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La figlia unica di Nettel
Crediti foto: di Mely Ávila, The Mexican writer Guadalupe Nettel at home in Coyoacan, Mexico City, in CC Commons
19 Aprile 2026

La figlia unica di Nettel

Il libro
Guadalupe Nettel, La figlia unica, traduzione di Federica Niola, 2020, Roma, La Nuova Frontiera, pp. 224.

L’autrice
È nata a Città del Messico nel 1973, ha studiato in Francia e attualmente vive a Barcellona. È in questo momento una delle scrittrici più importanti della letteratura latinoamericana. Ha raggiunto una grande visibilità internazionale con il romanzo in questione del 2020 e con Il corpo in cui sono nata (Einaudi 2014), romanzo autobiografico sulla sua infanzia.

Esplora spesso i poli della normalità e della diversità. La sua scrittura viene considerata caratterizzata da uno stile lucido, capace di descrivere con precisione tratti di umanità e fragilità.

Sintesi del libro
Laura (la narratrice) sta scrivendo una tesi di dottorato in una casa appena presa in un quartiere (o colonia) abbastanza borghese di Città del Messico, profondamente convinta della sua scelta di non diventare madre (si è anche sottoposta a un intervento di legatura delle tube), vive a sua volta un rapporto diseguale con sua madre.

Svolge un ruolo da osservatrice ma a suo modo partecipe. Ospita sul balcone una coppia di piccioni che cova un uovo non loro.

Alina, mentre studiava a Parigi con Laura, era convinta di non volere figli. Rientrata nella capitale messicana, deciderà di mettere al mondo una creatura con il compagno Aurelio (unica figura maschile degna di una qualche attenzione e nota, insieme a Nicolás). La sua vita assumerà un colore tragico, si misurerà con il destino (e i tarocchi), il trauma, la sofferenza, la mancanza di certezze, la resilienza e l’accettazione, senza scorciatoie.

Doris è la vicina di casa di Laura, testimone di una maternità faticosa e priva di idealizzazioni. Una donna segnata da un passato di violenza domestica, rimasta sola a crescere un figlio difficile e ribelle, Nicolás. È sopraffatta dalla rabbia del figlio e dalla propria sofferenza. Il suo rapporto con Laura crea un ponte di solidarietà femminile profonda.

Inés, è lei la figlia unica (anche nel senso di eccezionale), è l’elemento che scardina le certezze di tutti e il motore della storia. La sua presenza fragile costringe i personaggi (e invita il lettore) a ridefinire cosa significhi essere umani e quale valore dare a una vita che non rispetta i canoni sociali della normalità.

Nicolás,il figlio di Doris è un bambino introverso, incline a scoppi di rabbia violenta. Mostra un lato oscuro dell’infanzia e le difficoltà educative. Si tranquillizza molto con l’estranea e vicina di casa Laura.

Marlene è la tata che aiuta Alina, una figura professionale molto coinvolta con bambini piccolissimi, di cui perde interesse quando crescono, allevia il compito di Alina e Aurelio, pur portando un disequilibrio in casa.

L’aggettivo venuto in mente a che scrive per sintetizzare il romanzo è “completo”. Ci sono le tematiche, ci sono i punti di vista e i vissuti dei diversi personaggi, c’è una voce narrante esterna che guida nelle storie con solo apparente distacco razionale, ci sono vicende intense, c’è – nonostante la realtà irriducibile – un’evoluzione possibile. Il tutto è tenuto insieme da una scrittura consapevole e armonica.

Il tema dominante del libro è sicuramente quello della maternità, delle sue diverse storie e significati. Ma non secondaria anche la pista dei modi in cui figure femminili sono in relazione e in solidarietà tra loro.

Uno spunto autoformativo_
La figlia unica muove diverse riflessioni. Chi scrive ne sottolinea due. La prima è sul rapporto dell’individuo con un macrosistema di aspettative sociali.

Nella sala d’aspetto della visita ginecologica che rivelerà il sesso ad Alina, Laura osserva le coppie intorno, immaginando le scelte che andranno a fare immediatamente dopo aver saputo la notizia, per la sistemazione della cameretta e per gli acquisti di giocattoli, guidati da stereotipi sociali.

Alla narratrice invece sovviene un altro pensiero: “’È una bambina’, ho pensato mentre nella mia mente passavo in rassegna i pericoli che questo comporta in un paese come il nostro, dove ogni giorno nove donne muoiono per ragione di genere”.

La seconda riflessione è sul tema della cura. Qui l’autrice  mette in scena la crisi di un’idea molto radicata. Il prendersi cura non sembra essere un fatto naturale, spontaneo, quasi biologicamente inevitabile. È più che altro una scelta, o una pratica che si apprende, si costruisce e si negozia nel tempo, anche al di fuori dei legami di sangue.

Nel romanzo si osservano le forme di accudimento che attraversano le nostre vite — quelle che offriamo, quelle che riceviamo, quelle che rifiutiamo — invitando a chiederci quanto siano davvero libere, e quanto invece rispondano a modelli interiorizzati.

Forse è possibile provare a riconoscere dove, nella propria esperienza, la cura è stata un gesto imposto, dove una rinuncia, e dove invece una possibilità inattesa di relazione. E domandarsi se sia possibile immaginare, come accade nel libro, una comunità affettiva che non coincida necessariamente con la famiglia, ma che si costruisca attorno a una scelta condivisa di responsabilità.