Le narrazioni sociali e le loro pratiche
Da qualche tempo chi scrive si sta interessando grazie all’amico Lando Cruciani (che lo ha alfabetizzato e sensibilizzato sul tema) a una pratica educativa che potrebbe essere utilizzata anche dagli Oepac.
Gli Oepac (operatori educativi per l’autonomia e la comunicazione) sono professionisti che forniscono supporto educativo, relazionale e comunicativo a studenti con disabilità, bisogni educativi speciali o fragilità scolastiche.
Il loro ruolo non è sanitario né strettamente didattico, ma educativo – assistenziale, con l’obiettivo di favorire la partecipazione, l’autonomia personale e l’inclusione dello studente nel contesto scolastico e sociale.
Non si tratta di insegnanti di sostegno, ma di figure complementari, che lavorano accanto al docente di sostegno, ai docenti curricolari e alla scuola. L’argomento interessante da esplorare e praticare per loro, potrebbe essere quello delle “narrazioni sociali”.
Cosa sono le storie sociali
Sono brevi testi strutturati che descrivono situazioni sociali, contesti, emozioni, aspettative e comportamenti appropriati in modo chiaro, realistico e rassicurante.
Nascono per aiutare le persone che incontrano difficoltà nella comprensione delle dinamiche sociali, offrendo un supporto comunicativo che riduca l’ansia e aumenti la prevedibilità degli eventi. La loro forza sta nell’uso di un linguaggio semplice, positivo e non giudicante, in una narrazione che privilegia il punto di vista della persona che la legge, e nella capacità di anticipare ciò che succederà in un determinato contesto. Le storie sociali non sono strumenti di correzione del comportamento, ma mezzi per comprendere, interpretare e gestire situazioni che possono risultare complesse o imprevedibili. Sono scritte seguendo criteri molto precisi, definiti negli anni e puntano a garantire un’informazione accurata, coerente e rispettosa delle esigenze della persona.
Chi ha inventato le storie sociali
È stata Carol Gray, educatrice statunitense specializzata in autismo, che ha anche registrato il marchio Social Stories. Nel 1991, mentre lavorava come consulente in una scuola del Michigan, sviluppò i primi esempi per aiutare studenti autistici a orientarsi in situazioni difficili, come cambi di routine o interazioni sociali ambigue. Negli anni successivi Gray ha perfezionato la metodologia, pubblicando manuali, guide operative e criteri di scrittura sempre più articolati Molti studiosi hanno contribuito alla diffusione e allo studio delle storie sociali, ma la teoria ufficiale e il marchio Social Stories fanno capo esclusivamente a Carol Gray.
Persone nello spettro autistico
Sono individui che presentano caratteristiche neurobiologiche che influenzano la comunicazione, la reciprocità sociale, la flessibilità cognitiva e sensoriale, insieme a modalità particolari di percepire e interpretare il mondo. Lo spettro è estremamente eterogeneo: include persone che richiedono un supporto minimo e altre che necessitano di assistenza significativa nella vita quotidiana. Alcuni aspetti comuni riguardano la difficoltà nell’anticipare gli eventi, comprendere segnali sociali impliciti, gestire cambiamenti improvvisi e interpretare le intenzioni o le emozioni altrui. In questo contesto, le storie sociali rappresentano un supporto fondamentale: rendono visibile e prevedibile, anche grazie al ricorso a immagini, ciò che è invisibile o ambiguo, trasformano situazioni complesse in narrazioni chiare, riducono l’ansia dovuta all’incertezza, offrono strumenti concreti per affrontare contesti sociali nuovi o potenzialmente stressanti. Non insegnano solo “cosa fare”, ma soprattutto perché una situazione funziona in un certo modo, promuovendo comprensione e autonomia.
Le tipologie di storie sociali
Nel tempo si sono sviluppate diverse tipologie di storie sociali, ognuna con finalità specifiche.
Le Storie descrittive: presentano una situazione o un contesto in modo semplice e oggettivo, per aumentare la comprensione di un contesto e ridurre l’ambiguità.
Le Storie direttive o di coping: suggeriscono strategie o comportamenti utili in determinate circostanze per offrire alternative di comportamento senza imporre regole rigide.
Le Storie prospettiche: spiegano pensieri, emozioni e punti di vista degli altri per favorire la teoria della mente, comprendere pensieri ed emozioni altrui.
Le Storie di controllo: spesso co-create con la persona, riportano strategie personali di autoregolazione per gestire emozioni, stress o confusione.
Le Storie positive o motivazionali: rinforzano comportamenti già presenti o motivano ad adottarne di nuovi per consolidare strategie personali per rinforzare autostima, senso di competenza e comportamenti positivi.
Le Storie di anticipazione o di transizione: preparano a un cambiamento o a un evento nuovo per aumentare la comprensione di un contesto, ridurre l’ambiguità.
Le Storie per routine: descrivono sequenze prevedibili, come prepararsi al mattino per rendere stabile e chiara una sequenza di azioni quotidiane.
Le Storie di sicurezza: forniscono informazioni per affrontare situazioni potenzialmente rischiose per offrire comportamenti protettivi e aumentare consapevolezza dei rischi.
Come si costruisce una storia sociale
La costruzione di una storia sociale, per dirla in pillole, segue criteri precisi. I passaggi principali includono:
Osservazione e raccolta informazioni: comprendere la situazione, il contesto, le difficoltà della persona e i suoi punti di forza.. Definizione dell’obiettivo: chiarire che cosa si vuole spiegare e perché. Scelta della prospettiva: scrivere dal punto di vista della persona (“Io”, non “Tu devi”). Uso di un linguaggio semplice, positivo e non giudicante: evitare comandi, punizioni o richieste rigide. Predominanza di frasi descrittive rispetto a quelle direttive. Struttura chiara: titolo, descrizione della situazione, cosa aspettarsi, eventuali strategie utili, conclusione rassicurante. Supporti visivi: immagini, pittogrammi, fotografie o disegni possono aiutare la comprensione. Revisione con la persona: leggere insieme, verificare che la storia sia comprensibile e utile. Uso continuo e flessibile: la storia va adattata nel tempo, aggiornata e riletta quando necessario.
Contesti di applicazione
Sebbene nate in ambito scolastico, le storie sociali possono trovare applicazione anche in un’ampia varietà di contesti. In famiglia per routine quotidiane, gestione dei cambiamenti, preparazione a eventi nuovi. In centri clinici e riabilitativi, per orientare in interventi psicologici, logopedici, psicomotori o neuropsichiatrici. Nei servizi sociali, per accompagnare in percorsi di autonomia o inserimento sociale. Nei luoghi pubblici come supermercati, musei, mezzi di trasporto, parchi, contesti comunitari. In ambito sanitario, possono essere utili nella preparazione a visite mediche, esami, ricoveri o procedure potenzialmente ansiogene. Nei luoghi di lavoro possono essere di supporto a giovani e adulti nello spettro coinvolti in programmi di inserimento. Possono svolgere un ruolo nelle transizioni di vita in genere: cambi di casa, passaggio da un ciclo scolastico all’altro, fasi evolutive delicate.
La loro flessibilità le rende utili in qualsiasi situazione che richieda anticipazione, comprensione e chiarezza.
Carol Gray in italiano
I libri disponibili in lingua italana dell’inventrice del metodo sono i seguenti.
Carol Gray, Le storie sociali, 2017, Trento, Erickson.
Carol Gray, Conversazioni a fumetti. Le Comic Strip Conversations per comprendere meglio le interazioni sociali, 2014, Trento, Erickson.
Carol Gray, Jacqui Roberts, Il mio libro delle storie sociali, 2013, Trento, Erickson.
Altri riferimenti possibili
Diversi autori hanno contribuito in modo significativo allo studio delle “social narratives”, strumenti narrativi affini alle Social Stories di Carol Gray, pur senza poterne usare il marchio registrato.
Tony Attwood ha discusso l’uso di narrazioni per spiegare situazioni sociali a persone con autismo ad alto funzionamento. Brenda Smith Myles ha approfondito strategie educative per facilitare comprensione e comportamento adattivo. Scott Bellini e Jed Baker hanno sviluppato strumenti visivi e narrativi per insegnare abilità sociali in contesti scolastici. Elise Gagnon ha proposto modelli semplificati per ridurre ansia e comportamenti problematici. Carolyn Saarni ha offerto contributi teorici sulle competenze emotive, utili a comprendere l’efficacia delle narrazioni. Stephen Krantz e Lynn McClannahan hanno studiato script visivi e modelli testuali complementari alle narrazioni sociali. Infine, Carol Goossens, Sharon Gianotti, Karen Wilkinson, Caitlin Ryan e Beth Romberger hanno realizzato materiali visivi e linee guida per supportare la comunicazione e la partecipazione sociale.
