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Relazione educativa e buone prassi
Crediti foto: fauxels da pexels.com
2 Dicembre 2024

Relazione educativa e buone prassi

La relazione d’aiuto

Abbiamo già parlato dell’arte della relazione. Ora con quello sfondo possiamo passare a parlare di relazione di aiuto che a sua volta è arte anch’essa, in base a un testo classico di riferimento (Robert Carkhuff, L’arte di aiutare, 1998, Trento Erickson).
Come ricostruì molto bene nella sua opera prima Federico Batini (Lo sguardo che carezza da lontano. Per una formazione alla relazione d’aiuto, 2001, Milano, Franco Angeli) la relazione d’aiuto, elaborata a partire da premesse rogersiane (Carl Rogers, La terapia centrata sul cliente, 1971; Firenze, Martinelli), può essere definita come relazione in cui almeno uno dei due soggetti ha l’obiettivo di promuovere nell’altro una maggiore autonomia. È una relazione di empowerement, che mira a far ampliare nell’altro le scelte possibili e a migliorarne l’autopercezione. Un helper di relazione d’aiuto deve sapere abbandonare l’ottica della soluzione e accettare quella della promozione, della facilitazione, del processo.
Il cambiamento può avvenire “quando il soggetto sperimenta di aver aumentato il controllo o la percezione dello stesso sulla propria vita, le proprie scelte e decisioni”.
In questa prospettiva aiutare non è dare ricette, dare indicazioni, fornire il libretto delle istruzioni, non è qualcosa di confezionato e pronto.

Eppure, se l’obiettivo è, per dirla con Andrea Canevaro (e Arrigo Chieregatti, La relazione di aiuto. L’incontro con l’altro nelle professioni educative, 1999, Roma, Carocci), la “possibilità di aspettarsi, di aspettare l’altro”, di tenere “viva la relazione di aiuto come reciprocità” senza sentire “la propria posizione come professionalismo, ma come una professionalità in grado di offrire aiuto nel momento del bisogno”, la relazione d’aiuto implica una grande consapevolezza dei ruoli tra chi è aiutato e chi aiuta.
Anche se chi aiuta non solo riconosce all’altro un valore e una dignità almeno pari al suo, ma anche l’esistenza di risorse e caratteristiche positive con cui entrare in dialogo.

La relazione educativa

La relazione educativa è una particolare forma di relazione d’aiuto agita, per esempio, in contesto scolastico, che viene costruita intenzionalmente dall’educatore e tramite la quale avviene il processo di socializzazione, di trasferimento delle conoscenze e di trasformazione del sapere in competenze.
È una situazione che coinvolge processi di crescita e di comunicazione, individuali, interpersonali e di gruppo, ed è fondata:

  • Sulla intenzionalità educativa: non si tratta di una relazione casuale, ma di uno stare insieme consapevole aperto all’incontro con l’altro.
  • Sulla messa in atto di procedure e percorsi: è progettata, pensata, programmata e modificata attraverso l’incontro con l’altro.
  • Sul conseguimento di obiettivi educativi: richiede approdi, mete, anche intermedi (mettendo in conto anche ripartenze) sostenuta da una dimensione di senso reciproca.

In una possibile e interessante mappa, l’istruzione viene distinta dalla formazione. L’istruzione comprende gli atti intenzionali espliciti volti all’apprendimento, e già questo non è poco (magari avendo come riferimento Piero Boscolo, La psicologia dell’apprendimento scolastico, 1999, Torino, Utet). Mentre la formazione è la totalità degli eventi che intenzionalmente esercitano influenza sull’individuo (Galimberti, 2019).
Spesso nelle lezioni con gli educatori, si svolge un’esercitazione su chi sono stati i maestri e i docenti che ricordano ancora e perché. Nella grande maggioranza si ricordano perché hanno dato sostegno trasversale e testimonianza di riconoscimento, legittimazione e vicinanza.

Alcune buone prassi

Tutti i docenti che riconoscano di essere non solo esperti della materia disciplinare che insegnano ma anche operatori di relazione educativa con bambini e adolescenti (per non parlare di insegnanti di sostegno e operatori dell’integrazione e inclusione scolastica), sanno che fa parte della loro professionalità il prendersi cura dell’esperienza di relazione e dello spazio in cui essa avviene. Così come riconoscere che il rapporto è un processo bidirezionale non unidirezionale e chela relazione unidirezionale nel tempo tende a rendere l’altro passivo. Essi forse ricordano una delle testimonianze fondamentali di Alberto Manzi e sanno che la relazione educativa è un atto non impositivo che parte da un presupposto di fiducia nell’altro riconoscendo i suoi bisogni e facendo emergere il sommerso delle sue potenzialità.

Sanno dell’importanza di essere guida e testimone sulla base di una maggiore esperienza e competenza e di essere ritenuti autorevoli dagli altri, in una comunicazione che è momento condiviso. La differenza e la reciprocità sono la risorsa di fondo per la possibilità di costruire uno spazio di crescita: “io vedo dove tu non vedi e viceversa; insieme abbiamo l’orizzonte”.

Conoscono l’importanza delle stare nel tempo: coltivare la capacità di stare con l’altro: “sono qui e sono disponibile, se vuoi posso esserti di aiuto…”, in un tempo oltre quello dell’orologio e dell’organizzazione; In un tempo e in uno spazio dedicato “solo a noi”. Sanno che è fondamentale educare lo sguardo e l’ascolto attivo, considerarele differenze con l’altra persona, la sua unicità, essere consapevoli che non possiamo indossare le stesse scarpe e gli stessi vestiti. È importante abituarsi a considerare l’“altro”, a decentrare il proprio punto di vista.  Conoscono l’importanza di Coltivare la consapevolezza emotiva: la consapevolezza del proprio agire, delle credenze personali, delle proprie emozioni permette di accettare momenti di scoraggiamento e la natura ambivalente dei sentimenti umani, in un continuo esercizio di comprensione.

Educatori e docenti che si incamminano sulla strada della relazione educativa, possono far riferimento a una serie di buone prassi (e non a comandamenti), che li allenano a praticare una professionalità riflessiva che parta dall’osservazione della propria esperienza guidata da buone mappe di riferimento.

Le buone prassi citate in grassetto, non sono un decalogo e sono state rimesse più volte in fila nella preparazione delle sue lezioni dal collega e amico Lando Cruciani, che adesso (mentre chi scrive le pubblica), ne avrà già trovate altre da diverse fonti e riorganizzate, in un lavoro incessante da esperto di relazione d’aiuto, relazione educativa, supervisione e formazione.