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Memoria e letteratura - Letture Ballerine
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Memoria e letteratura
Crediti foto: Foto di Viliam Kudelka da Pexels: https://www.pexels.com/it-it/foto/edifici-storici-in-mattoni-ad-auschwitz-birkenau-31505642/
27 Gennaio 2026

Memoria e letteratura

È accaduto, può accadere ancora e accade
Come sempre il mese del Giano bifronte gennaio, porta tra passato e futuro, ci accompagna verso la Giornata della Memoria.

Quello che è stato l’Olocausto, per chi scrive e per molti altri, è stato interiorizzato leggendo e rileggendo un testimone e uno scrittore eccezionale: Primo Levi. Per questo sono personalmente impermeabile a qualsiasi manipolazione. Di qualsiasi tipo: storico, politico e del senso comune. Così come sono immune dall’antisemitismo.

Primo Levi ha raccontato e riflettuto diventando un riferimento insostituibile di testimonianza e comprensione. Attraverso lucidità, rigore, analisi e potenza della sua lingua

La lezione di Levi affida bussole importantissime, su come nascono e si normalizzano la violenza, la disumanizzazione e l’indifferenza, non solo nei lager (i campi di sterminio della Germania nazista e il suo sistema tecnologicamente votato alla distruzione e alla sparizione delle tracce), ma nelle società umane.

È successo agli ebrei nell’Europa nel Novecento (al culmine di una lunga storia), è avvenuto successivamente al 27 gennaio 1945 e avviene, del tutto o in parte, ancora oggi. Il sistema lager, si è esteso nello spazio e nel tempo.

L’utilità della violenza inutile
“La vittima dev’essere degradata, affinché l’uccisore senta meno il peso della sua colpa. È una spiegazione non priva di logica, ma che grida al cielo: è l’unica utilità della violenza inutile” (I sommersi e i salvati).

La violenza e la disumanizzante sono alimentate dall’opportunismo, dal conformismo, dalla sottovalutazione e dalla difesa dei propri interessi di una parte di individui e gruppi nella società che è per Levi la “zona grigia”, quella parte che rende possibile l’esecuzione delle procedure. Nel Lager c’erano i kapo (prigioniero del campo che sorvegliava un gruppo di altri prigionieri, spesso reclutato tra detenuti e spesso esecutore di grandi violenze) e i sondercommandos (squadre di prigioneri in stretto contatto con le SS per la realizzazione delle procedure logistiche di sterminio) collaboratori non nazisti, ma ebrei, allo sterminio. Sulle squadre Primo Levi scrive “Si tentava di spostare su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa, talché, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti. Non è facile né gradevole scandagliare questo abisso di malvagità, eppure io penso che lo si debba fare, perché ciò che è stato possibile perpetrare ieri potrà essere nuovamente tentato domani” (I sommersi e i salvati) Ma subito fuori dai campi c’era una rete di collaboratori con il male storico in grande o in piccola scala: dalle aziende costruttrici di grandi forni e camere a gas, ai cittadini vicino ai campi che ricevevano dalle autorità vestiti di bambini per i loro figli, senza chiedersi (o senza rispondersi) da dove e perché arrivassero. La lezione di cui fare memoria per ogni presente è che non ci sono solo buoni e cattivi nella storia, ma c’è una vasta fascia di convivenza che ci riguarda.

La disumanizzazione dell’altro
I sistemi – ha scritto Primo Levi – non funzionano senza compromessi, obbedienze, piccole o grandi complicità nei contesti politici, economici e sociali.

I campi ci hanno raccontato – e noi possiamo farne memoria – che parliamo di disumanizzazione quando alcuni umani vengono ridotti a numeri (Levi ne aveva uno sul braccio: 174517), a funzione, a nemico, a invasore, a scarto. Nelle differenze di contesti, di quantità di donne, uomini e bambini implicati negli stermini di ieri e di oggi, il tema della squalifica estrema dell’altro prima e durante uccisioni e violenze, è una costante. Non sono persone che mi somigliano, con un corpo che prova sofferenza, emozioni e sentimenti, sono esseri inutili e dannosi, questo l’approccio dei carnefici che cercano l’adesione convinta o grigia dei popoli.

Impossibile non fermarci e non trovare un monito guardando quello che avviene oggi in rapida e intuitiva panoramica: Iran, Israele, ICE, politiche migratorie (per non parlare di quello che è avvenuto nei Gulag sovietici o nella ex Jugoslavia o ancora in America centrale e del sud, solo per fare degli esempi). La disumanizzazione è facilitatrice delle violenze più atroci. L’altro non è uguale a me e non è degno di contaminarmi o semplicemente di vivere.

Le bussole di Primo Levi
Ho pensato molto a Primo Levi in questi ultimi tempi. Durante la perdurante invasione illegittima e cruenta della Striscia di Gaza e all’occupazione delle terre della Cisgiordania da parte di Israele, successivamente agli orrendi attentati di Hamas. Ho scoperto che negli anni Settanta e Ottanta con una serie di articoli e interventi, soprattutto sul quotidiano La Stampa di Torino (la sua città), l’autore aveva parlato della situazione della regione, soprattutto all’indomani dell’invasione del Libano da parte di Israele nel 1982, in un’intervista. In tali occasioni aveva difeso il diritto di esistenza e difesa di Israele, ma aveva condannato apertamente la politica militare espansionista israeliana e la sua sproporzione di risposta, rifiutando ogni giustificazione morale automatica basata sulla Shoa. Aveva riconosciuto il popolo palestinese e ammesso le sofferenze e le privazioni. Aveva rifiutato l’identificazione tra ebrei e Israele, contro ogni conformismo senza spirito critico.

Primo Levi è un propugnatore della memoria per impedire nuovi mali. Se l’Olocausto spiega la nascita di Israele, non lo assolve nel momento in cui replica, in tutto o in parte, un sistema di distruzione.

Un’eredità di Primo Levi
Forse quello che l’autore ci lascia è proprio la lucidità, non ideologica ed etica. Poi una paradossale fiducia, nonostante tutto, nella ragione, nella scienza, nel dialogo senza ingenuità, quindi nel valore della scrittura come testimonianza. Sono lasciti che possono essere cercati e fatti nostri, per esercitare attivamente spirito critico e memoria.

L’opera di Primo Levi in breve
In Se questo è un uomo (1947) Levi indaga la disumanizzazione nel Lager; La tregua (1963) racconta il difficile ritorno alla vita dopo la liberazione; Il sistema periodico (1975) intreccia memoria personale e identità attraverso la scienza; La chiave a stella (1978) riflette sul valore etico e umano del lavoro; Se non ora, quando? (1982) racconta un’azione di resistenza ebraica; Ad ora incerta (1984) esprime in poesia la persistenza del trauma e del ricordo; L’altrui mestiere (1985) raccoglie interventi su scienza, cultura e responsabilità civile, compresa l’intervista sull’invasione del Libano di cui abbiamo detto; I sommersi e i salvati (1986) analizza la memoria del Lager, la colpa e le ambiguità morali della testimonianza. L’intera opera è unificata da uno stile limpido, razionale e antiretorico, che fa della chiarezza una scelta etica.