Le Due vite di Trevi
IL TESTO
Emanuele Trevi, Due vite, 2021, Vicenza, Neri Pozza, pp. 103.
L’AUTORE
Ha dichiarato che, da critico letterario, il suo core business è quello di far leggere i libri degli altri. Ma oramai la scrittura dei suoi libri, che a partire dalla propria esperienza esplorano romanzescamente l’umano, è in evidenza. Per dire: con La casa del mago ha vinto il premio Campiello 2024, con il libro di cui parliamo qui invece, aveva vinto il premio Strega nel 2021.
SINTESI DEL LIBRO
Due scrittori – Pia Pera e Rocco Carbone – due amici dell’autore, due persone realmente esistite che a loro volta si conoscevano. Il racconto di alcuni aspetti della loro esistenza narrati da Trevi con un’intenzione ispirata dalla consapevolezza dell’unicità di ciascuna vita e dalla speranza di comunicabilità tra vite diverse e singolari.
Si tratta di un lavoro che ricerca l’essenziale, che procede per sottrazione del tanto (e troppo) che si potrebbe dire, eppure è un testo davvero ricco. Può capitare di avere il desiderio di trascriverlo quasi tutto su un taccuino e di trovarsi d’accordo con Concita De Gregorio che ne aveva detto “un libro che […] ho desiderato imparare a memoria, incorporare le parole come fossero mie”.
Intorno ai libri di Emanuele Trevi, compreso Due Vite, è possibile seguire gli esperti chiedersi a che genere appartenga e se sia, per dirla con Todorov, più opera di letteratura o di scrittura, in altre parole se romanzo o autofiction.
Da lettori se ne può apprezzare la grande capacità narrativa, ma non virtuosistica. Si può guardare da vicino una pregevole arrampicata dell’autore verso alture di racconto e di prosa notevoli, salite con la padronanza dello scrittore esperto e ben equipaggiato che si trova a proprio agio a quelle altitudini, senza dover dimostrare.
Le ascese e le discese sono intervallate poi da soste in radure riflessive, dove ragionare sull’esperienza narrata per rendere evidenti alcune scoperte esistenziali, con approccio meta narrativo.
Tra i tanti temi del testo, da segnalare la grande fiducia nella scrittura, ritenuta più potente del ricordo, per incontrare chi non c’è più: “Di una cosa sono sicuro: mentre scrivo e fintanto me ne sto seduto a scrivere Pia è qui […]. Se invece penso a Pia, ci sono solo io che la penso, è tutto nella mia testa. Ne deduco che la scrittura è un mezzo singolarmente buono per evocare i morti e consiglio chiunque abbia nostalgia di qualcuno di fare lo stesso”.
La prosa d’arte dell’autore non piaceva all’amico Rocco Carbone, alla ricerca estetica di pulizia e essenzialità e, in una parte della sua vita, alle prese drammaticamente con gli dei ormai diventati demoni (per dirla con uno degli autori di riferimento dello stesso Rocco: James Hillman). Ma se la letteratura parla di un morbo “non potrà che trasformarla in una malattia senza nome, l’unica che si possa comunicare degnamente a quell’irripetibile intreccio di destino e carattere, contingenza e necessità che dà vita a un personaggio”.
Perché non c’è una grande differenza nel raccontare persone realmente esistite o personaggi, in entrambi i casi “bisogna ottenere il massimo nell’immaginazione di chi legge, utilizzando il poco che il linguaggio ci offre. Far divampare un fuoco psicologico da qualche fraschetta umida raccattata qua e là”.
UNO SPUNTO AUTOFORMATIVO
Potrebbe sembrare che le conclusioni dell’autore, vista la direzione intrapresa dalle sue digressioni riflessive nel racconto delle vite degli altri, possano andare nella direzione dell’importanze del conoscere sé stessi. Ma non è proprio così, perché “non siamo nati per diventare saggi, ma per resistere, scampare, rubare un po’ di piacere al mondo che non è stato fatto per noi”, dice Trevi parlando di Pia. E ancora, dice di aver sempre augurato a Rocco “un minimo di inconsapevolezza in più”.
Diciamo che viene tratteggiata una forma di saggezza, anche qui, per sottrazione consapevole: “la felicità dovrebbe consistere in una sempre minore attenzione a se stessi. Altro che la cura di sé! Meno sai chi sei e cosa vuoi e meglio stai”.
Ma quelle che sembrano sentenze potrebbero essere, in ultima analisi, le parole e i pensieri del personaggio, fosse pure quello del narratore.
