Musica dalle finestre
C’è questa poesia nella raccolta Il sangue amaro di Valerio Magrelli (Milano, Einaudi, 2014).
“Mi lavo i denti in bagno.
Ho un bagno.
Ho i denti.
Ho una figlia che canta
di là dalla parete.
Ho una figlia che ha voglia di cantare
e canta.
Può bastare”.
I figli cantano
Chi scrive vive spesso questa esperienza, il gabinetto occupato e i tre figli che ci cantano dentro beati. Spesso pezzi di genere trap, serrati e dimostrativi, con la musica che esce dagli smartphone o dalla cassa dell’assistente virtuale e, aggiunta nel missaggio finale, un’acqua di doccia che scende. Qualche giorno fa mi sono fatto dare da loro una lista di nomi degli ascolti ricorrenti: Diss Gacha, Gue, Lazza, Marracash, Side Baby, Kid Yugi, Carl Brave, Frah Quintale, Franco 126, Calcutta, Coez, Gemitaiz, Sfera ebbasta, Noyz Narcos.
Provo a sintonizzarmi sulla musica dei miei figli, per comprendere qualcosa in più di loro ma insieme per farmi restituire da quei pezzi un mosaico di rappresentazione dei tempi che viviamo (una volta ho sentito dire da Ivano Fossati che le canzoni, tutte, anche le più commerciali raccontano sempre il mondo dove siamo).
Un flashback verso l’hi – fi
Poi quasi inevitabile, fuori da quella porta, parte il più classico dei flashback, che mi riporta lontano dalla riproduzione digitale ma appiattita che sento oggi, verso la profondità dell’alta fedeltà del suono hi fi. Nella mia memoria, non era qualcosa a uso e consumo di una persona in una stanza, ma diventava patrimonio di un isolato. Oggi la musica è fruibile in qualsiasi momento per chiunque, allora si acquistava in grandi numeri sotto forma di vinile o compact disk dopo essersela procurata (magari alla Discoteca Laziale vicino Stazione Termini). Nella mia esperienza, veniva condivisa attraverso un dispositivo potente, le finestre in borgata, specialmente nei pomeriggi di primavera o di inizio estate. Il suono arrivava forte e chiaro, non erano riproduzioni provenienti dal mercato parallelo della registrazione clandestina, in quei casi, ma nuovi acquisti messi su piatto (o inseriti sul lettore più avanti), per ascoltare qualcosa che era stato molto desiderato.
La musica che girava intorno al balcone
La musica che “girava intorno” non proveniva da casa mia e dallo stereo di famiglia a marca Voxson, ma dalle finestre dei vicini più grandi di età. Era poderoso e puntuale. Iniziava dopo l’obbligo del silenzio condominiale, alle quattro del pomeriggio, non per rispetto interiorizzato delle regole ma per evitare molto probabili risse. Il tono e il volume mimavano un concerto da stadio. Di solito in quel momento ero sul balcone a giocare, a disegnare, a preparare un quiz che avrei poi presentato la sera, dove i concorrenti sarebbero stati i miei amici dirimpettai affacciati, oppure ancora a scrivere un mio giornalino da far leggere ai miei più tardi, dopo che avessero finito di sfogliare “Paese sera”. Se la scuola non era finita, sulla strada alla mia destra vedevo passare ragazzine e ragazzini che raggiungevano le aule per gli ultimi giorni di doppi turni. La popolazione scolastica era così numerosa che c’era scuola anche nel pomeriggio.
Excursus
Ecco dunque una carrellata di suoni dalla finestra di borgata. La prima canzone che ricordo proveniva dal piano terra sotto di me. Se la ascoltavo nell’anno di uscita era il 1977 ed ero piccolissimo, Alan Sorrenti, Figli delle stelle. Qualche tempo dopo arriverà anche L’unica donna per me (1979). Sempre dal piano terra, ma di fronte a quello sotto il balcone, ricordo uno dei pezzi più struggenti di sempre, Più su di Renato Zero (1981), dove “un drogato è soltanto un malato di nostalgia”. Non sapevo cosa fosse la nostalgia, ma sapevo cosa fossero i drogati, erano il motivo per cui mia madre mi impediva di entrare da solo nel bar appena fuori dal cortile di casa. Erano giovanissimi, spesso seduti a terra, se non sdraiati. Sempre dello stesso anno Buona domenica di Antonello Venditti, dal primo piano di fronte, insieme a Smoke on the water dei Deep Purple (ma questo era revival, la canzone era del 1972). Sempre dal primo piano di fronte, da una camera ad angolo sulla strada, Buona fortuna e Chi fermerà la musica dei Pooh. Un mio cugino grande aveva il simbolo del gruppo disegnato sulla sua tolfa (borsetta di pelle a uso non esclusivamente scolastico). In borgata l’opzione del logo Rolling Stones sulla stessa borsa, era divenuto fortemente minoritario.
Passando sotto i balconi dei palazzi popolari (ancora più popolari delle nostre palazzine e della nostra casa in affitto), si sarebbe potuto sentire Nino D’Angelo (per esempio ‘Nu jeans e ‘na maglietta, 1982). Il nostro cortile invece, dove in altri momenti giocavamo a calcio o a “colore”, risuonava di Avrai, Claudio Baglioni. La sera dalle ringhiere si commentava la semifinale Germania Francia finita ai rigori, in attesa della finale del Mundial spagnolo con l’Italia in finale.
Le session pomeridiane affacciate sul cortile saranno aperte successivamente da Vasco Rossi, Bollicine (1983), Edoardo Bennato, È Goal (1984), Eros Ramazzotti Una storia importante, Zucchero Rispetto (1985) e ancora Ramazzotti con Adesso tu (1986). Il mio amico Giancarlo, che era un fortissimo attaccante, mi diceva che prima che diventasse famoso incontrava sempre Eros al campo Bettini di Lamaro, vicino Cinecittà.
Ascolti alternativi tra le hit
Un ascolto dissonante dal piano di sotto nello stesso anno fu Don Giovanni di Lucio Battisti (“Non penso quindi tu sei/questo mi conquista”). Gianni il mio vicino che trasmetteva da lì, continuò imperterrito a comprare e suonare Battisti anche nella sua fase post Mogol, insieme al revival del Battisti classico, di cui ricordo in particolare Prendila così e Nessun dolore (che erano pezzi di dieci anni prima). lo stesso amico e vicino mi regalò più avanti, sempre trasmessa da finestra a balcone, una raccolta di James Taylor, specialmente Carolina in my mind (originariamente del 1968). A riprova, se ce ne fosse bisogno, della grande raffinatezza presente nelle pieghe della borgata. Tornò Vasco nel 1987 con C’è ci dice no e nel 1989 con Liberi liberi. Nel 1988 la title track dei balconi era stata invece Hey Bionda di Gianna Nannini. Queste ultime tre arrivavano da Roberto al piano di fronte. Pochi ascolti femminili. Forse lo specchio di un’epoca o del genere dominante del palazzo, anche se a ben considerare anche nelle liste dei miei figli non ci sono donne oggi. A parziale correzione dirò che da quell’anno, avrei iniziato ad ascoltare Tracy Chapman e non avrei più smesso. Registriamo e consideriamo il tutto, comunque.
È quasi inutile dire che fosse Notti Magiche di Bennato e Nannini la canzone del 1990, proveniente ancora da Roberto e dal suo impianto (sempre più possente). Degli inizi degli anni Novanta ricordo l’esplosione dalla finestra degli 883. Gianni trasmette Come mai (1993), a quel punto ascolta e apprezza anche mio fratello, più piccolo di dieci anni, a cui praticamente lasciavo il balcone. Ascolti a volte vicini a volte lontani e lontanissimi dai miei gusti che si andavano formando, ma che porto tutti con me, così come Gianni, Giancarlo e soprattutto Roberto. Vicini e amici più grandi di me, e tutti sanno quanto contassero allora tre o quattro anni di differenza. Se i primi due non li incontro più da tempo, il terzo sono certo che non potrò più rivederlo, ma potrò continuare ad ascoltare solo la “sua” musica.
Prologo
In un secondo però sfuma il flashback, “questa strana ferrovia” della memoria mi riporta davanti a una porta e devo cogliere l’attimo, il bagno ora è libero, devo approfittarne. I miei figli cantano e questo è il nostro tempo, perché La vita è adesso (Claudio Baglioni, 1985). Può bastare.
