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La città periferica
Crediti foto: Marco Rossi
26 Settembre 2024

La città periferica

Chi scrive ammette di non conoscere le attività del RIF Museo delle Periferie di Roma a Tor Bella Monaca e di non aver fatto ricerche sul tema. Si ricorda forse di spazi espositivi intravisti in allestimento in un garage riconvertito, in un’altra fase della vita, vicino alle strutture del municipio di zona.

Una volta però al centro di Roma, nella libreria Feltrinelli di largo Argentina, si è ritrovato davanti a una serie di libretti color pastello di una collana che si chiama Riflezioni, curata dal museo, in particolare da Giorgio de Finis.

Si tratta di almeno quattordici diversi interventi brevi (che non superano mai le cento pagine e a volte molte sono decisamente meno) di architetti, urbanisti, filosofi e scrittori intorno al tema specifico dei luoghi e non luoghi periferici: delle loro caratteristiche e dei loro significati.

Dalla lettura di insieme, di quelli almeno al momento reperiti, si apprezza una certa potenziale ricchezza di spunti convergenti.

Lucio Saviani (filosofo), in Intorno al centro argomenta che la parola derivi dal greco Kentron: pungiglione e dal verbo kentèo, che ha il significato di pungere e ferire con la punta Chi scrive ha pensato subito che sarà per questo che l’abitatore medio che vive in posti più defilati, venga trafitto al cuore dopo la visione di alcuni scorci da centro storico. Ma probabilmente non è così e il pungiglione ha lasciato ben presto il posto all’immagine della punta di un compasso, già decisamente immobiliarista, grazie alla quale si disegna una periferia (periphéreia), che è infatti la circonferenza che sta intorno al centro.

Il concetto di periferia nasce all’inizio del XX secolo e si riferisce ai quartieri immediatamente fuori le mura, che diventano insediamenti operai (spesso di masse contadine venute a prestare manodopera), figli illegittimi dello sviluppo economico della città e della sua stratificazione di classe. Quindi anche linea di confine tra chi è dentro e chi fuori dei margini, tra chi è incluso o emarginato, come ci ricorda Umberto Cao, architetto in Una città solo di case. Nel tempo, con lo sviluppo per successivi cerchi concentrici, può avvenire il fenomeno della gentrificazione, che si verifica quando l’espansione continua in modo così vorace che i primi quartieri periferici (e poi i secondi e poi i terzi e poi potenzialmente ad libitum) diventano, per qualche motivo contestuale, appetibili per il mercato abitativo e attrattivi per persone più abbienti degli abitanti originari. Insieme è apprezzabile anche il fenomeno di generazione di periferie sempre nuove e distanzianti.

Si deduce un concetto di periferia perlomeno dinamico e in trasformazione di diverso segno. In molti casi lo sviluppo del paesaggio urbano, dà luogo a una forma caratterizzata da sole case. È stato sicuramente così per Roma, interessata intensivamente dagli anni cinquanta agli anni ottanta, ma relativamente anche dopo e oggi, da una sconsiderata proliferazione edilizia di impostazione speculativa che ha reso certamente faticosa la vita dei suoi abitanti sui 1200 km quadrati di superficie che la contengono.

Vale la pena con Carlo Cellamare, urbanista, in Abitare le periferie considerare la molteplicità complessa delle numerose, ramificate, eterogenee realtà periferiche, sempre più lontane dal centro e sempre più indipendenti da esso. Basti pensare che, nel caso romano, 2.900.000 abitanti vivono in aree periferiche di vecchia e nuova realizzazione fuori dalle mura aureliane e soltanto 100.000 nel centro storico propriamente detto. Allo stesso tempo ponderare che sono ugualmente in periferia, ma in un modo molto diverso per architettura, disegno urbanistico, composizione sociale con relativo agio o disagio, sia i palazzoni dell’edilizia popolare di Laurentino 38 che il paesaggio metafisico dell’Eur (per usare le parole di Federico Fellini e per restare nello stesso quadrante di città). Sempre riguardo l’apprezzamento delle differenze è innegabile che alcune borgate storiche come Primavalle e Tufello per esempio (nate o completate in periodo fascista a diversi chilometri dal centro con soluzioni edilizie mediocri), siano ormai considerate centralità urbanistica per i territori circostanti e, aggiunge chi scrive, a differenza di quanto avviene al momento per Quarticciolo, insediamento con la stessa origine storica.

Tra il centro e le seconde mura della capitale (quelle che distano a circa 13 km dal Campidoglio, che non sono fatte di pietra ma di asfalto, costituite dall’autostrada circolare del Grande Raccordo Anulare) si è insediata una gran parte di popolazione, ma una parte consistente e ancora crescente abita ormai oltre tale barriera per almeno altri 10 km e spesso insiste da lavoratore pendolare centripeto.

Un altro dato può spiegare forse ancora meglio le dimensioni attuali nella proporzione centro – periferia. I 18 milioni di accessi annui al centro Commerciale Bufalotta – Porta di Roma rendono irrilevante il numero di ingressi del Colosseo. I nuovi colossi commerciali del genere non sono sorti a servizio di quartieri preesistenti, ma sono nati come centro di una nuova periferia di case sorte insieme alla loro monumentale realizzazione. Infine solo nella periferia nata in gran parte spontaneamente o per speculazione intorno al Grande Raccordo Anulare, la cosiddetta “Città del GRA”, vivono circa un milione di abitanti, che portano il loro contributo involontario ma consistente alla “periferizzazione” del mondo.