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Libertà assertiva
Crediti foto: di Didier VEILLON: https://www.pexels.com/it-it/foto/performance-dinamica-del-festival-all-aperto-a-perigueux-37984995/
20 Agosto 2026

Libertà assertiva

Libertà assertiva

Nonostante nessuno abbia verità assolute garantite in tasca e nonostante l’importanza che riveste la coltivazione del dubbio (da riascoltare Canzone della bambina portoghese di Francesco Guccini), è sempre importante definirsi come persone e trovare i modi efficaci per farlo. Nonostante siamo abitati da una “confederazione di anime” (vedi il dottor Cardoso in Sostiene Pereira), sembra importante perseguire un percorso di individuazione, ricercare un “centro di gravità”, se non “permanente” come quello di Battiato, almeno saldo.

Il contenere in sé moltitudini, con il richiamo a Walt Whitman, rischia di diventare a volte un alibi per una continua indefinitezza travestita da flessibilità. Il dubbio non dovrebbe diventare incapacità di scegliere, così come la complessità non dovrebbe impedirci di assumere una posizione.

I significati di assertività
In un percorso di ricerca di questo tipo, può essere utile interessarsi alla tematica psicologica dell’assertività, chiarendone innanzitutto la mappa. Chi scrive lo farà in questo e in altri prossimi articoli, nella sezione del blog dedicata all’autoformazione popolare.

Recentemente qualcuno mi ha fatto notare di aver svolto un intervento durante una riunione “un po’ troppo assertivo”. Così mi sono accorto, ripescando altri utilizzi simili captati qua e là, che nel senso comune il termine viene utilizzato in un’accezione che sfuma nel significato di “deciso”, o ancora meglio “perentorio”, senza fronzoli e anche tranchant. Usato in questo modo, il senso si discosta però da quello assunto dal termine in ambito psicologico.

Nel Dizionario De Mauro, il significato tecnico-scientifico è fedele alla definizione in campo psicologico, segnalando “il possesso delle abilità mentali e di comportamento che permettono a una persona di affermare la propria personalità senza emettere comportamenti passivi o aggressivi” e ancora “l’applicazione di tale attività”.
Nel Dizionario di Psicologia di Umberto Galimberti si definisce come un “termine introdotto da Joseph Wolpe in riferimento alla capacità di esprimere i propri bisogni, pensieri, opinioni, sentimenti in un modo chiaro ed esplicito senza guastare i propri rapporti con gli altri”. E ancora, l’assertività “è il contrario dell’inibizione, può degenerare in aggressività o denunciare un’ansia sociale”.

Libertà nella comprensione
La prima esigenza di chi voglia mettersi su un percorso verso l’assertività è quella di liberarsi e di esprimersi. Per farlo è importante comprendere i nostri modi di reagire di fronte alle difficoltà. Se siamo consapevoli, di volta in volta, delle nostre tendenze in una determinata situazione o relazione, a compiacere o a dominare, possiamo provare a cambiare la pratica per ricercare una “capacità di affermare se stessi per se stessi”.

Infatti è assertivo “chi sa adoperare le proprie risorse per farsi valere, chi sa esprimere i propri desideri, chi sa difendere i propri spazi e diritti, chi sa raggiungere i propri obiettivi, senza mettere i piedi in testa a nessuno”. L’assertività, dunque, non coincide né con la certezza di avere ragione né con la forza con cui si impone una posizione. Ha piuttosto a che fare con la possibilità di esprimere ciò che si pensa e si desidera senza rinunciare a sé stessi e senza negare l’altro.

Passività e aggressività
Capita infatti di scoprire che dietro a comportamenti passivi o aggressivi si possa leggere, nonostante sembrino fenomeni agli antipodi, una medesima manifestazione di sostanziale “disistima di sé”. Così come è stato lungamente osservato quanto la vittima e il carnefice relazionali siano in realtà dentro una stretta dinamica di interdipendenza, conducendo spesso la stessa danza, lo stesso tango, con passi contrari ma paradossalmente armonici.

Il problema, allora, non è semplicemente scegliere tra passività e aggressività, ma uscire da questa danza e trovare un modo diverso di stare nella relazione.

Distruzione e costruzione
Aggressività ha come radice il verbo latino adgredior, che significa propriamente “avanzare verso”, “avvicinarsi”, “affrontare” e, in determinati contesti, anche “assalire” o “attaccare”. Alla base c’è dunque l’idea del muoversi verso qualcuno o qualcosa, del farsi avanti.

Se l’aggressività viene riconosciuta e agita nelle sue forme necessarie ed essenziali, non è pericolosa, o quanto meno può essere in buona parte sublimata, ma se viene oscurata o negata può trasformarsi in brutale violenza contro gli altri, contro la natura o contro sé stessi.

Per poter trasformare la nostra aggressività, dobbiamo prima riconoscerla e accettarla come una componente importante per prendere in mano la nostra vita, esplorare il mondo, autorealizzarci. Farsi avanti, insomma. Si tratta di distinguere tra un’aggressività costruttiva di questo tipo e una distruttiva che, nascosta o palese, agita o repressa, sfocia in violenza. Aggressività e violenza non sono sinonimi.

Si tratta allora di cercare un equilibrio che non sia compromesso, che non sia semplice normalità e nemmeno eccesso di essa, che non sia falsa quiete mentre il cuore ribolle. La strada per gestire la vita tra estrema aggressività e anassertività non può essere la mediocrità.

La persona mediocre, si tende spesso a pensare, è quella perdente, con uno status sociale umile, con una vita non eccezionale. In realtà è mediocre chi “non sa dire un No e neppure un Sì, che preferisce barattare la felicità con la sicurezza, che non ha tratti distintivi, che appare opaca, innocua, senza passioni”. In questa condizione non sembra ipotizzabile nessun percorso di cambiamento. E, forse, nemmeno la possibilità di amare davvero.

Dipendenza e coraggio
Non è possibile amare, in tutti i sensi che possiamo attribuire al termine, se si è schiavi del bisogno. Nel bisogno ci sfruttiamo e non ci amiamo. E finché non ci si sente interiormente liberi, non possiamo far altro che manipolare e aggredire. “Ma per essere liberi occorre vincere l’avidità e la paura”.

Certo, si dirà, sono cose che è più facile dire che fare. La questione però è avere il desiderio di mettersi sulla strada, di rischiare. L’inizio di tutto è un atto di coraggio: coraggio di convivere con la paura, coraggio di costruire una direzione di valore nella propria vita, coraggio di fronteggiare la condotta aggressiva e manipolativa degli altri, coraggio di riconoscere le nostre condotte aggressive e manipolative, coraggio di reagire ai persecutori con una danza diversa dalla loro, con un obiettivo di integrità.

Trovare una strada nuova e praticabile tra i due poli dell’attacco e della fuga. “L’essere assertivi si può identificare come un percorso verso la libertà, verso modi di agire e interagire con gli altri orientati all’autonomia e all’autenticità”. In altre parole, come diceva il filosofo Epitteto diversi secoli fa, “nessun uomo è libero se non è padrone di sé stesso”.

Un libro in sottofondo
Franco Nanetti, Assertività ed emozioni. Manuale di formazione integrata alla comunicazione efficace, 2008, Bologna, Edizioni Pendragon, pp. 272. Le citazioni riportate sono riprese da questo testo.