Lorenzoni e l’educazione controvento
La pratica e i maestri
A chi scrive capita spesso di chiedere a educatori in formazione di raccontare chi riconoscono come maestre e maestri nella loro vita, quali sono stati gli incontri fondamentali per i loro apprendimenti, raccontando i contenuti scambiati, ma soprattutto gli approcci, gli stili e le metodologie rilevate. Emergono sempre sentimenti di gratitudine per i modi di ascoltare e di entrare in relazione vissuti. L’esercitazione vuole proprio valorizzare una ricerca di buoni testimoni per il proprio percorso, da cui trarre elementi di creatività e motivazione continui.
A un livello più approfondito e messo nero su bianco ha agito Franco Lorenzoni con Educare controvento, storie di maestre e maestri ribelli, 2023, Palermo, Sellerio, dove l’autore scrive “è la gratitudine che provo verso maestre e maestri del passato e del presente che ho avuto la fortuna di incrociare che mi ha spinto a scrivere il libro che avete in mano”. Aggiunge l’autore “negli anni mi sono andato sempre più convincendo della stretta connessione che lega la conoscenza alla riconoscenza”.
Franco Lorenzoni
È nato a Roma nel 1953, ha lavorato come maestro elementare per trentasette anni, dapprima a Roma quartiere della Magliana, poi per moltissimo tempo in Umbria presso la scuola primaria del comune di Giove (TR), mentre nella stesa regione e provincia, ad Amelia, ha fondato e anima (in particolare con Roberta Passoni) la Casa – laboratorio di Cenci dove vive dal 1980. Si tratta di un centro che accoglie esperienze di sperimentazione educativa intorno a tematiche ecologiche, scientifiche, interculturali e di inclusione, attraverso attività laboratoriali e campi scuola. Dal punto di vista delle politiche dell’istruzione è attivo nel Movimento di Cooperazione Educativa, di cui racconta anche nel libro in riferimento alle attività laboratoriali e di approfondimento nella sede di Roma di Via Regina Margherita. Collabora con diverse riviste e testate, tra cui Internazionale, sulle cui colonne ha iniziato a scrivere anche di educatori fondamentali.
Il testo
È un libro che conclude una trilogia composta da I bambini pensano grande del 2014 e I bambini ci guardano del 2019. Se nei primi due libri Lorenzoni ha messo al centro le bambine e i bambini di Giove e i loro insegnamenti nella reciprocità dell’educazione, in questo il focus è sugli “incontri” e sulle “esperienze e letture che hanno variamente accompagnato la mia ricerca”.
Nei capitoli dispari del libro troviamo ragionamenti su sette questioni educative ritenute salienti e nei capitoli pari sono raccontate alcune storie di educatori che hanno a che fare, come contrappunto, prospettive e integrazione, con le tematiche considerate. Nascono così coppie di letture in dialogo tra loro: la scelta e Piero Calamandrei; il corpo e Alessandra Ginzburg; lo spazio e Emma Castelnuovo; il tempo e Nora Giacobini; Il dialogo e Mario Lodi e Lorenzo Milani; l’arte del convivere e Alex Lager; la conversione ecologica e Malala Yousafzai e Greta Thunberg.
Educare controvento
Educare è per Lorenzoni come tirare fuori e sostenere chi cerca di scoprire sé e il mondo, “è liberare potenzialità, allargare gli sguardi, forgiare e mettere a punto conoscenze e strumenti in grado di moltiplicare le possibilità di scelta di ciascuno, ma non dovrebbe mai pretendere di portare dove vogliamo noi”. Il lavoro di maestro e maestra è dunque un artigianato che richiede una ricerca continua, stimoli e domande, creando gruppi e alleanze per reagire all’inerzia del mondo che ci circonda. Infatti “la peggiore offesa all’infanzia sta nel costringere bambine e bambini e adolescenti a trascorrere ore e ore a scuola insieme ad adulti pigri, demotivati e frustrati, a insegnanti che hanno smesso di ricercare e credere nella cultura come luogo di conoscenza di sé e leva di trasformazioni individuali e collettive”.
La condizione economica e sociale degli insegnanti è quella che è e va sicuramente migliorata di molto, ma è fondamentale, tornando anche alle valutazioni di Alessandra Ginzburg, che gli insegnanti facciano i conti con il proprio inconscio e con il proprio vissuto, visto che la qualità del rapporto insegnante alunno deriva dal modo in cui l’insegnante ha risolto o meno i propri conflitti personali.
Il testo è molto ricco, completo. Può essere letto anche un brano per volta, ma ha una sua connessione interna molto forte, che indica una padronanza notevole dell’esperienza e dei suoi apprendimenti. È difficile toccare tutti i punti, procederemo per assaggi. Nel capitolo “La scelta”, l’autore rimanda ai valori costituzionali alla base dell’insegnamento e al suo incontro con Paulo Freire che lo ha invitato a considerare sempre da che parte stare nell’attività educativa, in base a quali valori orientarla. Qui svolge riflessioni importanti sulla relazione educativa, in parte in linea con quanto già visto in precedenza nelle nostre pagine, in altra parte ampliando tracce di ricerca, come ad esempio “bisogna cercare di non separare mai il conoscere il modo dal conoscere noi stessi e che una consapevolezza piena della inevitabilità di questo intreccio rende più vitali e generativi i complessi processi dell’apprendimento”. Sono aspetti da tenere presente per valutare e manutenere la scelta di entrare in relazione con i più piccoli alimentando fiducia e reciprocità.
Nel libro Lorenzoni fa spesso riferimento alle conversazioni con Roberta Passoni, figura di educatrice particolarmente interessante, che per ragioni sia professionali che personali si è confrontata con i modi per rendere gli spazi scolastici più inclusivi nella semplicità, ma attraverso una progettazione competente. Lorenzoni riporta la sua convinzione che “le diverse forme di disabilità non stanno dentro al bambino, ma nella rete di relazioni che si creano nella classe e che stabiliamo con lui”. Tali riflessioni dialogano con la volontà di superamento delle scuole speciali, nata ben prima della Classificazione internazionale del funzionamento, ICF, dell’Organizzazione mondiale della sanità, quando Alessandra Ginzburg animava a Via della Scala a Roma, classi integrate già nel 1971, propugnando uno spazio di apprendimento mai scisso dalla socializzazione. Del resto le riforme scolastiche degli anni Settanta non potevano che nascere da esperienza, magari di minoranza, ma che mostravano strade competenti e possibili.
Fondamentali sono per l’autore le riflessioni continue sugli spazi scolastici, inclusivi, dove i banchi si possano scansare o rimodulare (saggia la notazione di Roberta Passoni che i mobili si chiamino così perché possono spostarsi e la forma incide sulla comunicazione) e insieme quelle sul corpo, sulla voce e sulla gentilezza (il corpo e la mani a scuola non dovrebbero mai andare in letargo secondo il pensiero di Emma Castelnuovo), sul tempo, sul dialogo e sulla convivenza multiculturale. Per tutti questi aspetti di attenzione quotidiana a quello che si può cambiare o articolare qui e ora, Lorenzoni è d’accordo con Alberto Manzi sul fatto che “la rivoluzione è una perpetua sfida alle incrostazioni dell’abitudine, all’insolenza dell’autorità incontestata, alla compiacente idealizzazione di sé e dai miti imposti dai mezzi di informazione per questo la rivoluzione deve essere un evento normale, un continuo rinnovamento, un continuo riflettere e fare, discutere e fare”. In questo senso e in quello della reciprocità degli apprendimenti continui può essere letta l’inclusione del giurista Piero Calamandrei, che si è battuto per una scuola pubblica che fosse il necessario completamento del suffragio universale, ma che ha anche tenuto un diario competentissimo sulla crescita del piccolissimo figlio Franco, al ritorno della sua esperienza di guerra. In questi sensi allo stesso modo possono essere lette le presenze delle giovani Malala Youfaszai e Greta Thunberg, sulla condizione femminile e sulla necessaria consapevolezza ecologica, tra i maestri e le maestre a cui riferirsi oggi, come testimoni possibili.
