Dicesi borgata 3
Nel precedente articolo abbiamo osservato il progressivo cambiamento di significato della borgata romana, non più come mondo isolato fisicamente sia dal centro che dalla periferia, ma come pezzo limitrofo eppure emarginato della città in espansione, separato socialmente ed economicamente da essa. Il libro che prendiamo in considerazione qui, Borgate di Roma di Giovanni Berlinguer e Piero Della Seta (uscito originariamente nel 1960 e riedito nel 1976) da Editori Riuniti, pur non ignorando l’estrema perifericità sociale delle borgate, non le crede politicamente irrilevanti.
Perché leggere un libro datato di due comunisti
Il testo brilla per rigore della ricostruzione, per l’analisi che ne deriva. La prospettiva da cui gli autori guardano alla materia è chiara, ma non sfocia mai in ideologismo. Gli autori sono studiosi e uomini politici. Giovanni Berlinguer, fratello di Enrico, è un medico interessato ai rapporti tra città e salute. Piero Della Seta un esperto di edilizia e territorio. Erano tempi in cui le grandi competenze individuali erano convogliate in politica per farne risorsa collettiva, attraverso l’organizzazione dei grandi partiti di massa, quando alle elezioni votava il 90% degli aventi diritto.
Perché leggere oggi un libro sulle borgate fino agli anni Settanta
Il libro è un classico del genere, nel senso in cui ne parlava Calvino, riesce a illuminare il lettore su cose che ha sempre intuito e che ha sempre saputo magari vagamente sulla periferia, che qui trova le fonti culturali di riferimento. Per dirla in altre parole, il lettore può trovare risposta alle domande sul suo destino: perché sono qui? Non dal punto di vista filosofico, ma da quello storico. Perché quando sono arrivato in questo mondo periferico romano a mia insaputa (destino), ho trovato questa situazione (senso della storia). Oppure, da dove deriva il mondo (e il traffico per strada) che vivo oggi.
Leggere di storia ha due valenze. Avere la possibilità di esplorare mondi mai vissuti direttamente (“immortalità all’indietro” secondo Umberto Eco) e capire qualcosa di più di noi stessi, che siamo fatti anche del rapporto col macrosistema sociale di riferimento con cui veniamo in contatto, fin da quando veniamo gettati come un pesciolino d’argento nella rete del mondo. Quindi la storia permette anche di divertirci, sia nel senso del piacere della scoperta, sia nel senso etimologico di de – vertere, guardare le situazioni che ci riguardano in altro modo, non rischiando di guardare solo al nostro ombelico.
Borgate di Roma
Il libro esce all’indomani dell’anno santo, dell’assassinio di Pierpaolo Pasolini, nel momento di massima espansione elettorale del Partito comunista italiano, senza che il partito stesso abbia mai ancora guidato il Comune dal Campidoglio. Se volessimo portare ai minimi termini il concetto guida del testo diremmo che sia riscontrabile nella frase: “cacciate di continuo alla periferia, le borgate sono al centro della vita della capitale”. A maggior ragione nell’anno della ripubblicazione. La borgata però è guardata nella sua ambivalenza, nelle sue contraddizioni anche violente e soprattutto nella critica di chi l’ha generata e ghettizzata, con in sottofondo il richiamo al rischio che Roma diventi “tutta e soltanto una borgata, e l’Italia un paese industriale che precipita nel sottosviluppo”.
Il libro segue quindi le dinamiche di Roma dall’Unità d’Italia in poi, dal punto di vista economico, politico e urbanistico.
I temi
Le tematiche riscontrabili sono interessanti e convergenti, a partire dalle vicende riguardanti “l’urbanesimo a Roma” e le relazioni strettamente annodate con il picco di immigrazione negli anni Sessanta, con Roma punto di raccordo tra il sud dell’immigrazione e il nord delle risorse e delle società per la speculazione fondiaria. Quindi si può seguire l’intreccio sempre presente nella politica edilizia con il potere della rendita, non solo quello dell’aristocrazia nera (i nobili ancora in lutto per la deposizione del papa re, ma allettati dalla possibilità di investire nei loro terreni e tenute) che il sindaco Nathan tenta di contrastare (1907 – 1913), ma anche quello di grandi immobiliari legate alla grande industria (per esempio Edison e Pirelli), negli anni Sessanta.
Proprio questo incessante movimento speculativo senza piano regolatore, che privilegia la logica privata e non affronta il fabbisogno di case – con una popolazione che dagli anni Venti agli anni Settanta cresce in abitanti di un più 300 – distrugge continuamente e ricrea ghetti di povertà e di bisogno (i primi baraccamenti iniziano alla fine dell’Ottocento).
Il sistema politico ed economico, gli allontanamenti di popolazione dal centro di Roma* e la massiccia immigrazione soprattutto nel Secondo dopoguerra in gran parte di segno popolare, crea periferie sempre nuove, sempre più mescolate tra costruzioni e borghetti di baracche, contrassegnate da abusivismo di bisogno e speculativo, che assumono un peso rilevante, prima durante la Resistenza, poi durante le lotte per la casa, i diritti (per esempio quello di iscriversi all’anagrafe) e i servizi, quindi nella crescita dei partiti di sinistra. Con particolare riferimento al PCI, votato in massa in quella che negli anni Settanta diventa la “periferia rossa”, con picchi di consenso al 50%. Un partito molto presente con le sue sezioni e la sua organicità a corpi politici intermedi (soprattutto Unione Borgate e Sindacato degli inquilini, poi Sunia), che promuove un’alleanza tra gente di borgata proveniente dal centro e immigrati dal resto d’Italia (con prevalenza dal mezzogiorno), intercettando bisogni di riscatto sociale.
Senza contare il proliferare di studi sociali sulle periferie delle borgate, a partire da quelli di Franco Ferrarotti. Ma compreso anche questo testo che resta fondamentale come fonte e riferimenti (con molti numeri, tabelle, percentuali descrittive del fenomeno di espansione urbanistica, demografica, migratoria ed elettorale).
Considerazioni finali sintetiche
È quasi inutile dire che di lì in poi sia passata molta acqua sotto i ponti di Aniene e Tevere e ci sarà da leggere e ricostruire come sia andata successivamente dal punto di vista politico , urbanistico, elettorale e sociale. Qui ci limiteremo a dire che, nelle profonde differenze di oggi, dove anche la periferia sembra cercare rifugio nei valori di conservazione di destra (che ha compreso forse meglio della sinistra la lezione di presenza territoriale e scelta di campo del PCI), restano sempre forti sullo sfondo le richieste di valorizzazione e riscatto, di servizi adeguati per il vivere collettivo, di contrasto alla speculazione che consuma suoli e opportunità. Analoghe analisi possibili (nella diversità dei tempi), esiti generali agli antipodi, completamente altri.
