Le virtù dell’educatore
Dal bookcrossing un libro
Organizzando un po’ di bookcrossing insieme ad altri in una vecchia cabina telefonica a Torre Maura (libri gratutiti in circolo virtuoso di mano in mano), chi scrive si è ritrovato tra le mani tre scritti di Paulo Freire in un libretto tascabile di qualche anno fa. In Educare Controvento avevamo trovato il racconto di Franco Lorenzoni e del suo incontro col pedagogista brasiliano nel gennaio 1989 all’Università di Bologna, che aveva chiesto ai giovani insegnanti del Movimento di Cooperazione educativa: “ma voi da che parte state?”. Freire aveva scelto gli oppressi, immaginando l’educazione come forza trasformatrice e liberatrice, sia per i discenti che per i docenti. Infatti aveva scritto, tra le altre cose: “Nessuno educa nessuno. Nessuno si educa da solo. Gli uomini si educano tra loro con la mediazione del mondo”.
Le virtù per la trasformazione
Nel primo dei tre scritti ho trovato una “riflessione critica sulle virtù dell’educatrice e dell’educatore”. Sono sempre utili decaloghi che non contengano leggi assolute, ma bussole di buone teorie e prassi. Sono le virtù di quegli educatori che si pongono l’obiettivo della trasformazione. Sono 8 punti da tenere presenti. Sono brevi riflessioni: sulla coerenza dell’educatore; sulla valorizzazione della domanda degli educandi più che sulle risposte degli educatori (spesso risposte a domande che nessuno ha posto); sulle relazioni profonde tra soggettività personale e oggettività del mondo (con le trasformazioni dell’una e dell’altra connesse); sul rispetto di una visione del mondo “popolare” degli educandi da cui partire; sulla scelta di una postura radicalmente democratica nell’insegnamento, evitando spontaneismo e manipolazione; sul dialogo continuo di teoria e pratica; sul praticare una pazienza impaziente (essere pazienti ma non per insegnare l’adattamento); sull’importanza di conoscere il contesto in cui ci muoviamo.
La concezione bancaria dell’educazione
La premessa di Freire nel secondo scritto è chiara: “Non può esserci teoria pedagogica implicante fini e mezzi dell’azione educativa che non possieda un concetto di uomo e di mondo. In questo senso non esiste un’educazione neutra”. In base a come guardiamo l’educazione (adattamento al mondo o trasformazione del mondo?), metodi e obiettivi si riorganizzeranno attorno a tali visioni. Freire difende un’educazione generatrice di soggetti “del mondo e con il mondo”, che lascino spazio alla soggettività altrui. Mentre quella che Freire definisce una concezione “bancaria” dell’educazione, per cui il processo educativo è un continuo “deposito di contenuti” mono direzionale (da docente ad alunno), può portare solo all’addomesticamento dell’uomo e al suo adattamento, senza favorire le azioni trasformative e umanizzanti dell’uomo nel mondo. Bisogna scoprire quanto mondo c’è nella nostra coscienza e lavorare per la trasformazione contemporanea di coscienza e mondo. La concezione bancaria nega la realtà in divenire e immobilizza la dinamicità. L’educazione umanizzante richiede un atteggiamento permanente di riflessione sulle situazioni esistenziali concrete che ci riguardano.
Il professore universitario come educatore
Il docente universitario se in relazione profonda col mondo, può porsi l’obiettivo di essere “anche un formatore e non semplicemente informatore o catalogatore”. L’attività di docente deve essere “eminentemente comunicativa” in relazione al suo tempo e al suo spazio, per non diventare un mero “comunicato” dell’esistente, delle procedure e dei formalismi. La sua azione è insieme una fedeltà e un’infedeltà al suo tempo e al suo spazio.
Ripartire dalla testimonianza
Se Freire ci ha insegnato l’importanza della coltivazione di uno spirito critico, si può ripartire criticamente dalla lettura dei suoi testi, “discernendo” cosa appartiene al tempo e allo spazio in cui sono scritti ma “trascendendo”, portando con noi approcci e concetti, per inserirli ancora oggi nel nostro mondo e nelle nostre visioni educative.
Dopo la domanda di Freire “da che parte state?”, Franco Lorenzoni, ragiona su un compito consegnato all’intervento educativo dall’art. 3 della nostra Costituzione laddove si parla di “pari dignità”, “rimozione di ostacoli” e “pieno sviluppo della persona umana”. Sia la Costituzione che le virtù di Freire sono libri che possiamo portarci in tasca, per avvicinare l’educazione ai riferimenti che merita.
Nota biobibliografica minima
Paulo Freire (1921 – 1997), autore della Pedagogia degli oppressi (scritta nel 1967 – 68 e pubblicata nel 1972), fu costretto a lasciare il Brasile dopo il colpo di stato del 1964, poiché la sua idea di coscientizzazione degli oppressi (la presa di coscienza della propria condizione sociale ed economica), fu vista come attività sovversiva per il nuovo ordine conservatore.
Durante il suo esilio continuò a sviluppare le sue concezioni sull’educazione liberatrice e il suo metodo, in America del sud (Bolivia, Cile), negli Stati Uniti e in Svizzera. Durante i sedici anni di esilio la sua opera divenne un punto di riferimento globale per la pedagogia critica e l’educazione degli adulti. Rientrato in Brasile nel 1985, all’inizio del processo di democratizzazione, riprenderà ad occuparsi anche di politica educativa pubblica.
I testi di cui parliamo sopra, provengono da un discorso del 21 giugno del 1985 pronunciato alla riunione preparatoria della terza Assemblea mondiale dell’educazione degli adulti (Le virtù dell’educatore); da un testo dattiloscritto redatto in spagnolo a Montevideo, Uruguay nel 1968 (La concezione “bancaria” dell’educazione e la disumanizzazione); da un articolo apparso in una rivista pedagogica nel 2008 (Il professore universitario come educatore). Sono stati raccolti in una collana curata da Goffredo Fofi nel testo: Paulo Freire, Le virtù dell’educatore. Una pedagogia dell’emancipazione, 2017, Bologna, EDB, pp. 88.
