L’atomo di verità di Damilano
Il libro
Marco Damilano, Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia, 2018, 2019, Milano, Feltrinelli, pp. 272.
L’autore
Nato a Roma nel 1968, giornalista laureato in storia contemporanea, dal 2017 al 2022 direttore dell’”Espresso”, fino al 2022 autore degli “spiegoni” nel programma di La7 “Propaganda Live”, conduce attualmente la striscia quotidiana di approfondimento “Il cavallo e la torre” su Rai3. Tra i suoi libri ne ricordiamo diversi sulla storia dei partiti politici italiani; negli ultimi dieci anni ha scritto La repubblica dei selfie (2015), Il palazzo e la piazza (2020), Il Presidente (2021), La mia piccola patria (2023) e Noi siamo i tempi (2026). Ha firmato anche la sceneggiatura del film Piovono Mucche (Luca Vendruscolo, 2002), che racconta la sua esperienza e quella di altri obiettori di coscienza al servizio militare in servizio civile presso la Comunità Capodarco di Roma con persone con disabilità.
Sintesi del libro
Qualche sera fa, dopo aver condotto il suo programma alla Rai di Via Teulada, Marco Damilano ha raggiunto il Centro culturale Lepetit, nella periferia est di Roma, a Tor Tre Teste, per parlare col mio amico Fabio Mollicone del testo in questione, nel giorno dell’anniversario del centodecimo anno dalla nascita del protagonista della sua ricerca.
Sei capitoli molto intensi raccontano la vicenda di Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, ma in precedenza segretario di quello stesso partito e uomo di Stato, da presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, destinato alla presidenza della Repubblica. Docente in esercizio all’Università La Sapienza (Istituzioni di diritto e di procedura penale), era già stato costituente nel gruppo dei 75, coloro tra gli eletti che avevano materialmente scritto la Costituzione. Aveva appena trent’anni.
Mentre lavora per un’alleanza di governo rivoluzionaria tra i democristiani e i comunisti di Berlinguer, in chiave di progresso del Paese (sommati, alle elezioni del 1976, avevano raccolto più del 70% dei voti, con un’affluenza sopra il 90%), viene rapito in un agguato a Roma, in via Mario Fani, organizzato dalle Brigate rosse.
È il 16 marzo del 1978, i cinque uomini della sua scorta vengono uccisi. Inizia una prigionia che porterà a un processo politico e alla sua uccisione, con il ritrovamento del suo corpo il 9 maggio in via Michelangelo Caetani, una via a metà strada tra il palazzo di via delle Botteghe Oscure, sede del PCI, e quello di Piazza del Gesù, sede della DC. È un uomo in cerca di ragionevolezza nella politica, che comprende la pesantezza della sua scelta nel mondo della Guerra fredda e dell’Italia colpita dalle stragi, dal terrorismo e dalla pesante crisi economica, con l’inflazione al 20%.
La prima particolarità del libro è la ricostruzione dei fatti e del profilo di Moro attraverso il suo archivio, depositato dalla famiglia presso la Fondazione Sergio Flamigni di Roma. Migliaia e migliaia di documenti (anche quelli rinvenuti nel covo delle Brigate rosse di via Montenevoso soltanto dodici anni dopo la sua morte), 15.000 foto e molte lettere. Ci sono anche le ultime, quelle della prigionia, ritenute apocrife o sospettate di essere state scritte di pugno dai brigatisti e poi rivelatesi davvero sue.
La seconda particolarità è l’intreccio tra la vita di Moro e alcune vicende d’infanzia dell’autore. La mattina del 16 marzo lo scuolabus di Marco Damilano bambino passa come al solito in via Fani, pochi minuti prima dell’agguato delle BR, i cui componenti sono travestiti da avieri Alitalia.
In precedenza c’era stata un’altra mattina in cui il padre Andrea, giornalista della Rai, lo accompagna a scuola con la sua Fiat 132. Faranno una sosta per andare a vedere “un uomo potente” che prega nella chiesa di San Francesco al Trionfale (alterna il luogo con la chiesa di Santa Chiara a Piazza dei Giuochi Delfici). Seguirà un breve saluto tra il giornalista e lo statista.
Sono molte le piste che il libro racconta, ripercorre o indica: Moro e la Democrazia cristiana, la destra, i giornalisti, la famiglia, l’industria, i viaggi diplomatici (era odiato da Kissinger), l’università, Pasolini, Sciascia, il carcere nascosto e non trovato, i discorsi politici, la corrispondenza, il Medio Oriente, la massoneria occulta (che Moro avversa), il Muro di Berlino e molto altro.
Quando capisce che è finita, Moro scriverà alla moglie Eleonora (“mia dolcissima Noretta”), parole affettuosissime alla sua famiglia e di dura condanna agli amici di partito che lo hanno abbandonato.
Secondo Marco Damilano, il 1978 è stata per l’Italia la morte della politica, di un cambiamento possibile. Non perché Moro fosse un santo, ma perché possedeva una statura politica, umana ed etica fuori dalla media del tempo, fatta di visione, senso istituzionale e mitezza filosofica. Pasolini scriverà di voler processare tutta la Democrazia cristiana, compreso Aldo Moro, anche se lo ritiene il meno implicato di tutti. Aldo Moro aveva detto ai suoi: “Perché la verità, cari amici, è più grande di qualsiasi tornaconto elettorale. Datemi da una parte milioni di voti e toglietemi dall’altra parte un atomo di verità, ed io sarò comunque perdente”.
Non sappiamo quanto l’autore rimanga influenzato dal suo vissuto personale e dalla propria visione politica, ma ci fornisce un ottimo quadro documentato e ben narrato per conoscere una figura che, per scelta e suo malgrado, ha costituito uno spartiacque nella vita pubblica del nostro Paese.
Uno spunto autoformativo
Tra il tanto da dire, chi scrive è rimasto colpito dalla scena del bambino davanti all’uomo potente inginocchiato, che prega, con sincera devozione. Non mi colpisce tanto la coerenza tra la cristianità dichiarata e quella effettivamente vissuta, quanto la capacità di uno degli uomini più potenti d’Italia, in odor di Quirinale, di coltivare un senso del limite. L’uomo di potere si inginocchia davanti a qualcosa di più grande di lui, nel privato e non davanti agli obiettivi.
Mi chiedo se i bambini contemporanei avranno mai la possibilità di vedere testimonianze del genere, tra gli uomini e le donne di potere di oggi, o solo tracotanza malcelata se non ostentata.
