La proprietà di Deck
Il libro
Julia Deck, Proprietà privata, traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala, 2025, Valeggio sul Mincio, Prehistorica Editore, pp. 184.
L’autrice
Nasce a Parigi nel 1974 da padre artista francese e madre traduttrice britannica. Ha studiato Lettere alla Sorbona e ha lavorato nel campo dell’editoria da responsabile della comunicazione. Dal 2005 si è dedicata a tempo pieno alla scrittura. In Francia pubblica per la prestigiosa casa editrice Minuit. Tra i romanzi pubblicati in italiano ci sono: Sigma (Prehistorica editore, 2022) e il suo libro di esordio Viviane Elisabeth Fauville (Adelphi, 2014)
Del 2025 da Adelphi anche l’uscita di Ann d’Inghilterra, libro all’incrocio tra romanzo e ricostruzione biografica della vita della madre, attraverso i decenni vissuti da eterna straniera.
Sintesi del libro
La vicenda segue un gruppo che in Francia viene chiamato “bobos” (bourgeois-bohème), mescolando satira sociale, noir domestico, commedia nera e critica sociologica.
Sono persone colte, ecologiste, progressiste ma incapaci di far diventare valori praticati i principi che professano. Il romanzo mette in scena anche uno scontro tra questa borghesia colta e un’altra più cafona, di recente ascesa sociale. Ma i confini, in ultima analisi, non sono poi così definiti.
I personaggi vivono in un eco quartiere suburbano fuori Parigi, alla ricerca di una vita tranquilla, regolata e “sostenibile”.
A raccontare la storia dalla sua prospettiva è Eva Caradec (architetta e urbanista), rivolgendosi al marito Charles (docente universitario in congedo, che vive una sofferenza psichica importante, di dubbia origine) in quella che sembra una lunga lettera o confessione.
Scopriamo ben presto l’intenzione del marito di uccidere il gatto “Pel di Carota” dei vicini, più giovani e immobiliaristi. Annabelle Lecoq è invadente, provocatoria, irrispettosa e molto seduttiva verso gli uomini. Organizza feste rumorosissime fino al mattino. Il marito è una figura meno distruttiva ma molto opaca. Parcheggia sempre davanti al cancello dei Caradec, per poi scusarsi.
Il contesto residenziale sembra rappresentare il mito della vita perfetta e sostenibile, anche se le mura sottili e la vicinanza fisica annullano la privacy: tutti osservano tutti. Si entra in una comunità costruita artificialmente che diventa claustrofobica. Nella privatizzazione continua dello spazio e delle relazioni, il gatto, libero e trasversale nell’attraversamento delle proprietà, diventa una vera e propria minaccia all’esclusività.
Tra gi altri temi riscontrabili segnaliamo: il fallimento della comunità ideale. Non è il luogo in cui si vive a produrre comportamenti virtuosi, né sono le regole esteriori a garantire la convivenza.
Il romanzo suggerisce come fastidi quotidiani, vicinanza fisica e mancanza di privacy possano generare violenza psicologica e sociale. Ancora più interessante è l’oscillazione tra due impulsi opposti: il desiderio di riservatezza e quello di spiare gli altri residenti e le proprietà confinanti, come in una morbosa e invadente Finestra sul cortile contemporanea.
Ma senza dubbio una questione portante è la progressiva scoperta dell’inaffidabilità della narrazione. La voce di Eva è ironica ma disturbante. Il lettore sospetta ben presto che possa manipolare i fatti.
Uno spunto autoformativo
Tra le molte piste di lettura – psicologiche, criminologiche, sociologiche – una in particolare ha colpito chi scrive. L’ecoquartiere, dotato di infrastrutture (che però non funzionano) per autosufficienza e sostenibilità, non diventa un volano di collaborazione e vicinato solidale. Si trasforma invece in uno spazio di sorveglianza continua e conflitto.
L’atteggiamento ambientale dei personaggi ricorda una frase dell’attivista brasiliano Chico Mendes, ucciso per aver difeso le popolazioni amazzoniche dallo sfruttamento delle compagnie estrattive: “l’ecologia senza lotta di classe è giardinaggio”.
Qui vediamo all’opera una lotta intraclassista, che difende interessi particolarissimi, in nome di principi altissimi mai praticati. Il controllo estremo viene scambiato per dignità di rango. Ma come ci insegna Primo Levi, non è importante demonizzare, ma casomai verificare continuamente in noi stessi, se siamo interessati nella vita sociale a piccole metamorfosi che ci chiudano, ci inaridiscano e ci rendano più asociali. I proprietari delle residenze verdi del romanzo fanno il contrario, allontanano da loro gli aspetti mostruosi, proiettandoli sugli abitanti delle contigue case popolari.
Eva sembra raccontarsi una storia che fa acqua da tutte le parti. Mentre nel complesso redidenziale difende ardentemente il suo giardino di casa, lavora per uno studio, che proclama parole d’ordine progressiste sull’urbanistica (spazi aperti, flessibili, condivisi). Da quello che si capisce, nei progetti di riqualificazione di quartieri difficili a est di Parigi di cui si sta occupando con il capo e il collega più giovane Romain (anche lui misterioso), prevalgono di gran lunga gli aspetti di speculazione a quelli di missione per la coesione sociale.
