterza, pp. 398.

L’autore

Nato nel 1947 a San Sebastian, ha poi vissuto e operato a lungo a Madrid, ma continuando a dividersi per lavoro intellettuale, politica e vita tra la capitale spagnola e i Paesi Baschi (oltre che in giro per il mondo vista la sua fama).

Pur se di principi illuministi, liberali e progressisti – avendo come riferimenti tra gli altri Voltaire e Spinoza – negli ultimi tempi ha preso le distanze dal governo socialista spagnolo guidato da Sanchez, tacciato di populismo e spregiudicatezza nell’alleanza con gli indipendentisti, anche quelli baschi che non hanno mai criticato esplicitamente le azioni terroristiche dell’ETA. A seguito di queste critiche è stato recentemente licenziato dal giornale con cui collaborava dalla fondazione, “El Pais”.

Sintesi del libro

Ci sono autori di cui conosci per molto tempo, parlando di notizie biografiche, solo quel poco che trovi nelle righe scritte nei risvolti di copertina. Hai letto negli anni i loro libri, poi li hai lasciati e quasi hai dimenticato che esistano. Qualche volta hai ripreso uno dei tre libri che conosci, che ti hanno suggerito un identikit, un’idea che ti sei fatta del tutto indiziaria di chi possa essere il loro autore.

A chi scrive è successo proprio così leggendo pochi libri di Fernando Savater, docente di filosofia, conferenziere, scrittore, filosofo, romanziere, divulgatore filosofico (che studia, per così dire, alla scuola di Bertrand Russell). Anche personaggio pubblico impegnato in politica: Te lo immagini allora di volta in volta, assorto in meditazione placida per scrivere libri fortunati come Etica per un figlio, Le domande della vita, Storia della filosofia raccontata da Fernando Savater.

Poi ti capita di trovare per caso una sua corposa autobiografia e di avere la possibilità di conoscere meglio chi ti ha spiegato in modo comprensibile e circostanziato cosa sia l’etica e ti venga la curiosità di leggere di lui e altri suoi libri.

Capita che una dopo l’altra, molte immagini che ti eri costruito svaniscano, mentre prendono corpo differenti contorni della figura. Ad esempio tu pensavi fosse un autore nato per approfondire la filosofia, mentre scopri che cresce con l’idea di essere soprattutto uno scrittore e di essere stato sempre felice di vivere di quello che scriveva da pubblicista, soprattutto sulle riviste. Pensavi fosse nato per essere insegnante e divulgatore e scopri invece che l’approdo come insegnante è stato vissuto come una tappa intermedia e l’università come ripiego al mancato giusto talento da scrittore. Leggendo Etica per un figlio, chi scrive era stato colpito dal fatto che dicesse al figlio Amador che anche se al lavoro, aveva sempre lasciato la porta dello studio aperta per lui, per le sue incursioni e le sue domande di bambino e ragazzo. Me ne ero fatto un’idea di presenza rassicurante in casa, mentre emerge una figura più vivace e vitalistica sul piano sentimentale.

Il libro ripercorre la vita dell’autore, dall’infanzia (con il tratto distintivo di impertinenza che lo accompagnerà), alla sua esperienza esistenziale e politica durante la dittatura e il Sessantotto spagnolo, da antifranchista “democratico”. Ricostruisce la genesi del suo pensiero politico libertario e anticonformista, l’esperienza del carcere (fondamentale per la sua formazione e per quello di cui si occuperà nella vita pubblica successivamente). Ma sempre con misura “la mia attività sovversiva durante la dittatura di Franco fu così modesta da far tenerezza”. Sul carcere, il racconto del suo primo arresto nel capitolo “Prigioniero!” e la notazione che “chi è stato una volta in carcere non ne uscirà mai del tutto”. Pur ambendo a diventare “un conservatore non vile”, è consapevole che “prima che questo però avvenga, occorre fondare istituzioni degne di essere conservate: le carceri, così come le ho conosciute, non figurano certamente fra queste”. Lo immaginavo un giocatore di scacchi, invece è un giocatore di cavalli. Non c’è contraddizione nel fatto che sia anche un docente di etica, la disciplina serve a trovare un equilibrio virtuoso nella vita senza eliminare tratti di umanità.

Lo si può seguire nel racconto dell’incontro con grandi personaggi del pensiero, come il filosofo Emil Cioran a Parigi, o nelle sue esperienze universitarie sia da studente che da docente. In particolare la sua permanenza all’università basca di Zorroaga, dopo che la Spagna era diventata democratica e mentre cresceva il nazionalismo con la sua componente armata e “terrorista”. In quella temperie finirà a vivere a lungo sotto scorta per le critiche alla violenza indipendentista: “mi occupo di filosofia pratica, dello studio dei valori etici e politici. Anche se so che un professore di queste materie non è un predicatore e neppure necessariamente un attivista militante, non sono mai riuscito a separare del tutto in questo campo la riflessione sui grandi autori e sui temi fondamentali da prese di posizione chiare e concrete sulla realtà vissuta, soprattutto quando toccano fenomeni così abominevoli come il terrorismo e la tortura”.

Lo si può seguire piano piano dalla nascita ai 56 anni (nel 2003), mentre cerca di difendere una tonalità di fondo di allegria, sempre più difficile da manutenere per la realtà del pensiero della morte più presente .

Le tematiche trasversali che ricorrono, sono quelle: del fronteggiamento di quello che accade nella vita (“questo libro non tratta di me, ma di quello che il tempo” e la storia “ha fatto di me. Parlerò dei miei contrattempi”), della libertà, delle responsabilità, delle scelte, dell’educazione, della scrittura, della filosofia, dell’impegno civile, politico, degli affetti e delle relazioni. Il tono prevalente è quello dell’ironia.

All’inizio della lettura, mi preoccupavo di non avere riferimenti teorici preliminari e riassuntivi sul genere autobiografia, li ho trovati alla fine del libro (ho apprezzato che fossero alla fine), in un capitolo che ripercorre brevemente differenti posture di racconto di sé (“Prima di niente”).

Uno spunto autoformativo

Chi scrive ha capito ancora una volta l’importanza di non idealizzare modelli di riferimento. Si è ricordato del suo professore di filosofia al liceo, Giovanni Grillo, che ricordava come gli autori classici si trattassero fra loro con poco o zero rispetto, e che quindi anche noi potevamo provare ad avere meno timore reverenziale accostandoci ad alcune figure e provare a comprendere senza mitizzare. Si può scegliere di prendere a riferimento dei testimoni e non modelli. Il testimone ispira, il modello irrigidisce. Tra l’altro quello che il modello vuole dirci, siamo spesso noi a stabilirlo implicitamente, a partire da filtri e pregiudizi che sono solo nostri. Tanto vale lasciarsi ispirare per vivere e vedere cosa la vita farà di noi.