L’acqua in cui nuotiamo
A una partita di pallavolo
Un genitore maschio, a una partita di volley femminile di fine stagione. Quando entra una squadra avversaria che si sistema sugli spalti insieme ad accompagnatori adulti al seguito, per giocare la partita successiva, qualcosa cambia.
C’era stato un precedente qualche giorno prima, un gesto sciocco verso le ragazze della nostra squadra di uno degli adulti tra il pubblico, in casa loro.
Il genitore allora in questa occasione attende, guarda entrare tutti, da uno scranno alto delle gradinate. Sembra aspetti che facciano e dicano qualcosa e il sospetto a breve si conferma.
Col petto in fuori, in piedi, freme. Porta occhiali di metallo su un viso ordinario con un po’ di barba, ha la mascella sporgente, il corpo è proporzionato e asciutto. Non ha una presenza possente, ma l’impressione di muscoli e tendini irrigiditi, rimanda l’idea di aggressività repressa con scarso controllo. Infatti parla volume sostenuto, con una voce graffiata, di gola. Oggi impedirà che succedano “le cose dell’altra volta” e vuole che tutti sappiano che è pronto “a fare un macello”. I genitori della sua squadra dissimulano per evitare escalation, quelli dell’altra squadra si guardano.
A un tratto il nostro scende le scale veloce e inizia un breve chiarimento faccia a faccia con una persona dell’altro pubblico. Tutto finisce lì senza conseguenze.
La moglie del genitore giustiziere, in conversazione fino a qualche minuto prima, è rimasta muta, ha guardato un punto lontano, non ha tentato contatti oculari, meno che mai è intervenuta direttamente.
Tracce di patriarcato
Sarebbe eccessivo trarre conclusioni generali da un singolo episodio. Eppure mi è sembrato di riconoscervi alcuni tratti che appartengono a una cultura più ampia, quella che oggi chiamiamo patriarcato.
Ho letto in questi giorni che il termine non definisce semplicemente il dominio degli uomini sulle donne, ma un sistema politico-sociale di dominio che insegna a maschi e femmine che gli uomini devono esercitare potere, controllo e superiorità, e che tale dominio è considerato naturale o desiderabile.
L’ho visto in azione a livello emotivo: il maschio nel sistema patriarcale tende a reagire più che ad agire. Apparentemente non si emoziona e non mostra fragilità, ma scatta. Le emozioni sembrano servire solo a farlo partire, quando raggiungono un picco di intensità non più governabile.
L’acqua in cui nuotiamo
Dovremmo accorgerci di più nel quotidiano di tali aspetti. Anche gli uomini più avanti nella consapevolezza, dovrebbero verificare continuamente il privilegio sociale di cui godono nella società, gli spazi di potere maggiore che hanno, a tutte le altezze degli strati sociali, rispetto a donne, bambine e bambini.
Anche perché il patriarcato, se è indubbio che danneggi in primis e in modo più marcato le donne, non produce effetti positivi in termini di aspettative sociali che gravano sugli uomini, che ne sono – almeno da un punto di vista educativo – ugualmente danneggiati.
Fin dall’infanzia, i ragazzi vengono educati a reprimere vulnerabilità, paura, dolore e bisogno di affetto. Questa educazione produce uomini spesso incapaci di esprimere pienamente emozioni e amore. Gli uomini non sono necessariamente il patriarcato e non sono necessariamente il problema. Il tema è il sistema di valori che essi possono facilmente interiorizzare e riprodurre. Tutte le volte che danno per scontata l’acqua in cui nuotano, fino a dimenticare di essere pesci in un mare preesistente.
Anche le donne possono contribuire alla trasmissione di valori patriarcali nell’educazione dei figli. Infatti il patriarcato si apprende, non è una caratteristica biologica, viene riprodotto attraverso la famiglia, la scuola, i media, la religione e la cultura.
Liberarsi dal patriarcato è un lavoro che può cominciare anche dal versante maschile. Significa avere contezza del tipo di mascolinità proposta e voler imparare nuove forme di mascolinità basate su cura, reciprocità, sincerità emotiva e amore. Una società più giusta richiede non solo cambiamenti politici, ma anche trasformazioni nelle relazioni umane.
Subordinazione delle donne e impoverimento degli uomini
Il patriarcato è un sistema culturale e politico che organizza la società attorno al dominio maschile e che, mentre subordina le donne, impoverisce emotivamente anche gli uomini, rendendo necessaria una profonda trasformazione delle idee sulla mascolinità e sull’amore, che deve essere inteso come un fare e un dimostrare fondato su un’etica, che preveda cura, responsabilità e rispetto reciproco.
Un libro di sottofondo
bell hooks, La volontà di cambiare. Mascolinità e amore, traduzione di Bruna Tortorella, 2022, Milano, Il Saggiatore.
Ho trovato il libro nella sezione letteratura di genere della biblioteca Livio Maitan di Roma.
Il nome dell’autrice scritto in minuscolo non è un errore di battitura. Nata come Gloria Jean Watkins (1952–2021), scelse lo pseudonimo “bell hooks” in omaggio alla bisnonna materna e decise che sarebbe stato scritto in minuscolo per dimostrare l’importanza di spostare l’attenzione più alle idee che alle persone. È considerata una delle voci più importanti del black feminism (femminismo nero, nel senso di nato nel contesto afro americano).
Le sue riflessioni hanno contribuito a diffondere ciò che oggi viene chiamato intersezionalità, cioè l’idea che le diverse forme di oppressione non possano essere studiate separatamente. Ha insistito sul fatto che il femminismo non dovesse riguardare solo i diritti delle donne, ma la liberazione di tutte le persone dai sistemi di dominio e discriminazione.
Questo uno dei tanti passi del libro che mi ha colpito: “Uno dei giochi preferiti della nostra infanzia era trovare papà nella foto, nostro padre, il patriarca per eccellenza, un uomo dei suoi tempi, allevato per la guerra” (p.181).
