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Torre Maura è brutta
Crediti foto: Tibor Szabo da pexels.com
26 Settembre 2024

Torre Maura è brutta

Non sarebbe nata la categoria “Visione periferica” senza due punti di partenza che più diversi non si potrebbe. Da una parte Stefano Vannozzi (di cui si parlerà successivamente) con la sua fondamentale testimonianza alla pari per chi scrive, che ha iniziato in tempi precoci per età le sue indagini di quartiere (e che poi ha continuato in diverse altre direzioni).

Più recentemente è stato molto importante anche un titolo incontrato e letto quattro anni fa circa. Il libro è di Valerio Mattioli, si chiama Remoria. La città invertita. È un testo che ha avuto e ha una sua eco importante e che affronta in modo visionario e circostanziato quella Roma rimossa eppure largamente maggioritaria delle periferie, l’Urbe al contrario, invertita, non quella confinata nel limite tracciato di Romolo il primo re, ma quella inesistente e nello stesso tempo in continua espansione di Remo, il fratello perdente e ammazzato. Quella irrazionale, quella senza logica eppure con una logica stringente, esattamente come il Grande Raccordo Anulare, misterioso nella sua concezione del 1946 e nella sua realizzazione fatta a circa undici, tredici chilometri dal centro quando tra le mura e il “Raccordo” era in gran parte ancora Agro romano. Il GRA come profezia che si autoavvera di catastrofe urbanistica, con le case che lo raggiungono e lo sorpassano. Anzi è lo stesso GRA a defecare la città sorta abusivamente e per fini speculativi intorno a sé e a defecare insediamenti dalla sua circonferenza e a dare vita a una “borgatosfera”, un arcipelago di borgate che hanno in quelle disposte lungo la Casilina la loro antonomasia, anche se non sono le uniche. La “Borgatosfera Casilina”, con capitale indiscussa Centocelle, è stata vissuta e risalita dall’autore a partire da Torre Maura, primo approdo romano.

Nell’ampiezza di Remoria, su cui magari torneremo, ci soffermiamo proprio sul riferimento a Torre Maura, quartiere caratterizzato da strade con nomi di uccelli e ornitologi, ricorrente in modo significativo nelle pagine di Mattioli.

“Quasi ogni settimana provo a ritagliarmi un pomeriggio per farmi un giro in quelli che sono stati i quartieri della mia infanzia […]. La vecchia casa di Torre Maura” – per inciso a Via dell’Aquila Reale – “è ancora lì […]. La trovai, be’, migliorata. Il resto del quartiere no: mi sembrava una merda all’epoca, continua a sembrarmi una merda adesso.

Non c’è niente che giustifichi nostalgie né idealizzazioni: Torre Maura è un posto dove l’unico aggettivo è brutto. Ma di una bruttezza mediocre, scadente, nel migliore dei casi ordinaria. Di uno squallore che nemmeno concede nulla alla potenza distopica della grande periferia metropolitana, ché quella, a Roma, appartiene poche e isolate astronavi atterrate tra i pratoni […] e che portano gli evocativi nomi […] Corviale,  Laurentino 38, Serpentara. E invece no, qui sulla via Casilina persino i toponimi declinano l’avanzata della città in una chiave grossolana e intimamente campagnola, come a ridimensionare l’impatto di quella macchia informe di calcestruzzo e foratini in laterizio che nel secondo dopoguerra elesse questi sparuti villaggi di periferia al rango di borgate: Torre Maura, Carcaricola, Giardinetti…”.

Si tratta di una scrittura che restituisce la complessità delle questioni sociali e urbanistiche attraverso un racconto credibile e vero.

Qualcuno a cui ho letto questo brano qualche tempo fa, mi ha chiesto se da abitante della “borgata” non fossi offeso dal giudizio. No, non ne vedo le ragioni per almeno un paio di motivi.

La constatazione disincantata di una certa bruttezza non toglie nulla all’appartenenza e finanche all’affetto per i luoghi, né mette in discussione interventi di trasformazione positiva e poi non saprei nemmeno se essere titolato a offendermi fino in fondo. Mi spiego. Chi scrive è in gran parte cresciuto e ancora vive in quella parte di quartiere a ridosso del prato di Casa Calda, nella parte finale di Via dei Colombi (strada sulla quale, racconta Mattioli, si ritrovavano i punk o post punk, davanti alla pizzeria Gallo Umbro). Bene quella parte di quartiere, che chi la abita, definirebbe come Torre Maura, è toponomasticamente parlando “Torre Spaccata”. Come per molte altre situazioni romane, l’uso della lingua dell’appartenenza al quartiere non coincide con la grammatica ufficiale (per lo stesso motivo gli abitanti individuati come appartenenti a Torrenova, sanno in realtà di abitare a Torre Angela). Si badi, non è una furberia, come quella di dirsi del Pigneto pur abitando, che so, a Largo Preneste per neo prestigio socio immobiliare, in questo caso è altro. Fa parte di una serie di slittamenti semantici dei luoghi di diverso segno, per esempio: Centocelle è, a rigore terminologico, il pratone dell’aeroporto o il quartiere che dall’altra parte della Casilina arriva a Via Prenestina?

Per questo motivo chi vive, come chi scrive, alla periferia della borgata, oggi forse quartiere, non saprebbe se l’eventuale insulto lo dovesse toccare e nello stesso tempo non direbbe mai di vivere a Torre Spaccata (per cui prova sincera ammirazione storica e affetto).

Aspettando l’autobus che non passava mai (così come non passa oggi per i miei figli, ma almeno c’è la Metro C), così come succedeva a Mattioli, chi scrive si chiedeva se Torre Maura, dove sentiva di abitare senza discussioni, si dovesse scrivere così oppure tutto attaccato, come gli diceva quel suo coetaneo, Stefano Vannozzi. Torremaura. Ma su questo torneremo.