Il konbini di Murata
Il libro
Murata Sayaka, La ragazza del convenience store, traduzione di Gianluca Coci, 2018, Roma, Edizioni E/O, pp. 175.
L’autrice
Nata nella provincia di Chiba in Giappone nel 1979. Ha iniziato a scrivere precocemente racconti fin dalle scuole elementari. Ha esordito nel 2003 con il primo racconto Junyū (L’allattamento).
I suoi testi affrontano temi quali: la non conformità sociale, i ruoli di genere, l’alienazione sociale, e le relazioni umane atipiche o marginali. Ha vinto numerosi premi in carriera, tra cui il Mishima.
In Italia sono usciti, principalmente da Edizioni E/O: La ragazza del convenience store (pubblicato in Italia nel 2018, originariamente uscito in Giappone nel 2016), I terrestri (2021 in italiano, originale giapponese nel 2018 con il titolo Chikyū seijin), La cerimonia della vita (2023 in italiano, basato sulla raccolta giapponese Seimeishiki del 2019), Parti e omicidi (2024 in italiano; titolo giapponese Satsujin shussan pubblicato nel 2014) e Vanishing World (2025 in italiano, tratto dall’originale Shōmetsu sekai del 2015).
Sintesi del libro
Le pagine seguono la vicenda di Fukurura Keiko, che entra da ragazza di diciotto anni a lavorare part time in un konbini, trasformazione contratta in giapponese di convenience store. Si tratta di un piccolo negozio di vendita al dettaglio, aperto molte ore al giorno, spesso 24 per 7 giorni a settimana dove trovare: alimenti pronti, spuntini e dolci confezionati, bevande fredde e calde, alcolici, prodotti di prima necessità, giornali e riviste. Offre anche servizi come ricariche, pacchi, bollette, fotocopie e stampe, biglietteria. Assunta quando l’esercizio era stato appena aperto in un quartiere della periferia di Tokyo, ritroviamo la protagonista nello stesso luogo a trentasei anni.
Un’analessi ci riporta alla sua infanzia, mostrandoci suoi comportamenti caratterizzati da apparente insensibilità e iper realismo. Da adulta la troviamo alle prese con un auto addestramento attraverso imitazione (dei capi e delle colleghe – Sugawara e Izumi – che prende a riferimento), per replicare comportamenti, toni della voce, modi di dire e fare di chi le sta intorno. Nel konbini trova un sistema chiaro di regole e comportamenti da seguire, che le permette di sentirsi inserita, fino a scoprirsi votata alla causa.
Si dedica con applicazione alla sistemazione strategica della merce e diviene un punto di riferimento per i clienti. È la più brava a salutare chi entra al quasi grido di “irasshaimase!”. Formula di saluto e benvenuto ai clienti.
La sorella Asami, che vive a Yokohama ed è da poco madre, le esprimerà la sua preoccupazione: “Da quando lavori in quel konbini sei diventata ancora più strana. Persino il tuo modo di parlare è cambiato… Hai un’espressione innaturale, non sei te stessa… Quando parli sembra quasi che ti rivolga a dei clienti… Ti supplico, fai uno sforzo, comportati come una persona normale!”.
Incontrerà un nuovo collega, con cui inizierà una relazione particolare, più che altro un sodalizio sociale, senza sentimento né sesso. Shiraha, così si chiama, appare un uomo frustrato, misogino e critico della società contemporanea, che ritiene non molto dissimile alle ere preistoriche giapponesi (come l’epoca Jomon). Diventerà per Keiko uno specchio deformante e un alleato nella sua ribellione in sordina alle norme sociali (che la vorrebbero sposata alla sua età, con figli, casalinga o impiegata in un lavoro full time più qualificato del suo). Con Shiraha instaura un patto pragmatico di coppia apparente, non romantico né intimo, per apparire entrambi “normali”. Nonostante questo, le loro intenzioni non si riveleranno coincidenti.
Seguiamo la vicenda della protagonista e della pressione che chi le sta intorno, da Shiraha fino al gruppo delle ex compagne di scuola, esercita per separarla dal microcosmo konbini e per vedere come evolve tale legame.
Si tratta del terzo libro condiviso nel circolo di Lettura Rugantino 91 a Torre Spaccata, quartiere di Roma est, curato da Massimiliano Manganelli.
Uno spunto autoformativo
La descrizione dei comportamenti di Keiko da bambina, insensibile alle sofferenze di animaletti nel parco, fa pensare a tratti autistici (come anche la necessità da adulta di dover imitare comportamenti nelle situazioni relazionali), che però sembrano più funzionare come allegoria che a caratterizzare il personaggio e la storia in quella direzione.
Anche lo stile cognitivo di Keiko, votato all’addestramento e alla riproposizione mimetica di comportamenti, fa pensare ad altri personaggi letterari e cinematografici con sindrome Asperger (vedi Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, di Mark Haddon). Ma tali caratterizzazioni restano indefinite e sembra servano esclusivamente a mettere in luce con ancora più forza la dinamica tra i comportamenti individuali e le aspettative sociali fin dalla tenera età.
A chi scrive questo accento sul conformismo sociale ha rimandato a un aspetto rilevante della scuola. C’è un modo, in inglese, di indicare il fenomeno di chi abbandona gli studi e prima ancora si disamora della scuola. Si chiama drop out, che letteralmente significa fuori misura. Chi non trova piena o totale collocazione a scuola, possiamo dire non venga ritenuto della misura giusta per passare dall’entrata e quindi accede e resta solo chi già conformato in un certo modo, da prima di varcare la soglia.
Non finiremo mai di ringraziare chi lavora senza sosta per modificare quelle porte e per rendere gli spazi educativi e didattici della scuola un luogo di accoglienza per differenti intelligenze. L’attenzione e la consapevolezza di un ambiente sociale che lascia spazio allo sviluppo autonomo, passa dagli stipiti. O dall’apertura scorrevole di un konbini.
