Il riposo e oblio di Moshfegh
Il libro
Ottessa Moshfegh, Il mio anno di riposo e oblio, traduzione di Gioia Guerzoni, 2020, Milano, Feltrinelli, pp. 240.
L’autrice
È nata nel 1981 a Boston, da padre iraniano e madre croata. Si è fatta notare con il romanzo di esordio Eileen, vincendo il PEN/Hemingway Award per l’opera prima. Ha pubblicato tra gli altri una raccolta di racconti dal titolo Nostalgia di un altro mondo.
Nelle sue storie emerge spesso una sensibilità verso temi come l’alienazione, l’insicurezza, la fragilità psicologica, la disillusione. Aspetti probabilmente influenzati anche dalle sue esperienze giovanili.
La scrittura mescola un realismo a volte disturbante su stili di vita estremi e sulle sofferenze individuali contemporanee, insieme a un approfondimento psicologico dei personaggi. L’impressione è che sia qualcosa di predicato probabilmente nei migliori corsi di scrittura creativa (frequentati con profitto), ma reso con padronanza e credibilità.
Sintesi del libro
Chi scrive ha letto un articolo intervista a Chiara Faggiolani su Il Tascabile (iltascabile.com), con un sottotitolo molto condivisibile “la solitudine della lettura ha bisogno di comunità”. È un lungo ragionamento sull’ultimo libro dell’intervistata (Libri insieme. Viaggio nelle nuove comunità della conoscenza, Laterza 2025), che parla dell’opportunità di dialogare, nei circoli di lettura. Ho intercettato questo articolo, proprio mentre avevo iniziato a frequentarne uno con mia moglie Vale e altre persone interessanti, animato da Massimiliano Manganelli (docente, critico letterario e insegnante di insegnanti) nella scuola Rugantino di Torre Spaccata a Roma. È veramente un’ottima idea far incontrare adulti per dialogare a partire dai libri e farlo nello spazio irrinunciabile di una scuola che si modula.
Ho incontrato lì, il testo di cui voglio parlare. Cominciamo con il titolo, che in originale suona: “My year of rest and relaxation”, che sarebbe letteralmente, “il mio anno di riposo e di rilassamento”. La traduzione italiana che sostituisce “relaxation”, con “oblio” è più interpretativa di ciò che accade alla protagonista, alla ricerca di fatto di un annullamento di sé.
Voce narrante è quella di una ragazza benestante newyorkese di 27 anni, che vive nell’Upper East side della città, nei quartieri della classe dominante. È bella e continua ad esserlo nonostante le abitudini che prende tra il 2000 e il 2001 (nel “suo anno”), pur avendo una vita economicamente privilegiata per posizione famigliare e un lavoro ambito da tutti i personaggi delle opere letterarie e cinematografiche che si muovono nella grande mela (la gallerista d’arte), vive una condizione di vuoto e di mancanza di senso della sua vita.
Compie su di sé un esperimento di ibernazione, vuole solo dormire, convinta che sia la soluzione utile per cancellare la sua coscienza e i suoi vissuti irrisolti traumatici, tra una famiglia dai sentimenti freddi se non distruttivi, una relazione degradante con l’agente di Wall Street Trevor, il rapporto indifferente con la fragile e predestinata amica Reva, alla quale non ricambia le attenzioni ricevute. Tutto con la complicità di una psichiatra superficiale, sempre pronta ad aumentare i dosaggi di psicofarmaci, la dottoressa Turtle. C’è poi la presenza di un artista cinese che frequenta la galleria d’arte.
“Dormire mi sembrava produttivo, come se qualcosa venisse risolto. Sapevo in fondo al cuore – e questa era forse l’unica cosa che sapevo in quel periodo – che se fossi riuscita a dormire abbastanza sarei stata bene. Mi sarei sentita rinata, nuova. Avrei potuto diventare un’altra persona, ogni cellula rigenerata tante volte così che quelle vecchie sarebbero state solo memorie sfocate, distanti. La mia vita passata sarebbe stata solo un sogno, e avrei potuto ricominciare senza rimpianti, rafforzata dalla beatitudine e dalla serenità accumulata nel mio anno di riposo e oblio”.
Sono temi riscontrabili nel romanzo: l’alienazione urbana (che mi ha rimandato ai personaggi “cool” di Don De Lillo, in chiave femminile stavolta), la depressione, l’anaffettività e la fuga dalla realtà; la critica alla cultura della produttività; la ricerca di nuova identità attraverso autodistruzione e rinascita; il rapporto complesso con il corpo e la percezione di sé. A volte qualche cliché fastidioso per chi scrive, sull’immaginario newyorkese più sbandierato, ma sono gusti e sensibilità personali.
Lo stile è dominato dalla voce della protagonista, che racconta con un tono cinico e lucido. La prosa di Moshfegh è molto pulita e controllata: frasi semplici, precise, sempre con una punta di cattiveria o di umorismo tagliente. È uno stile minimalista ma preciso, capace di approfondire i personaggi e di descrivere il modo distorto e anaffettivo con cui la protagonista percepisce il resto da sé.
La narrazione è piena di piccoli dettagli, anche sgradevoli, che Moshfegh sembra usare per togliere aura alla vita della sua protagonista e mostrarne il caos. La ripetitività, il ritmo monotono, le routine, i cicli di sonno e medicinali creano una specie di ipnosi narrativa che rispecchia lo stato mentale della protagonista, confuso e anestetizzato.
Uno spunto autoformativo
Se è vero che il dolore non deve essere mitizzato, né considerato une benedizione per le nostre vite, il racconto mette in luce le poche risorse degli esseri metropolitani occidentali di attraversare periodi di dolore, cercando il tasto reset.
Ma oltre questa considerazione, il libro può essere più semplicemente un’occasione per confrontare da vicino le reazioni individuali della protagonista con le nostre. Molti potranno riconoscere la tentazione di anestesia e potranno riflettere quanto siano modalità individuali e quanto sociali.
Vorrei mettere anche in luce uno spunto più trasversale e legato a quanto detto all’inizio. Ci sono storie di carta – quelle dei libri – lette da storie ambulanti, quali sono gli esseri umani. Nel semplice giro di tavolo del circolo si possono solo intuire i riverberi delle store individuali sugli sguardi e sui particolari messi in luce a seguito della lettura. Un monito per tutti i blogger.
Ascoltare il modo in cui le storie vengono lette e vissute da lettori e lettrici, col massimo ascolto possibile di letture dissonanti dalle nostre, apre a una possibilità di decentramento e problematizzazione, impensabili da soli. Sono piccoli modi per valorizzare la lettura e per fare esercizio di scoperta o di costruzione di significati comunicabili per non restare soli nella stanza della nostra lettura e delle interpretazioni troppo autoreferenziali.
