Il dolore di C. S. Lewis
Il testo
C. S. Lewis, Diario di un dolore, 1990, Adelphi, pp. 85.
L’autore
Nome completo, Clave Staples Lewis, quando scrive solo C. S. Lewis. Scrittore e accademico inglese. È autore della saga delle Cronache di Narnia e amico di Tolkien (a sua volta autore di quella del Signore degli anelli). Nasce nel 1898 e muore nel 1963, il 22 novembre, lo stesso giorno dell’assassinio di John Kennedy.
Sintesi del libro
Pubblicato nel 1961 sotto lo pseudonimo di N. W. Clerk, il testo registra le reazioni dell’autore alla morte repentina per malattia della moglie Joy Gresham, nel testo indicata con la sola lettera H.
È uno scritto per prendere una distanza (“A grief observed”, “un dolore osservato” il titolo originale). L’autore scrive su quattro quaderni trovati in casa. Mentre sta iniziando il quarto, egli è consapevole che non ne acquisterà altri. La scrittura dovrà essere circoscritta nel tempo, perché ha funzionato come “anestetico”, “come argine al crollo totale, come valvola di sicurezza”. Non si tratta infatti di descrivere uno “stato, di fare una mappa dell’afflizione” ma di registrare un “processo” che continuerà ben oltre la scrittura nella vita di tutti i giorni.
L’autore deciderà infatti di interrompere il racconto in maniera semi arbitraria, perché altrimenti non ci sarebbe motivo di smettere. il dolore ritorna in forme sempre nuove, che devono essere imparate ad una ad una. Ci sono diari che devono raccontare dei passaggi di vita, ma poi terminare, per non avvolgersi su sé stessi, essendo comunque utili.
Il testo racconta con una spaesata lucidità le consapevolezze vissute e non elegiache. Per esempio la presa d’atto della morte come realtà, con l’autore che registra: “La morte esiste. E tutto ciò che esiste ha importanza. E tutto ciò che accade ha conseguenze […] Vi è qualcosa di più certo del fatto che in tutte quelle vastità di tempi e di spazi, se mi fosse dato di cercare, non troverei mai il suo viso, la sua voce, il tocco della sua mano?”.
L’autore, pur considerandosi “cristiano”, non cerca scorciatoie consolatorie, ma si interroga con rigore. Racconta di aver preso in considerazione l’idea che Dio possa avere una natura indifferente e non misericordiosa, o peggio sadica. Con lo sviluppo del diario, ma senza mai semplificare o saltare a conclusioni affrettate in una visione edificante, C. S. Lewis comincerà a considerare tale silenzio come misteriosamente benevolo e a registrare la sua inadeguatezza di comprensione.
Ma prima dirà, con forza: “Non venite a parlarmi della consolazione della religione o altrimenti sospetterò che non capite”. Il testo è un’immersione, nella quale l’autore fornisce un’importante rassegna di riferimento attorno al trauma e al dolore da perdita irreversibile. Si possono individuare pagine che contengono le emozioni e gli stati corporei registrati nel dolore; le caratteristiche del dolore; il ricordo; la riflessione sulla fede e sul suo ruolo; la riflessione sulla morte.
Uno spunto autoformativo
Proprio questo modo di registrare osservazioni dell’esperienza, quando è possibile o quando è necessario, è un primo stimolo valido per le attività in aula e per l’operatività educativa. In particolare ci sembra interessante tra i tantissimi spunti rintracciabili in 85 pagine di edizione tascabile soffermarsi su uno. Il libro è anche una grande ricerca su ciò che è reale è ciò che è artefatto nel ricordo e nel pensiero. “Io penso a lei quasi sempre. Penso alle cose che erano lei; le sue parole, gli sguardi, le risate, le azioni. Ma chi le sceglie e le mette insieme è la mia mente. Non è passato neanche un mese dalla sua morte, e già sento il lento e insidioso inizio di un processo che farà della H. a cui penso una donna sempre più immaginaria […] non c’è più la realtà a frenarmi, ad arrestarmi di netto, come faceva tante volte la vera H.”
Ci ricorda che, anche prima del distacco, la realtà delle persone che incontriamo è irriducibile, ed è una presenza attiva che reclama attenzioni. La maggiore consapevolezza da coltivare è ricordarsi che le persone esistono, oltre i pensieri, i desideri, i discorsi e le registrazioni professionali che facciamo su di loro. Non solo i discorsi burocratici a cui è facile rimproverare distanza dagli aspetti umani, ma tutti i nostri discorsi, lavori e pensieri con altri soggetti. Siamo sempre così capaci di comprendere?
Oltre ad essere un testo di confronto con la morte, questa morte e non quella generale, (quindi con il nostro limite) è un testo sulla consapevolezza che mettersi nelle scarpe degli altri è arduo. “Solo un rischio vero” come una corda che deve tenerti saldo nel precipizio, “mette alla prova la realtà di una convinzione”.
Fuor di metafora e in questa chiave ulteriore, il testo può essere letto come il confronto con tutto ciò che è reale nelle persone, indipendentemente da noi, da cui ci lasciamo interrogare concretamente, per riconoscerne la dignitosa esistenza e il percorso che possiamo fare insieme.
Nella foto: gli interni del pub Eagle and Child di Oxford dove si incontravano C. S. Lewis e J. R. R. Tolkien https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Eagle_and_Child_(interior).jpg#Summary
