Un ospite a scuola
All’incirca dieci giorni fa la notizia di un tredicenne che a Roma ha aggredito una sua docente della scuola media, con uno spray urticante e un coltello, probabilmente indossando occhiali con una videocamera per provare a riprendere tutto e diffondere via Telegram. Il ragazzo è stato fermato da un compagno di classe prima che la situazione diventasse grave per la professoressa che “ha avuto paura di morire”. Il movente, forse un compito in classe, forse. Ma gli approfondimenti virano su altro, con la vecchia tentazione del sensazionalismo, che oggi alimenta la presa di posizione di chi partecipa al gioco delle tifoserie su tutto: il soccorritore è un ragazzo congolese, la docente è a favore della remigrazione, ha perdonato il ragazzo e non vede l’ora di abbracciarlo. Il ministro Valditara ha detto che il recente kids act varato dal governo per inasprire le pene ai minori che delinquono va sulla strada giusta e che disciplina e responsabilità alla fine prevarranno. Il presidente dell’Associazione nazionale presidi, mi sembra, dica una cosa interessante: “Per prevenire dobbiamo anche ascoltare, riconoscere i segnali e costruire relazioni educative efficaci prima che sia troppo tardi”. Quello che dovrebbe interrogare di più ‒ penso mentre giro intorno all’edificio scolastico di Centocelle versante prenestino dove è avvenuto il fatto ‒ è quali siano le condizioni che portino a tali esiti. Quanto siano esterne o interne al perimetro scolastico con la sua potenziale relazione educativa e quanto queste dimensioni intra ed extra dialoghino fra loro.
Dove siamo
Non sono mai entrato in quella scuola, anche se fa parte del mio paesaggio esteriore e interiore. Ho frequentato molto la zona e ci ho abitato anche diversi anni. Davanti al cancello della scuola ho passato molte serate da ragazzo ad aspettare un autobus latitante che mi riportasse a casa dopo gli allenamenti di basket, sarà probabilmente anche per questo che mi è rimasta per giorni una scia di smarrimento e inquietudine ancora più particolare che provo a elaborare. L’edificio in questione è molto grande, occupa una grande piazza da esso dominata e sembra un castello con un fossato circolare intorno. È visibile già a molta distanza, fin dal capolinea dei tram di piazza dei Gerani. Tutt’intorno alla scuola, una corona di palazzi più grossi delle palazzine costruite su orti tipiche del quartiere, segnalano un passaggio progressivo da Centocelle alla zona di Tor de’ Schiavi. Non è un posto abbandonato, ci sono servizi e attività. La professoressa, raggiunta a caldo dai cronisti, ha detto: “Sono sconvolta che un ragazzo così giovane e con una famiglia alle spalle di tutto rispetto abbia concepito tutto questo”.
Un “ospite inquietante” si aggira
L’inquietudine che provo mi suggerisce qualcosa, che metto a fuoco nei giorni. Si tratta di una lettura fatta proprio nel periodo in cui vivevo nei dintorni della scuola. Parlava di una presenza che abita i nostri contesti di vita oggi, una freddezza, una distanza, un’indifferenza che riguarda tutti, ma che influenza soprattutto i più giovani che ne pagano il prezzo più alto, essendo ancora meno attrezzati degli adulti confusi che siamo. Mi chiedo se questo “ospite inquietante” abbia trovato casa e abbia sviluppato conseguenze anche in questo caso. Mi sembra che quel testo lo avessi acquistato proprio lì vicino, nella grande libreria Rinascita di Largo Agosta (che non c’è più).
Umberto Galimberti ripartiva da Friedrich Nietzsche e parlava della presenza ingombrante del “nichilismo” (dal latino “nihil”, niente), inteso come mancanza di senso, di scopo e di futuro, in un mondo dominato dalla tecnica che per definizione non indica nessuna direzione. Per Galimberti nessuno può fornire a ragazze e ragazzi un senso precostruito dall’esterno (chiunque fosse sarebbe poco credibile e non insegnerebbe loro a pensare col proprio corpo, sì ho detto corpo, non solo testa). Ma gli adulti, se responsabili, facilitano nella loro funzione educativa un processo di reazione al vuoto di senso, perché esso sia trasformato in un movimento creativo.
Arrendersi al nichilismo passivo ‒ niente ha senso quindi non faccio niente oppure proprio perché è così posso fare tutto senza scrupoli ‒ genera irresponsabilità, che a sua volta apre la strada ad atti gravi. In altre parole si oscilla dalla rassegnazione e paralisi alla fuga nella violenza distruttiva. In linea col filosofo tedesco novecentesco che ha indagato il termine, Galimberti indica la strada possibile di un nichilismo attivo, dove la ricerca di senso può partire ognuno di noi, in relazione con gli altri. Questa è la più classica e virtuosa costruzione del sé, che è un punto chiave sempre, ma ancora più urgente nel corso dell’adolescenza.
I percorsi per reagire richiedono di essere più consapevoli, essendo aiutati a guardare in faccia il deserto, l’ospite inquietante, per “trovare il proprio demone”, vale a dire, cercare percorsi verso la propria autorealizzazione, attraverso la musica, l’arte, la scienza, l’impegno sociale. Dare al vuoto una speranza progettuale, trasformare la violenza in forza espressiva.
Il ruolo degli adulti
Per fare questo è importante aumentare lo spazio che possono prendere nei contesti scolastici ed educativi in genere, adulti all’altezza del ruolo. Aumentare la superficie di influenza di spazi pedagogici virtuosi. Cura dello spazio educativo, adeguatamente finanziato, e formazione per chi ha desiderio di formarsi e autoformarsi per raccogliere le sfide. Non arrendersi a una forma subdola di nichilismo organizzativo, che è la rincorsa alla sola procedura, per conseguire i risultati burocratici richiesti, trattando allo stesso modo fatti amministrativi o didattici. Far prevalere una dimensione che i greci chiamavano scholé e che ai nostri giorni potrebbe essere tradotta come una scuola che prende come focus l’apprendimento, che richiede una grande attenzione al benessere e alla dimensione educativa, e non alla trasformazione degli istituti in sedicenti scuole-azienda.
Un esempio qualificante per Galimberti di lavoro dei docenti per facilitare la costruzione di un adeguato “concetto di sé” è considerare l’importanza dell’autostima, insieme all’accoglimento degli aspetti negativi e ambivalenti che chiamiamo autoaccettazione. Ma spesso nella scuola sono dimensioni trattate con noncuranza, “l’autostima dello studente è scambiata spesso per presunzione, e l’autoaccettazione come un esplicito riconoscimento da parte dello studente di non valere un granché”. In questo secondo caso il docente si sente assolto nel ribadire voti e giudizi negativi. Curare l’autostima temperata dall’autoaccettazione non è un intervento psicologico improprio in classe per Galimberti, ma una consapevolezza pedagogica che attiene direttamente alla motivazione allo studio e quindi all’apprendimento.
Ultima considerazione
Non sappiamo come siano andati davvero i fatti e non possiamo certo ricondurre un gesto così grave a una sola spiegazione. La responsabilità di ciò che è accaduto rimane in gran parte di chi quel gesto lo ha compiuto, anche se interrogarsi sulle condizioni che lo hanno preceduto non significa giustificarlo né attenuarne la gravità.
Mentre ritrovo nella galleria del telefono una foto di quella grande scuola scattata mesi fa, mi rimane il sospetto che l’ospite inquietante di Galimberti possa avere qualcosa da dirci anche qui: sul vuoto di senso, sul nichilismo passivo, ma soprattutto sull’importanza di curare le relazioni tra adulti e ragazzi. Non per essere sempre perfetti come educatori, non per dare lezioni a nessuno e non per offrire una chiave infallibile di ciò che è accaduto, ma per provare a capire che cosa possiamo fare perché un segnale venga ascoltato davvero, prima che diventi un gesto.
Un libro in sottofondo
Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, 2007, Milano, Feltrinelli, pp. 180.
