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Il dove di Calandrone - Letture Ballerine
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Il dove di Calandrone
Crediti foto: di Bob De Siena, dalla raccolta “Sopra e sotto il Tevere”, per gentile concessione
10 Luglio 2025

Il dove di Calandrone

Il testo

Maria Grazia Calandrone, Dove non mi hai portata, 2022, Torino, Einaudi, pp.252.

L’autrice
Nasce a Milano nel 1965, cresce a Roma. È poetessa, scrittrice, giornalista (scrive sul “Corriere della Sera”), artista visiva, conduttrice di programmi Rai. Ha pubblicato numerose raccolte poetiche, conduce laboratori di poesia in carcere. Precedentemente ha scritto il romanzo: Splendi come vita (Ponte alle Grazie, 2021), dove viene affrontato il rapporto conflittuale con la madre adottiva.

Sintesi del libro
Chi scrive si è avvicinato a questo testo carico di pregiudizi, alimentati da un recente incontro con Goffredo Fofi (da sempre attento alla relazione tra la realtà sociale e la sua rappresentazione artistica), il quale lamentava la natura esclusivamente autobiografica di molti romanzi in uscita nell’ultimo periodo e, insieme, il lavoro di autori che raccontano idealisticamente l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta come epoca d’oro (“ma chi c’è stato sa che non è così”), mentre seguono le vicende di un parente di cui ricostruiscono la storia.

Al termine del libro, posso dire che non è questo il caso. Certamente si tratta di un libro molto autobiografico. Se nel romanzo precedente Splendi come vita, Maria Grazia Calandrone aveva ricostruito il rapporto con la madre adottiva, in questo segue i suoi genitori naturali e con un lavoro di indagine, ripercorre con pazienza e dovizia i fatti e le ipotesi di motivazioni che portarono al suo abbandono a Roma all’età di otto mesi da parte loro. Il romanzo si divide in sette capitoli: “La materia prima”, “Tonino”, “Luigi”, “Giuseppe”, “Milano”, “Roma” e “Cronologia di un amore”. Ognuna ha un certo numero di paragrafi brevi o brevissimi, che vanno dai tre in “Tonino”, ai diciotto di “Milano”. Il testo è stato steso tra febbraio e marzo 2022 e segue la vicenda di Lucia Galante, madre naturale di Calandrone mai conosciuta o incontrata dalla narratrice, nata da contadini a Palata in Molise e lei stessa contadina. Il racconto, nasce da viaggi e sopralluoghi di Calandrone (accompagnata dalla figlia tredicenne Anna), da raccolte di testimonianze e dall’esame di documenti burocratico sanitari, lettere e articoli di giornale, oltre che da foto (solo due, quelle di Lucia).
La matrice poetica dell’autrice, sembra riscontrabile nella brevità dei paragrafi, nella scelta, illustrata da lei stessa in premessa del testo, di “a capo” di natura espressiva nel periodo, come avviene negli enjambement dei versi (“c’è una ragazza bruna che fa e disfa/ una formella di lana di pecora, che non c’è più”) e sicuramente nel modo di ricercare e soppesare le parole, nel comprendere attraverso la forza delle parole. “Questo libro desidera essere opera di trascrizione e testimonianza dell’energia indelebile delle cose. La verità è nei fatti, emancipati dal nostro punto di vista” (p. 123).

La storia attraversa l’infanzia e l’adolescenza di Lucia, il primo amore, platonico ma reale, con il vicino Tonino (che poi sposerà un’altra). La storia del matrimonio sbagliato di Lucia con Luigi. L’incontro con Giuseppe, manovale che viene da fuori (dal mare di Nettuno, ma nascendo abruzzese di Tagliacozzo e crescendo nella lunga guerra d’Africa). L’esperienza con lui di un sentimento potente, fuori dal matrimonio, ancora non consumato dopo quattro anni (“tutto il paese conosce l’infelicità di Lucia”). Il concepimento di Maria Grazia, il reato di adulterio (nel codice così era), con conseguenze pesanti soprattutto per le donne, e il riparo prima a trenta chilometri da Palata e poi a Milano della coppia. La nascita di Maria Grazia (con Lucia che fa carte false, in ottica di tutela, per farle assegnare il cognome del marito, Greco). Il misterioso viaggio a Roma, con l’abbandono della figlia e il tragico epilogo di Lucia e Giuseppe, tutto finito sui giornali dell’epoca e tutto ricostruito e raccontato con scrupolo di indagine negli ultimi due capitoli (“Roma” e “Crononologia” di un amore”), di cui non vogliamo dire molto.

La vicenda ripercorsa della madre, risponde certamente a un’esigenza autobiografica dell’autrice di comprensione e di cura della ferita, ma apre anche a una conoscenza credibile di ambienti e realtà collettive e individuali degli anni Sessanta in Italia, con sguardo in qualche modo storico. Su questo, ci sembra di poter dire, che Calandrone abbia superato le critiche di Goffredo Fofi di esclusiva attuale psicologizzazione e di mancato approfondimento dei tempi. Ne è un segnale palese, neanche a farlo apposta, un riferimento bibliografico dell’autrice proprio a un libro di Fofi (L’immigrazione meridionale a Torino, 2009, Torino, Aragno). In genere, il romanzo è ricco di riferimenti alla realtà sociale, economica e culturale del periodo raccontato e dei luoghi che aiutano a comprendere e collocare la storia individuale. In più, la ricostruzione avviene spesso attraverso sigle di enti, strutture e istituzioni, di carattere sanitario e assistenziale, comunque incombenti, a testimoniare di una realtà irregimentata e asfittica. Per non parlare della faccia scura del “boom economico” vista dai contadini migranti, con il riferimento reiterato a Bianciardi e Pasolini. Storie nella storia, anche in quella della mentalità.

Arrivando alla fine, si comprende quale sia il “dove”, in cui Lucia non ha portato Maria Grazia (Greco, che diventerà Calandrone dopo la successiva adozione), attraverso un’ultima parte che prende le sembianze di un’inchiesta, condotta soprattutto a Roma (con antefatti a Milano), tra Villa Borghese, il centro storico tutto, Villa Pamphili, il Tevere (semplicemente “Fiume”) e Piazza Esedra.

Uno spunto autoformativo
Mi scuserà Goffredo Fofi, se concludo con un’intonazione più psicologica che sociologica. Se è importante per ciascuna persona trovare il modo di compiere un percorso che la porti ad accogliere il proprio destino – intendendo quelle cose della nostra vita che non abbiamo deciso – la ricerca in questo senso di Maria Grazia Calandrone è rimarchevole. “Sono venuta a prenderti, Lucia. Qui dovevo arrivare. Anzi tornare. A pagina 123 del mio manoscritto posso accarezzare finalmente il volto di mia madre, e il suo corpo di luce e di niente. E abbandonare il pregiudizio che solo la cultura ci permetta di capire le cose e conoscere il mondo fuori e dentro noi. Lucia aveva la seconda elementare, ma era libera. Perché aveva cuore. Quello che ancora splende, irreparabile” (p. 239).