La ripetizione di Hjort
Il libro
Vigdis Hjorth, Ripetizione, traduzione di Margherita Podestà Heir, 2025, Roma, Fazi editore, pp. 144.
L’autrice
È nata a Oslo nel 1959 e ha esordito nella letteratura nel 1983. Le sue opere hanno prevalentemente una forma che si direbbe autobiografica o autofinzionale, anche se l’autrice ha sempre insistito sull’importanza della trasformazione letteraria dell’esperienza.
Le sue narrazioni familiari, così sospese tra finzione e autobiografia, hanno suscitato un ampio dibattito, in particolare in Norvegia. Al centro della discussione c’è stato il suo libro tradotto in Italia nel 2020, con il titolo Eredità, che non ha sciolto la domanda su quanto le esperienze siano romanzate. Il dire e non dire a questo proposito, ha dato luogo a controversie con la famiglia d’origine, anzi, è uscito anche un testo in risposta a Eredità, scritto dalla sorella Helga.
Sintesi del libro
Una scrittrice, durante un concerto natalizio a Oslo, nota la tensione tra due genitori e la loro figlia: “uscirono davanti a me, tre persone infelici e smarrite ma legate indissolubilmente”. La ragazza si chiama come lei. Basta questo per far tornare intensamente la donna che osserva alla sua adolescenza, facendo affiorare una storia sepolta.
Al centro della vicenda all’inizio sembrerebbe esserci soprattutto il rapporto con la madre (“Il dolore che albergava nel cuore di mia madre fu il centro della mia vita da adolescente”).
La voce narrante si concentra sul racconto dei rapporti familiari, vissuti come spazi di silenzio, omissioni e pressioni emotive. Emergono allora frammenti di ricordi, dialoghi interrotti, dettagli e sempre più aspetti nascosti. Nonostante le premesse, la narrazione rifiuta il pathos melodrammatico, preferendo un dispiegamento continuo ma trattenuto della storia, che rende i momenti di rivelazione ancora più illuminanti.
Accanto al peso del trauma, al silenzio, all’asfissia familiare, al viaggio attraverso la memoria e il dolore, emergono tuttavia anche pagine sghembe e quasi comiche sulla vita da adolescenti del 1975. Non mancano inoltre aperture più riflessive: “Speriamo che il tempo passi veloce. Abbiamo una sola vita a disposizione sulla terra, un’esistenza terrena fulminea rispetto all’infinità del tempo, eppure ci sembra che non trascorra mai abbastanza in fretta”.
Lo stile è essenziale e controllato, come acque turbolente sotto uno strato di ghiaccio che ogni tanto si incrina, lasciando emergere accumuli di pensieri e parole. Il titolo rimanda esplicitamente al filosofo Kierkegaard, di cui riprende quasi una citazione letterale quando scrive: “la ripetizione costituisce la serietà della vita, […] rappresenta il pane quotidiano dell’esistenza, che ci sazia e nutre con la sua benedizione”. Quasi come fossimo destinati a una specie di eterno ritorno: “non finisci mai? No. Ripeti, richiami, rivivi, riproponi e ricambi perché l’infanzia persiste, la gioventù persiste, l’infanzia e la giovinezza rappresentano un futuro che inizia costantemente, un processo continuo. Lo accerchio e lo restringo senza sosta perché il corpo ricorda, sostiene e pensa, il corpo sa, non solo la mente”.
Una curiosità che mostra come prima o poi siano i libri a trovarci e non noi a cercarli: chi scrive, prima ha letto il volume con soddisfazione, poi ha ritrovato per caso un appunto dimenticato in cui aveva annotato il desiderio di leggerlo, a seguito di una recensione di Benedetta Tobagi. I giri che fa la lettura, a volte, sono così.
Uno spunto autoformativo
Il libro suggerisce alcune riflessioni e ricerche. Per esempio sulla famiglia, come realtà controversa, a volte luogo di relazioni anaffettive e grette. Sulle relazioni a volte estreme tra genitori e figli.
L’opera invita inoltre a riflettere sul ricordo come ricostruzione e sulla possibilità — forse mai definitiva — di lasciare andare vissuti traumatici, riuscendo a considerarli con un grado maggiore di sopportabilità.
“Ciò che viveva a sedici anni erano le scosse postume di un terremoto precedente a lei sconosciuto. E se qualcuno glielo avesse detto, non sarebbe stata in grado di sopportarlo perché, quando, sopravvissuta a malapena alle scosse, […] non avrebbe tollerato l’idea di ricordare, di rivivere il vero terremoto, avrebbe potuto morire sotto di esso perché io, la sua incarnazione, non ho la forza di farlo, non ne ho nemmeno il coraggio”.
