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Ogni vita merita un romanzo
Crediti foto: di Patafisik, CC BY-SA 4.0 , via Wikimedia Commons
9 Agosto 2026

Ogni vita merita un romanzo

Sono passato molte volte a Roma dalle parti di via Tuscolana, all’altezza di via dell’Arco di Travertino, in autobus, in macchina, a piedi, transitando davanti a una vietta quasi nascosta, un pezzo riconoscibile di vecchio insediamento di quella parte di borgata, chiamata Vicolo di Porta Furba. Mi sono sempre chiesto come fosse vivere lì, allora e oggi. A due passi da una stazione della metropolitana, dalla ferrovia, dalla sede della Banca d’Italia, eppure ferma nello stesso momento all’epoca in cui intorno alle casupole baraccate c’erano terra, fango, strade sterrate e campagna.

Adesso so che in quella strada è nato Mario Elia, detto Bananaro o Er Banana, nel 1944, dopo aver letto il secondo libro che inserisco nella rubrica “romanzo periferico”. Si tratta di un testo corposo di trecento pagine, diviso in 65 sezioni, un memoir dal titolo Nati all’ombra del Mandrione. Spavalderia e saggezza dei ragazzi di borgata, 2018, Perugia, Futura Edizioni, pp. 304.

Seguendo una traiettoria tutta pasoliniana che dalla Tuscolana arriva in modo radiale alla Tiburtina, passando per Casilina e Prenestina, l’autore ha poi lungamente frequentato due bar in zona Largo Preneste (Roma e America) e vissuto storie d’amore, di incontri, di traffici e di amicizie. Al bar Roma racconta di aver incontrato, nel 1969, Pier Paolo Pasolini, di cui era già amico di lunga data, in un passaggio interessante del racconto.

Romanzo periferico 2
Il racconto si apre con una sorta di saggio condensato di carattere storico e architettonico su alcune carceri italiane. Scopriremo che sono istituti di pena (anche quando dovrebbero essere di rieducazione) in cui è passato l’autore. Prosegue con il racconto del soggiorno carcerario a Regina Coeli dello stesso autore, al compimento del suo sessantesimo anno, nel 2004.

Nel viaggio dalla scarcerazione al domicilio del Mandrione (e dell’Acquedotto Felice, versante Porta Furba), inizia un flashback, una narrazione a ritroso nella memoria della borgata a partire dagli anni Cinquanta, dall’infanzia e dalla famiglia fino al 1970, al compimento dei ventisei anni di età. Mentre leggevo, provavo a condensare in una formula sintetica il nucleo del libro.

Ho pensato di trovarmi di fronte alle “memorie di un ladro”, con competenze raffinatissime di scassinamento; poi a quelle di un ragazzo di borgata e a un diario dalle carceri, attento alla composizione sociale e ai suoi cambiamenti nel tempo, ai linguaggi, alle procedure e alle sostanze stupefacenti. È anche un diario sentimentale, fatto di storie d’amore tormentate (Annamaria di Via Aversa, Gabriella di Arezzo, Gabriella piccola, Cristina la prostituta), e il racconto di momenti di apparente normalità sociale, come quando lavora come “macellaretto” ai Parioli, incontrando clienti come Totò e Gino Cervi.

Elia non racconta soltanto sé stesso. Attraverso nomi, soprannomi, strade, bar, celle, incontri e vicende personali, restituisce una moltitudine di persone e di vite, ricostruendo insieme alla propria la geografia umana delle borgate e del carcere, con i suoi riti e la sua dura invivibilità. È forse anche in questa capacità di dare spazio e parola agli altri che la sua memoria acquista una dimensione più ampia di quella autobiografica.

La cosa apparentemente più generica, ma forse più giusta, è dire che si tratta del racconto di molte esperienze di una vita (che, come tutti gli scritti autobiografici, presenta una dialettica tra autore e protagonista, solo apparentemente coincidenti), a suo modo ricca nella condotta estrema e nella difficoltà palpabile di vivere nelle regole vissute come imposte.

Un altro aspetto da sottolineare è il tentativo di iscrivere la propria esperienza in relazione agli accadimenti storici e politici dei tempi attraversati (in particolare del decennio chiave degli anni Sessanta).

Il punto cruciale
A chi legge è sembrata centrale, trasversalmente a tutte le vicende, una riflessione che l’autore ripropone in diversi punti: quanto la sua provenienza sociale e quella di persone come lui abbiano inciso nel rendere impossibile l’inclusione nella società, con un correlato di domande riguardanti la capacità di riabilitazione degli istituti di repressione.

Da tale punto di vista è davvero interessante seguire anche le vicende che porteranno il protagonista-autore a lavorare in fabbrica nel 1970, al termine di una pena di sei anni (fatta di trasferimenti, di spazi conquistati, di una rivolta carceraria nel 1969 e di arretramenti), grazie alla corrispondenza e una successiva collaborazione con un’associazione culturale e filantropica di area confindustriale che stampa la rivista “Panorama per i giovani”.

L’esperienza nella fabbrica (organizzata da Furio Cicogna di Confindustria nella sua ditta di fibre tessili artificiali a Vercelli) viene vissuta dall’autore, per certi aspetti, in modo analogo a quello del regime carcerario. Ugualmente, il suo essere riformato alla visita di leva per ragioni psichiatriche viene vissuto come un altro stigma sociale. Rivolgendosi ai medici che lo hanno visitato, riporta una sua intemerata:

“Ci sono nato psicopatico o ci sono diventato durante i ricoveri in collegio, in riformatorio, nelle carceri? O non piuttosto nella baracca in cui ho vissuto tra la merda e la fame fino a 16 anni? […] Se ci fosse vissuto uno dei vostri figli in queste condizioni, ne sarebbe vissuto meglio di me? […] Voi non mi fate fare il militare non per il mio bene ma per vostra convenienza. […] La vostra scienza psichiatrica non è affatto neutrale ma si è messa al servizio delle istituzioni. […] Come mai le mie orecchie sentono scandire e rimbombare sui muri delle galere sempre gli stessi cognomi?” (pp. 289-290).

Aveva declamato un discorso molto sentito anche nel carcere di Perugia, parlando ai giovani detenuti “politici” (con cui pure era entrato in dialogo ravvicinato), contrapponendo la loro posizione di carcerati occasionali (pronti in futuro a entrare nell’élite di giornalisti e politici) a quella socialmente tragica dei detenuti comuni.

Significativo, sullo sfondo di tutto questo, è il confronto con il padre dell’autore, carabiniere di borgata, dal quale eredita il soprannome (al ritorno dalla guerra d’Africa, prima della nascita del figlio, cominciò a vendere banane, da cui “bananaro” e “er Banana”) e da cui teme di dover ereditare anche disturbi psichiatrici che avevano portato il genitore a più di un ricovero al manicomio di Sata Maria della Pietà.

Una traccia attraverso la scrittura
Non ho trovato, oltre a questo libro, ulteriori pubblicazioni narrative attribuibili all’autore. Mario Elia ha vissuto un’esistenza complessa e ha scritto un testo di sicuro interesse, ma non sembra aver proseguito con altre attività di narrazione o pubblicazioni. La breve biografia a fine testo del 2018 termina con: “oggi vive da anziano interessandosi alla politica, a coltivare amicizie e ad approfondire la sua passione per la storia”.

È stato lo psicologo e psicoterapeuta Erving Polster, con il suo libro del 1987, tradotto in italiano col titolo Ogni vita merita un romanzo, a introdurre tale modo di dire.

L’espressione vuole rimarcare il valore di ogni (auto)narrazione nel favorire la consapevolezza e nel riconoscere la dignità di ogni esistenza.

Nel caso specifico potremmo dire: ogni vita merita un memoir, aggiungendo però che è stato anche lo studio a permettere a Mario Elia di acquisire uno sguardo e una prospettiva sui fatti narrati che lo riguardano.

Potremmo anche dire legittimamente che è anche la memoria di un percorso di crescita e di relativo riscatto, nel quale lo studio ha avuto un ruolo importante.

Chissà, forse a breve non mi limiterò a transitare davanti a Vicolo di Porta Furba, ma magari entrerò in quella via stretta e chiusa, così come ho fatto con la storia di Mario, trovata in una libreria che faceva l’ultima vendita prima di cessare le proprie attività in via Prenestina. Nella speranza attiva che tutte le chiusure possano essere nuovi inizi.