I piccoli suicidi di Paasilinna
Il libro
Arto Paasilinna, Piccoli suicidi tra amici, traduzione di Maria Antonietta Iannella e Nicola Rainò, 2006, Milano, Iperborea, pp. 288.
L’autore
Arto Tapio Paasilinna è nato a Kittilä nella Lapponia finlandese nel 1942, è morto nel 2018 a Espoo. È una degli scrittori finlandesi più popolari e tradotti al mondo. Lavora dapprima come guardiaboschi, poi come giornalista, abbandonando questa seconda carriera nel 1975 per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Il suo libro d’esordio, L’anno della lepre, fu un successo immediato, che ha resistito nell’interesse dei lettori al passare degli anni.
È stato uno scrittore molto prolifico, caratterizzato da leggerezza narrativa e humor – in apparente contrasto con tematiche ardue da affrontare – e da elementi di critica sociale presenti nei suoi numerosi romanzi.
Sintesi del libro
Pubblicato nell’edizione originale nel 1990, il romanzo se tradotto letteralmente dovrebbe chiamarsi “L’affascinante suicidio collettivo” o “Il delizioso suicidio di massa”.
Onni Rellonen (imprenditore fallito, uomo ordinario schiacciato dagli eventi) e Hermanni Kepmaninnen (colonnello in pensione, reduce di guerra che non ha ritrovato collocazione), si incontrano nello stesso posto dove nello stesso momento hanno deciso autonomamente di togliersi la vita. La coincidenza e i ragionamenti che i due svolgono insieme, porta a una decisione ulteriore. Se è vero che esistono molti finlandesi nelle loro condizioni, perché non organizzare una campagna di emersione del fenomeno attraverso un annuncio? E perché, trovate persone disperate in tutti i luoghi del paese, non organizzare una spedizione di gruppo di aspiranti suicidi per andare a morire insieme? Agli organizzatori si unirà una giovane donna colta, la vicepreside Helena Puusaari.
Nascerà così un’associazione, la Libera Compagnia dei Morituri Anonimi, e un lungo viaggio organizzato, capeggiato dal colonnello. Dapprima verso la Norvegia e Capo Nord. L’inquadramento militare della spedizione conferisce un tono grottesco e divertente, mentre uno degli aspetti centrali del libro è la coralità rappresentata dai tanti personaggi che si uniscono alla spedizione. Paasilinna offre una carrellata di figure particolari: alcoliste, separate, sole, frustrate, di cui si racconta la storia per brevi cenni o più diffusamente.
Il romanzo diviso in due parti, vede nella prima la costruzione del progetto e del gruppo (per grandissima accumulazione); nella seconda un viaggio che diventa sempre più di conoscenza e consapevolezza. Trasversalmente vengono esplorate tutte quelle condizioni che rendono insopportabile l’esistenza nella società (isolamento, perdita di ruolo, solitudine, fallimenti, assenza di significato). Per contrasto vengono alla luce l’importanza della comunità e il valore del viaggio. Lo stile è contraddistinto da un tono impassibile davanti a condizioni tragiche, che ha un effetto umoristico forte.
La natura è insieme un elemento caratterizzante del punto di vista finlandese sul mondo e specchio delle inquietudini dei protagonisti: “un finlandese si sente tanto più al sicuro, quanto più è tenebrosa la foresta in cui si addentra”.
Un aspetto fondamentale sembra essere proprio il gioco satirico con lo stereotipo che i finlandesi attribuiscono a loro stessi, già dall’incipit: “Il più formidabile nemico dei finlandesi è la malinconia, l’introversione, una sconfinata apatia”. Uno degli stereotipi più diffusi riguarda la presunta incapacità dei finlandesi di socializzare, anche se uomini e donne socializzeranno a loro maodo anche durente un viaggio della morte.
L’avventura si prolungherà oltre il dovuto, alla ricerca di un buon posto dove finire, in senso assoluto. Detto questo, la storia si segue fino in fondo con suriosità.
Uno spunto autoformativo
Sembra evidente come, sebbene sia un romanzo tutt’altro che edificante e completamente privo di scorciatoie, non sia un racconto sul suicidio ma sul suicidio come sintomo personale e sociale.
A chi scrive ha colpito, tra i tanti, un passaggio del romanzo: “i candidati suicidi cominciarono a farsi l’idea di essere in una condizione tutto sommato migliore di quei connazionali condannati a condurre una grigia esistenza in quella patria miserabile. Constatazione che li rese – perla prima volta da tempo – finalmente felici (p. 161)
Ho ricordato quello che sapevo del filosofo Schopenhauer, quando sostiene che il suicida non rifiuta la vita in quanto tale, ma le condizioni concrete della propria esistenza. In altre parole, il suicida desidera ancora la vita, ma una vita diversa da quella che gli è stata data. Per questo il suicidionon è una negazione della volontà di vivere, bensì una sua estrema affermazione.
Questa idea ha avuto una lunga fortuna nella filosofia e nella letteratura del Novecento. In forme diverse la ritroviamo anche in Albert Camus, per il quale il suicidio nasce dal conflitto tra il desiderio umano di significato e il silenzio del mondo e in Emil Cioran, che vede nel pensiero del suicidio una possibilità estrema che accompagna la vita senza necessariamente realizzarsi.
Ovviamente è un tema più ampio, delicato e complesso che non può esaurirsi in alcune rapide battute. Aggiungeremo solo che l’autore trova attraverso l’umorismo una strada per introdurre leggerezza non banalizzante e possibilità di guardare ai fatti in maniera differente.
Per quel che basta qui, Paasilinna sembra costruire l’intero romanzo proprio sulla premessa schopenhaueriana. I suoi “morituri” non odiano la vita in generale; odiano quella che stanno vivendo. Quando trovano amicizia, viaggio, amore e comunità, il desiderio di morte vacilla, senza che sia necessario perorare retoricamente la causa della bellezza e del valore dell’esistenza, in astratto. Allora dubitano se desiderare la morte o un’altra possibilità, mentre sono in viaggio su un pullman che punta a un precipizio.
