La scelta della relazione
Quando ci poniamo l’obiettivo educativo di aiutare gli altri perché si aiutino da sé, siamo nella prospettiva della relazione d’aiuto. Una forma particolare è la relazione educativa, quella che oggi soprattutto a scuola svolgono figure professionali che intervengono per facilitare l’autonomia di studenti con disabilità e la loro integrazione se non inclusione. Nel contesto romano, per esempio, si chiamano OEPAC: operatori educativi per l’autonomia e la comunicazione. A chi scrive capita di svolgere una piccola attività formativa nei loro corsi sulla relazione educativa nel contesto scolastico.
Proviamo a sintetizzare qualcosa di utile e sensato su questo tema, procedendo per gradi di definizione. In questo primo articolo di ricostruzione semantica, partiamo dal concetto di “relazione”.
Diremmo innanzitutto che è un fatto umano fondamentale. Il giornalista Gianni Minà aveva mutuato dal poeta e cantautore brasiliano Vinicius De Moraes, la felice formula che “la vita è l’arte dell’incontro”. Padroneggiare maggiormente una competenza relazionale nella nostra esperienza è infatti impratichirsi in un’arte nella quale, come capita all’artigiano, si cambia insieme alla materia che si maneggia, poiché entrare in relazione tra soggetto e soggetto implica una comunicazione tra sistemi complessi, pensanti e senzienti contemporaneamente.
Come spiega bene il filosofo Fernando Savater (Etica per un figlio, 2007, 2010, Bari, Laterza, pp. 144), gli antichi greci avevano a tal punto capito l’importanza di tale attività da avergli dedicato una disciplina specifica: l’etica, intesa come “il tentativo razionale di indagare su come vivere meglio […] una vita umana” che “consiste principalmente nell’avere relazioni con altri esseri umani”. Savater già nelle prime pagine, esordisce così: “Abbi fiducia in te stesso, nell’intelligenza che ti permetterà di diventare sempre migliore, e nell’istinto del tuo sentimento che metterà al tuo fianco i compagni giusti”.
Nessuna bambina e nessun bambino può però scegliersi un genitore che scriva un libro dedicato a lei o lui, anzi in realtà nessuna e nessuno può scegliersi il genitore o il luogo in cui è nato. Quando nasciamo lo facciamo già in relazione a qualcosa di dato, nasciamo da una rete di persone che ci preesistono e nella quale veniamo gettati. Quindi la relazione ha sempre una caratteristica di destino da cui noi partiamo per sviluppare, possibilmente, la nostra storia, con arte e ancora con l’apporto irrinunciabile degli altri. Per dirla con le parole di un altro filosofo “In principio c’è la relazione” (Martin Buber, L’io e il tu, 1991, Pavia, Bonomi, pp. 112), a partire da un tu preesistente è possibile differenziare un io, diremmo più propriamente un sé, per la consapevolezza di essere anche le relazioni che si hanno.
Per partire da una definizione essenziale, potremmo considerare la relazione come il “Rapporto tra due variabili colte in una situazione determinata”. È presente una “tendenza sempre più diffusa in psicologia, a considerare la relazione come fenomeno originario rispetto alla costituzione individuale” (Umberto Galimberti, Dizionario di psicologia, 2019, Milano, Feltrinelli, pp. 1644). A partire da questo destino, per tutta la vita, pratichiamo la relazione in dimensione interpersonale, dove la dimensione interpersonale alimenta una relazione intrapersonale, con noi stessi (quindi ancora con gli altri).
La psicologia sociale ci fornisce alcune mappe per considerare alcuni sistemi in cui avvengono le relazioni: il microsistema delle relazioni familiari, il mesosistema delle persone prossime che non sono famiglia; l’esosistema verso cui bambini e adolescenti si aprono nelle relazioni extra famigliari (ad esempio il gruppo dei pari); il macrosistema, ovvero le cornici culturali e sociali dell’ambiente di vita.
C’è un rapporto verificato di interdipendenza tra relazioni sociali e sviluppo della persona (Adriano Zamperini e Ines Testoni, Relazioni sociali e formazione del Sé, in Psicologia sociale, 2002, Torino, Einaudi, pp. 128 – 160). È infatti una corretta socializzazione a orientare la formazione del sé e dell’identità. Quindi il sé – come modo di vedere il mondo e di rappresentarsi in rapporto al mondo – è dimensione interpsichica e non solo intrapsichica e inizia a strutturarsi dalla prima infanzia.
La relazione con gli altri permette al bambino e poi anche all’adulto, di costruirsi un’immagine delle persone che si condensa nella rappresentazione dell’”altro generalizzato” (George H. Mead, Mente, Sé e società, 1966, Firenze, Giunti Barbera, pp. 384).
Il gruppo e l’universo simbolico condiviso, mettono il soggetto nella possibilità di sentirsi individuo e, nello scambio comunicativo, di riorganizzarsi rispetto alle aspettative. La relazione svolge un ruolo determinante nella dinamica tra mente e cervello. Si parla di mente infatti come del prodotto delle interazioni tra esperienze personali e strutture e funzioni del cervello individuale. Le interazioni con l’ambiente, in particolare con gli altri, esercitano un’influenza diretta sullo sviluppo delle strutture e funzioni cerebrali.
“Non è quindi necessario scegliere tra cervello e mente fra biologia e esperienza, fra natura e cultura […]. Lo scopo è quello di individuare e di analizzare i meccanismi con cui i fattori sociali, e quindi le relazioni umane, modellano lo sviluppo del cervello e favoriscono il raggiungimento di un equilibrio emotivo” (Daniel J. Siegel, La mente relazionale, 2013, Milano, Raffaello Cortina, pp. 834).
Lo stesso neurobiologo, parla anche del concetto di ottavo senso, quello relazionale, come “meccanismo sensoriale” attraverso cui “percepiamo il legame che ci unisce ad altre persone o entità oltre i confini corporei del sé”.
In un prossimo articolo affronteremo più da vicino la relazione educativa, per il momento concludiamo parzialmente che lo sviluppo di questo ottavo senso di cui parla Siegel è un compito umano che si può esercitare in un processo quotidiano di costruzione artigianale.
