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La peste di Camus
Crediti foto: Martin Greslou in CC Commons
11 Gennaio 2025

La peste di Camus

IL LIBRO

Albert Camus, La peste, 2018, Firenze, Giunti, pp. 326.

L’AUTORE

Francese d’Algeria (1913 – 1960), scrittore, filosofo e attivista politico, premio Nobel per la letteratura nel 1957. È stato interessato alle rivolte possibili per “stare” nell’assurdo dell’esistenza umana (anche nel saggio L’uomo in rivolta), quando non si scelga di abbracciare né un approccio ideologico o dogmatico per guardare al mondo, ma nemmeno il nichilismo (vale a dire la negazione di tutti i valori morali, religiosi e filosofici). Tale nichilismo, espresso in forma di dissociazione da sé stessi, anima il racconto un altro grande romanzo dell’autore: Lo straniero. Il 4 gennaio scorso sono trascorsi 65 anni dalla sua morte.

SINTESI DEL LIBRO

Scritto nel 1947, il testo immagina la città Algerina di Orano, una città di mare che però volge le spalle alle onde, assediata dalla peste, in un imprecisato momento degli anni quaranta del Novecento. La vicenda vuole essere un’allegoria del male latente nella storia dell’uomo, sempre presente anche se celato, che si era da poco manifestato storicamente in tutta la sua distruttività tragica, nel nazifascismo.
Allo stesso tempo è un’indagine in forma di romanzo, di come ciascun essere umano travolto dal flagello del male, esprima la sua personale rivolta ad esso, oppure vi aderisca. Il medico Bernand Rieux, il gesuita Paneloux, lo scrittore di taccuini Tarrou, il giornalista Rambert, l’impiegato comunale Grand, il medico virologo Castel, tutti fanno parte di una squadra solidale di soccorso cittadino. E poi c’è il giudice Othon, e la figura sofferente di Cottard.

È un testo tornato di forte interesse durante la pandemia mondiale di covid esplosa in maniera conclamata nel 2020 ma individuata nel 2019, con uomini e donne sofferenti, di contagio sanitario e di quarantena sociale. Chi scrive ricorda le speranze (in realtà più le voglie di lieto fine con gli “andrà tutto bene”), la dura realtà di città e piccoli centri aggrediti, le tregue apparenti e i ritorni di fiamma repentini nei mesi e anni successivi.
“Benché l’improvviso arretramento della malattia fosse del tutto insperato, i nostri concittadini aspettarono a rallegrarsene. Se i mesi appena trascorsi avevano accresciuto in loro il desiderio di liberazione, avevano anche insegnato la prudenza e li avevano abituati a far sempre meno assegnamento su una fine imminente dell’epidemia”.

Ma quello che colpisce in qualunque momento di lettura o rilettura del romanzo, sta nella chiarezza con cui l’autore esplora l’esperienza umana con la forza di un’immaginazione adamantina. Ci sono, attraverso questo sguardo, tanti parallelismi con il periodo pandemico così forte e così deflagrante che oggi – se ci facciamo caso – più che fortunatamente alle spalle, sembra completamente dimenticato.
A cinque anni dagli eventi pandemici più recenti, protetti dalla invenzione letteraria, leggendo La peste possiamo invece ricordare per fare memoria e lasciar risuonare un periodo di vita che ci è appartenuta in maniera molto invasiva, cambiando radicalmente la società che viviamo, magari per elaborarlo ancora prima di lasciarlo andare. Nel romanzo si ritrovano infatti: il passaggio del virus dagli animali (così almeno si disse), la gestione pubblica dei funerali, il sentimento di esilio dei cittadini, una vita notturna sotterranea nonostante il coprifuoco, il lucro economico sulla sofferenza, la negazione, l’euforia e lo sconforto, la scelta solidale o individualistica.
Per un lettore di oggi il rimando è abbastanza forte, per il lettore dell’epoca sicuramente era forte il ricordo della guerra, la speranza che finisse, ma insieme la realtà vissuta delle sofferenze e degli stenti correlati.

In una lettura più larga, è rimarchevole che ogni passaggio e dialogo siano un viaggio asciutto e profondo nella condizione di singole esistenze. Non c’è retorica e non c’è fatalismo. Non ci sono certezze e non c’è disperazione. C’è una speranza attiva che non è rassegnazione e non è un’abitudine. C’è rispetto per i buoni sentimenti, né banali né manierati. “‘In sostanza’ disse Tarrou con semplicità, ‘a me interessa sapere come si diventa un santo’ […] ‘l’unico problema concreto che oggi conosco è se si può essere un santo senza Dio’ […] ‘Forse’ rispose il dottore ‘ma sa, io mi sento più vicino agli sconfitti che ai santi. Non provo granché interesse, credo, per l’eroismo e la santità. Quel che mi interessa è essere un uomo’“. Ci ricordiamo tutti la retorica che abbiamo sopportato sui medici e sugli infermieri eroi, senza che poi sia cambiato molto negli aspetti organizzativi generali, per far lavorare bene e in modo stabile chi interviene nella cura di persone e comunità, soprattutto se giovane.
La scena termina con un bagno a mare dei due amici, che è “anche per un futuro santo un piacere lecito”. C’è sempre il sole, c’è sempre il mare e c’è quello che c’è nei libri di Camus e in questo. O per dirla con le parole del filosofo francese Onfray, c’è un esistenzialismo “mediterraneo”.

UNO SPUNTO AUTOFORMATIVO

Il dottor Bernand Rieux, ricerca un modo di stare al mondo, che privilegia la dimensione dell’osservazione accurata dei fatti e dei sentimenti (la trasformazione delle relazioni affettive nel corso dell’esistenza o l’arbitrarietà insensata del destino di sofferenza, ad esempio).
C’è in lui l’ascolto degli uomini e dei contesti di lavoro sanitario e di soccorso cittadino, per fare con coscienza e competenza quello che è giusto fare. Rieux e i suoi compagni sono una testimonianza di come l’intelligenza personale e collettiva possa scegliere ogni giorno di mettersi a servizio di cose buone per la propria città e i propri concittadini, senza prosopopea e con dignità, attingendo al maggior numero di risorse possibili, nella fragilità.

Con questo sfondo di riferimento e con questo approccio, che non è né neutro, né professionalistico, né ideologico e nemmeno accogliente di maniera, si possono accompagnare equipe di lavoro a scegliere insieme quali gesti quotidiani valorizzare per prendersi cura della “parte di città” che presidiano, delle persone con cui operano e di loro stesse. Anche se la cornice organizzativa generale non rema dalla loro parte, non abbandonarsi all’inerzia che invita a salvarsi da solo e da sola.
Alla fine riecheggia una domanda possibile, quali sono oggi le pesti che ci aggrediscono? Ai lettori la risposta, oppure soltanto la coinvolta lettura del romanzo.