Auguri Goffredo
Una figura che manca
Il 15 aprile sarebbe stato il compleanno di Goffredo Fofi, che ci ha lasciati a luglio dello scorso anno a ottantotto anni. Saggista, giornalista, attivista, critico cinematografico, letterario e teatrale.
Impossibile sintetizzare la ricchezza di vita e di opera di un figlio della stagione del Sessantotto che ha interpretato questo come altri suoi tratti distintivi in una maniera originalissima.
A tal punto che si può dire che esista un modo di fare critica, riviste, pacifismo, lavoro sociale e politico “alla Fofi”, che probabilmente solo lui poteva fare e che risulta difficilmente replicabile. Riverberando influenza, senza che essa possa essere in tutto assorbita e assunta. Il destino del pezzo unico.
Il filo conduttore di tutte le sue multiformi attività, sembra essere un’idea di cultura strettamente legata a una politica rivoluzionaria, nonviolenta e collettiva, portata avanti da “minoranze attive”, lontana dai richiami del conformismo, del mercato e del potere. Un progetto di trasformazione dell’Italia in continua presa di distanza dal Paese ufficiale, accademico, istituzionale e fedele solo a un’idea di autonomia e costruzione dal basso. Un approccio che ha fatto di Goffredo Fofi un intellettuale poco prevedibile e inquadrabile.
Questa postura affonda le radici in una formazione particolare: nato a Gubbio nel 1937, dopo il diploma magistrale si trasferisce giovanissimo a Palermo, dove collabora con Danilo Dolci nelle lotte con i diseredati dell’isola, contro la povertà e la disoccupazione. È qui che matura l’idea, mai più abbandonata, della cultura come strumento concreto di emancipazione sociale.
Ha attraversato una vita piena e unica, fatta di impegno, di viaggi, di scontri e incontri, partendo dall’Umbria e andando in Sicilia, passando da Palermo, Torino, Milano, Napoli e Roma, arrivando in Francia. Sempre col treno. Non a caso l’ultimo suo domicilio nella capitale sarà al quartiere Esquilino, quello della Stazione Termini.
Negli anni Sessanta, tra Parigi e l’Italia, intreccia cinema e politica, collaborando con riviste come Positif e fondando esperienze cruciali della nuova sinistra culturale, come Quaderni piacentini e Ombre rosse. Inchieste come L’immigrazione meridionale a Torino inaugurano uno sguardo capace di leggere i mutamenti sociali dal punto di vista degli ultimi, restituendo centralità a ciò che il discorso dominante tende a marginalizzare.
È diventato assistente sociale con una borsa di studio di Adriano Olivetti. Ha conosciuto e interloquito con figure gigantesche della cultura, della letteratura, del cinema, dello spettacolo. Sempre misurando la bontà degli incontri non solo sul talento, ma sull’adesione o meno a una missione trasformativa e politica, basata su un anticonformismo popolare. Una postura etica ed eretica, molto sospettosa se non avversa, da sinistra, alla tradizione comunista e cattolica ufficiale, alla ricerca di testimoni profondi e scomodi (per esempio Carlo Levi e Renato Panzieri) di area socialista e laica, ma non allineati e che anzi perdevano attrattiva qualora inseriti in sistemi di potere.
Negli anni successivi, questa tensione si traduce anche in intervento diretto: a Napoli contribuisce alla Mensa dei bambini proletari e continua un’instancabile attività editoriale e militante, dando vita o partecipando a numerose riviste, fino a Lo straniero, una delle sue esperienze più durature e a Gli Asini. Parallelamente, la sua critica – soprattutto cinematografica – resta sempre legata alla realtà sociale, capace di valorizzare autori e opere fuori dai circuiti dominanti e di rileggere e mettere in luce figure, come ad esempio Totò, contro i pregiudizi della cultura ufficiale.
Alla ricerca di Fofi
Chi scrive ha avuto modo di incontrarlo in qualche occasione. Più recentemente anche di realizzare un piccolo video per i venticinque anni dell’associazione CESC Project, in cui Fofi – che conosceva bene la vicenda degli obiettori di coscienza che avevano aperto la strada alla possibilità di un servizio civile – ripercorreva le differenze tra un’epoca passata di impegno collettivo di matrice sociologica e una attuale di ripiegamento individualistico di matrice psicologistica, dove tutti parlano di sé. Con questa suggestione ancora nella testa lo avevo citato – ignaro – in un articolo uscito sul blog pochissime ore prima della sua morte.
Ascoltandolo interrogava e faceva sorridere per il suo carattere burbero, la sua memoria, la vastità di letture ed esperienze, la sua capacità di raccontare, affabulare e il suo acume. Gambe malferme che avevano macinato chilometri avevano bisogno del bastone, sguardo di volta in volta penetrante e sornione, dolce e beffardo.
Per sentire meno la mancanza di una voce come la sua, sarebbe importante ripercorrere i suoi scritti. Ma probabilmente è un’impresa impossibile leggere tutto quello che ha disseminato Goffredo Fofi, tra libri e soprattutto riviste (la sua missione). Probabilmente l’obiettivo è quello di leggere Fofi collettivamente, dove ognuno faccia la sua parte, prenda appunti, spunti e poi si confronti con altri, per ricostruire una cartografia dei sentieri tracciati e alimentare il desiderio di un mondo più giusto. Con rigore, senza retorica e compiacimento.
Una visione e una lettura
Per ripercorre la sua vita: le città in cui ha vissuto, le attività sociali e politiche, gli artisti e intellettuali che ha incontrato, i libri e le riviste che ha pubblicato è possibile vedere su Rai Play il film documentario Suole di Vento (Felice Pesoli, 2020).
Con lo stesso obiettivo di avvicinamento alla sua scrittura, al suo pensiero e ai suoi incontri, si può leggere una raccolta di testi, Goffredo Fofi, Le nozze coi fichi secchi. Storie di un’altra Italia, 2025, Milano, Feltrinelli.
