L’onda di Carofiglio
IL TESTO
Gianrico Carofiglio, Il silenzio dell’onda, 2011, Milano, Rizzoli, pp. 304.
L’AUTORE
Nato a Bari nel 1961. Scrittore, ex magistrato, ex senatore, karateka. A partire dal 2002 ha pubblicato romanzi seriali, che hanno come protagonisti: l’avvocato Guido Guerrieri (sette), il maresciallo dei carabinieri Pietro Fenoglio (tre) e l’ex pubblico ministero Penelope Spada (due). I romanzi non in serie sono invece al momento sei. Non va confuso con Francesco, fratello scrittore anch’egli e regista, con cui pure ha scritto assieme. Ha pubblicato anche cinque libri di racconti e nove saggi a tema: etica, politica, discorso pubblico e scrittura, ricordiamo tra questi ultimi: La manomissione delle parole (2010), Con parole precise. Breviario di scrittura civile (2015), Della gentilezza e del coraggio (2020) La nuova manomissione delle parole (2021) e Elogio dell’ignoranza e dell’errore (2024).
SINTESI DEL LIBRO
Il libro è composto da quarantacinque capitoli brevi, di cui tredici sono titolati ricorsivamente “Giacomo”, mentre gli altri con il numero progressivo scritto a lettere (da “uno” a “trentadue”). In questi ultimi si segue la vicenda di Roberto Marìas, un maresciallo dei carabinieri attualmente non in servizio attivo. Roberto, nato da padre californiano detective morto tragicamente troppo presto e madre romana (anche lei scomparsa), è cresciuto nel sud California dove ha coltivato la passione per il surf che ci chiarisce anche il titolo del romanzo (“Quando l’onda ti porta senti di fare parte, se capisce cosa intendo; e ti sembra che tutto finalmente abbia un significato”). Roberto arriva con la madre in Italia a sedici anni, arruolandosi nei carabinieri poco dopo. Nel racconto seguiamo il momento in cui sta cercando di ricostruire la propria vita. Non è un lettore di libri, è un po’ a disagio quando si affronta l’argomento, ma è un camminatore. Percorre a piedi le distanze che uniscono il Rione Monti di Roma dove vive (a via del Boschetto, vicino al Colosseo) a piazza Alessandria, sede dello psichiatra che pratica arti marziali da cui è in cura, sia farmacologica, sia psicoterapeutica. Passa anche dall’Esquilino e, parlando di relativa periferia, arriva al massimo a casa di un collega al Pigneto. Roberto ha prestato servizio dapprima nella sezione narcotici di Milano, passando progressivamente ad agente sotto copertura nelle indagini su grandi traffici illeciti. Queste esperienze lo hanno disgregato e lo hanno portato molto lontano dalla coerenza del suo incontro giovanile tra tavola e onda. La sua vita da infiltrato si è così tanto compenetrata alla sua da sostituirla, come un’ombra ingombrante (o è la sua “precedente” vita l’ombra ormai?), lasciando uno strascico di inautenticità, straniamento, dissociazione, dolore, colpa. Racconterà lui stesso al terapeuta progressivamente il tutto, in particolare in una seduta poco ortodossa, a partire da tre episodi salienti e tragici della sua esperienza.
Nel suo percorso importante anche l’incontro ogni lunedì nel palazzo dello psichiatra con Emma, anche lei paziente, attrice che aveva raggiunto un buon successo di visibilità in passato. I due scoprono anche di essere vicini di casa, se lui è di via del Boschetto, lei è di via Panisperna e si ritroveranno a prendere un aperitivo a piazza Madonna dei Monti. Emma tiene molto ad arrivare in orario agli appuntamenti, perché ha scoperto che “il ritardo è una forma di esercizio di potere mascherato”. Chi è invece Giacomo che per tredici volte entra a intervallare la storia di Roberto? Chi è questo ragazzo che sogna un cane parlante di nome Scott e che è innamorato di una sua compagna di classe? Seguire questa pista, con il cambio di registro tra voce adulta in terza persona e voce bambina in prima, porterà il lettore a uno snodo fondamentale della parabola del protagonista e anche dello stesso Giacomo, accompagnandolo nell’ultima parte della storia, dove l’indagine esistenziale lascia il posto a un’indagine investigativa su cui tornerà Roberto.
I temi portanti del libro sembrano essere il rapporto con il padre e il passaggio alla vita adulta, la fragilità dell’identità individuale e il senso di colpa che attanaglia le vite di Roberto e Emma.
UNO SPUNTO AUTOFORMATIVO
Nella vicenda estrema di Roberto, troviamo argomenti relativi alla solitudine, alla difficoltà di trovare un senso e alla necessità di resilienza quando la vita è da ricostruire a partire da un frammento che prova a ricomporre un mosaico disgregato. La resilienza (termine a volte abusato e a volte confuso con resistenza), può essere definita come un processo di rielaborazione del dolore per fronteggiare perdite e traumi, scoprendo risorse e energie che non si conoscevano (Consuelo Casula).
Ma il romanzo, che fu finalista del premio Strega, è interessante anche per farci riflettere su un altro aspetto ancora. Nel capitolo “Trentuno”, anche se si è un lettore mediamente navigato, che comprende quello che sta succedendo in termini di costruzione e di argomenti, interviene la commozione.
Certo chi scrive non può escludere che questo succeda per fragilità personale del momento o per altra condizione individuale. Eppure è rimarchevole la bravura dell’autore che pure toccando aspetti che chi legge può attendersi in quel momento del romanzo, guadagna credibilità anche affrontando un “luogo comune”. In questo caso l’infanzia che finisce per Giacomo (nelle pagine immediatamente precedenti il tutto era stato anche, per così dire, preparato da un libro di Conrad, notato dal carabiniere su uno scaffale) e come questo risuoni in Roberto. Tutto previsto, eppure leggendo si può piangere in un parcheggio sotto gli alberi di Ostia Lido, come è successo a chi scrive.
È un insegnamento anche per il lavoro sociale, nessuna tecnica di intervento è il fine dell’azione e da sola può garantire passi avanti. È fondamentale un movimento attraverso il quale essa diventi strumento organico di un’azione complessiva comunicativa e d’aiuto che si pone in essere, dove l’autenticità (e non la spontaneità) è sempre un elemento fondamentale.
