L’essenziale di Floris
IL TESTO
Giovanni Floris, L’essenziale. Appunti di un lettore avventuroso, 2023, Milano, Solferino, pp.192.
L’AUTORE
Nasce a Roma nel 1967. Scrittore di saggi e romanzi. Giornalista e inviato. Autore e conduttore dei programmi televisivi Ballarò e DiMartedì, attualmente in onda su La7.
SINTESI DEL LIBRO
Si può ripercorrere una vita attraverso l’incontro con i libri letti o perlomeno affastellati in libreria, che si ricordino o no le trame, i personaggi, gli episodi?
È quello che fa Giovanni Floris con molta partecipazione in questo saggio.
Aveva già esplorato la tematica dell’allargamento della vita che i libri possono operare o meno (se ignorati) in due romanzi: Quella notte sono io (Rizzoli, 2016) e Il Gioco (Solferino, 2022).
Con L’essenziale, mentre riesamina tutta la sua relazione con i testi (dai banchi di scuola all’università, in famiglia, negli snodi professionali difficili e importanti), rimette in fila con logica e con empatia il tema portante e i suoi correlati.
Così il lettore viene accompagnato a riflettere su: perché sia vitale leggere; quale comunicazione sia possibile tra il mondo dei fatti e il mondo creato nei libri; in che modo i testi orientino la nostra vita nelle differenti fasi; in che senso i libri in un contesto che ci spiega continuamente come fare, ci insegnino invece perché fare.
Che cos’è essenziale quando si legge? Che cos’è quello che resta anche se dimentichi tutto?
Scopriamo così diverse cose, per esempio che l’autore da sempre prende appunti sul margine dei libri letti a penna (“se un libro cambia me, è giusto che io cambi lui”) e che li ritiene un confronto necessario per dare senso alla vita, “anche se un senso non ce l’ha” (per citare Vasco, che comunque c’entra). Che la sua adolescenza nel suo gruppo di pari è stata anche ridere “di chi pensava di aver trovato il senso delle cose”, eppure che la lettura di grandi romanzi da subito era sembrata “una cura omeopatica per il mal di vivere”.
Il mondo delle idee costruito nei libri è ciò “che ci fa vedere com’è il baratro senza costringerci a precipitarsi dentro”, dice anche l’autore, ricordando l’insegnamento di Nietzsche.
Nel capitolo 5 Floris racconta dei tempi in cui, avendo scelto fortemente di fare il giornalista, era un giovane precario che conosceva un periodo di disoccupazione. La sua giornata si divideva tra invio dei curricula e un tempo di lettura “alla rinfusa di tutti i classici che non avevo letto in passato” praticato perlopiù su una panchina romana di Largo Ecuador. Una ricerca di pace e di tempo che non è un lusso. Dice Floris “io, sulla panchina credo di essere migliorato” e anche “questi autori mi hanno raggiunto […] e mi hanno spiegato cose che mi avrebbero aiutato tantissimo nella mia vita, non solo professionale”. Quelle storie sono indispensabili non solo per capire qualcosa di più su di sé e trovare identità, ma sono modi formidabili per alimentare la comprensione dell’altro, il vero “nodo” da sciogliere.
Appare molto interessante che la testimonianza sull’investimento letterario e esistenziale, arrivi da una personalità che appare determinata e lucida. Da un giornalista che si dice non prolunghi le riunioni di lavoro più di 40 minuti, che si è laureato alla Luiss (pur provenendo dal quartiere popolare di Pietralata), che con Dario Antiseri ha studiato la correlazione tra osservazione e realtà, tra responsabilità e azioni (anche queste tematiche che tornano nei romanzi di cui è autore) e che da poco ha preso il brevetto più alto da allenatore di calcio a Coverciano. Da chi è stato inviato da New York per il Giornale Radio durante l’attentato delle Torri Gemelle del 2001. È molto consolante, almeno per chi scrive, vedere quello che sembra un professionista d’azione, prendere un largo spazio per raccontare della relazione tra sé e le sue frequentazioni letterarie. Del resto si capisce anche che la sua frequentazione con i classici sia un elemento importante della sua competenza e anche di una benefica presa di distanza che alimenta la passione professionale “non avere le radici nel mondo in cui lavori può essere d’aiuto, ma è anche molto faticoso”.
Alla fine dell’excursus saranno 8 i capitoli, mentre un demone ha cercato per tutto il percorso di mangiare più libri possibili dalla biblioteca dell’autore. Chi è quel demone? Perché si dirige verso questo o quel volume? Che cosa vale la pena di conservare della sua furia distruttrice?
Così come saranno 118 i testi letterari citati e in molti casi anche raccontati più diffusamente, tutti reperibili anche in un indice finale. Sono in gran parte romanzi, anzi classici di scrittori non più viventi (per criterio scelto da Floris). Mentre sono 86 gli autori e le autrici menzionate (a cui vanno aggiunti i 4 evangelisti e fanno 90). Per fare qualche esempio troviamo: Kundera, Mann, Roth (sia Joseph che Philip), Pasolini, Calvino, Svevo, Pirandello, Deledda, Fallaci, Austen, Sapienza, Camus, Cèline, Morante, Poe, Sun Tzu e moltissimi altri ancora.
UNO SPUNTO AUTOFORMATIVO
In diversi momenti del testo, la comprensione attraverso i romanzi porta l’autore a parlare dell’interpretazione del presente e dell’attualità. Ci soffermiamo sul capitolo 7 (“I libri per capirci qualcosa”), nei paragrafi “Capire il popolo” e “Chi vuol essere popolare”. Anche pensando a sé, come chi è cresciuto in periferia, ma da madre insegnante quindi in una casa con libri, Floris dice: “sta passando l’idea che sia popolare, tipica del popolo, la risposta emotiva, di pancia, di rabbia. A mio parere, nella mia formazione, è invece tipico del popolo il ragionamento fine, il pragmatismo istintivo. Il saper attingere a un’esperienza tramandata per adattarla ai tempi e alle situazioni”. Così come “è popolare l’amore per il sapere, motivo per cui i nostri nonni si spezzavano la schiena perché i figli potessero andare a scuola, e non spezzarsela più”. Quindi l’ultimo affondo: “quand’è che sognare, realizzarsi, farsi una cultura sono diventati concetti separati?”. Un ragionamento utile anche per curare la dimensione politica in senso proprio, di chi svolge una professione socio – educativa.
