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Chi ha paura della retorica?
6 Gennaio 2026

Chi ha paura della retorica?

Retorica, libri e canzoni
Qualche settimana fa sono andato alla vendita di fine attività di una libreria storica di Roma di Via Cavour, che negli ultimi tempi si era trasferita in Via Prenestina.

Sul banchetto dei testi per la scuola, chi scrive ha trovato un manuale di Olivier Reboul del 1994, uscito in Italia nel 1996 da Il Mulino (Introduzione alla retorica). L’autore era un pedagogista e filosofo che aveva insegnato a lungo all’Università delle scienze umane di Strasburgo. Come al solito, tu credi di dare una mano a una libreria, ma è lei che, anche in difficoltà, sta offrendo fino alla fine qualcosa a te.

Tutto sommato il termine retorica è ancora abbastanza oscuro, almeno a chi scrive. Lo si sente utilizzare in modi diversi, spesso negativi, riferiti alla manipolazione inautentica. Sul dizionario De Mauro, viene infatti definito – secondo il senso comune – come un “modo di scrivere e di parlare eccessivamente ridondante e prolisso con ricerca di effetti esteriori atti a suggestionare il pubblico, ma privi di impegno intellettuale, morale e civile”.

Di una delle sue canzoni più celebri, La storia, Francesco De Gregori da dichiarato nel 2016 a Malcom Pagani de Il Fatto Quotidiano: “la scrissi in termini vagamente retorici”. Alla domanda che cosa significhi “retorica” risponde: “la presunzione di dire sempre la cosa giusta, ma la cosa giusta da dire in verità non c’è mai […]. La retorica è un nemico terribile. Mi fa paura. Il mondo delle canzoni ne è pieno. Ormai sento la puzza a distanza di chilometri” (Francesco De Gregori, I testi. La storia delle canzoni, a cura di Enrico Deregibus, 2020, Firenze, Giunti).

Una definizione di retorica
Se, parliamo di retorica come disciplina, ci riferiamo in realtà a un ambito di studio dei testi forse meno spaventevole, che discende dal mondo classico. La retorica ricerca intorno ai modi di persuadere, attraverso l’arte del discorso, sia esso politico o letterario. Il discorso è “ogni produzione verbale, scritta o orale […] che presenti una certa unità di senso”.

Si applica quindi solo ai discorsi che tendano a persuadere come: l’arringa difensiva, il comizio politico, il sermone religioso, il volantino propagandistico, il manifesto pubblicitario, il pamphlet, la favola morale, la lettera di richiesta, il saggio, il trattato, i drammi e romanzi a tesi, la poesia satirica o encomiastica. Sono invece discorsi non interessati dalla retorica: il poema lirico, la tragedia, il melodramma, la commedia, il romanzo, i racconti popolari, le storie divertenti.

Non si parla di canzoni né nell’una né nell’altra tipologia, con buona pace di De Gregori, ma potrebbe essere assimilata per vicinanza maggiore al melodramma, quindi da questo punto di vista (e non da quello del senso comune) sarebbe una forma di discorso lontana dal campo della retorica. La canzone non deve persuadere. Dove persuadere significa indurre qualcuno a credere qualcosa.

L’arte della retorica
Per Reboul la retorica non è una tecnica, ma un’arte, poiché non si limita a un’applicazione meccanica di regole ma richiede, creatività, giudizio, adattamento al contesto e responsabilità.

I mezzi per rendere persuasivo un discorso devono tenere conto di un aspetto argomentativo (di ordine razionale, indirizzato a un uditorio competente) e un aspetto oratorio (di ordine affettivo indirizzato a un pubblico più vasto).

In realtà, come spesso avviene, aspetti razionali e affettivi sono strettamente legati e risulta difficile, distinguerli quando sono in azione. Per esempio se gesto, tono e inflessioni sono mezzi del versante oratorio è più difficile stabilire se siano affettivi o argomentativi figure quali metafora (designare una cosa col nome di un’altra, dire roccia per dire rifugio emotivo per esempio), iperbole (figura che esagera per rendere con più efficacia, tipo “sto volando”) e antitesi (far risaltare una contraddizione attraverso una ripetizione: “non è la pace che nasce dalla paura, ma la paura dall’assenza di pace).

Le altre funzioni della retorica
Come visto esiste una funzione persuasiva nella costruzione di discorsi retorici (usato in senso disciplinare). Ma è propria della retorica anche una funzione ermeneutica, vale a dire quella di decodificare i testi nei loro punti di forza e di debolezza, di efficacia. “La storia siamo noi”, “siamo noi… Siamo noi…” è un’anafora (ripetizione della stessa espressine all’inizio di più versi), che serve a dare più forza al concetto che la storia sia fatta da persone comuni. “Questo piatto di grano” è una metafora efficace della vita, della sopravvivenza, del lavoro. “La storia entra dentro le stanze, le brucia” è una coinvolgente personificazione del concetto, a cui si attribuiscono azioni umane. Dicendo “la storia non si ferma davanti a un portone”, “la storia entra dentro le stanze”, si citano elementi concreti per evocare con efficacia e calore aspetti più ampi e complessi della vita privata. È una metonimia. E così via.
A De Gregori non piace che la sua canzone voglia retoricamente persuadere (c’è più che altro in gioco, ci sembra, un elemento di responsabilità nella creazione, che riguarda l’autore più che il pubblico), ma è decisamente interessante in che modo nel testo vengano date forza sangue e credibilità alle cose importanti che si vogliono cantare (in questo caso anche col mosaico di parole e musica, con uso metaforico di “mosaico” qui).

Non va dimenticata una funzione euristica (da un verbo greco che ha il significato di “trovare”), che prevede apertura e onestà da parte dell’oratore che, contrapponendosi ad altri, ha sempre l’opportunità di una maggiore conoscenza, facilitata dal dibattito.

Esiste infine, insieme alla persuasiva, all’ermeneutica e all’euristica, anche una funzione pedagogica nella retorica, vale a dire un accompagnamento possibile non solo nell’interpretazione ma pure nella creazione di un testo secondo un progetto, per “concatenare gli argomenti in modo coerente ed efficace, per “sorvegliare il proprio stile”, per “trovare giri di parole appropriate e la figure adeguate, a esprimersi con la scansione giusta e in maniera vivace”.

Sono riferimenti che un po’ colgono nel segno e un po’ provocano piccoli dolori, pensando al livello odierno del dibattito pubblico mondiale, dove la retorica è spesso solo tecnica di marketing politico in senso basso e non di persuasione autentica.

Dove tutto deborda e tutto degenera, perché non contenuto da una forma rigorosa e da un’attenzione etica. Così tutto diventa lecito, di fronte a un uditorio di volta in volta indifferente, oppure pronto a digerire l’ennesima cialtronesca mediocrità. Forse oggi siamo noi, uditorio degli oratori importanti, ad avere bisogno di nozioni maggiori di questa arte. La retorica siamo noi.