Periferia e immortalità
Periferia e immortalità
Mentre vedo scorrere da un finestrino le immagini della mia città, o mentre i profili delle palazzine insidiano un tramonto romano, incorniciati dal vetro posteriore di un tram, penso a Umberto Eco quando diceva che i libri allungano la vita. Il finestrino diventa uno schermo e Roma, mentre scorre, sembra un film girato in tempi diversi. Basta saperlo guardare per vedere affiorare, dietro le strade di oggi, quelle che le hanno precedute.
È una specie di macchina del tempo senza effetti speciali. Un palazzo, una strada, un muro, una curva possono diventare fotogrammi di una storia urbana che continua a scorrere sotto quella visibile. E allora viene voglia di tornare indietro, di chiedersi come fosse quel luogo prima che esistesse così, prima che nascessero i nostri genitori, i nostri nonni e, andando ancora più indietro, persone di cui non sappiamo quasi nulla.
Se è vero che nessuno sceglie dove nascere è altrettanto vero che, essendoci nati, possa venire legittimamente la voglia di leggere un libro a cielo aperto per ricostruire come e perché si sia propagata la città misteriosa che abitiamo.
Stefano Vannozzi ci ricorderebbe che uno degli aspetti più interessanti e ancora oggi più sottovalutati su Roma è l’archeologia in periferia (nell’ex Agro romano), dove resti e tracce sono più che presenti (nella ex borgata di Torre Maura dove vivo, tra le altre cose c’è una tomba del I secolo d. c. nel cortile di un palazzo).
Un francese a Roma
Ho letto che lo scrittore francese Emmanuel Carrère sta vivendo e lavorando a Roma in questo periodo, in una casa di un amico ai Parioli (storico quartiere residenziale). Scrive ai tavolini dei bar e gira in bicicletta a Villa Ada. Paragona il luogo al XVI arrondissement di Parigi, dove è nato, anche se dice di vivere oggi nel X arrondissement, che paragona invece alla zona di piazza Vittorio. Di Carrère mi colpì la descrizione della zona romana dell’Argiletum, dove immagina nel I secolo d.C. (il secolo della tomba di Torre Maura) passeggi Paolo di Tarso (quello della basilica fuori le mura), insieme a Luca (l’evangelista) arrivati a Roma, mentre sui banchi di libri è esposto l’ultimo papiro di successo di Seneca (nel romanzo Il Regno).
L’Argiletum era una via nella Suburra, allora periferia popolare e, oggi diremmo, criminale di Roma. Individuabile ai giorni nostri nelle vie Leonina e Madonna dei Monti, nell’attuale e centralissimo Rione Monti, a pochi passi dai Fori. Ma c’è qualcosa nella Roma di Carrère che mi interessa ancora di più dell’Argiletum coi i suoi banchetti di papiri. La periferia, nella storia di una città, non sta mai ferma. Quello che un tempo era margine può diventare centro; quello che era fuori può essere inglobato, trasformato, dimenticato e poi nuovamente riscoperto. La Suburra di Paolo e Luca oggi è nel cuore monumentale di Roma. E persino i Parioli, dove Carrère vive oggi, sono stati a lungo fuori dalla città consolidata, anche se mai propriamente periferici per censo.
Il margine e ciò che sta intorno
È anche questo movimento del margine che mi interessa quando attraverso Roma, insieme al cercare quello che c’era prima, capire come la città abbia continuamente spostato il proprio confine.
Devo però precisare che sono più attratto nel tornare a visitare quelle situazioni relativamente più recenti che progressivamente hanno dato vita alla creazione della metropoli, con il suo arcipelago urbanistico. Direi che ripercorro a mio modo la storia cittadina a partire dalla presa di Roma dei Savoia (la Breccia di Porta Pia è del 20 settembre 1870) ad oggi. Perché mi pare che da lì parta una storia della periferia moderna e contemporanea. Seguire lo sviluppo del concetto di periferia significa seguire la storia del margine, “di ciò che sta attorno”.
Forse bisogna partire proprio da ciò che accade dentro la città, e non soltanto da ciò che viene costruito fuori dalle mura. Con gli sventramenti e le grandi trasformazioni che accompagnano la costruzione della capitale, il centro cambia progressivamente funzione e popolazione. Nel quartiere Rinascimento, tra piazza Navona, via Giulia e le strade che portano verso il Tevere, bottegai, artigiani e lavoratori lasciano spazio alla nuova città borghese. Una parte di quella popolazione viene allontanata dai luoghi nei quali aveva vissuto e lavorato per generazioni e ricollocata sempre più lontano, nelle nuove borgate.
Il margine, dunque, non è ancora soltanto un luogo geografico, ma può essere prodotto da una trasformazione del centro. È la città stessa che, mentre si rinnova (molto spesso per inerzia apparente), decide chi può continuare ad abitarla e chi deve spostarsi altrove.
Santa Croce in Gerusalemme e San Lorenzo
Ma quasi contemporaneamente accade qualcosa di apparentemente diverso. La nuova Roma ha bisogno di lavoratori e comincia a costruire, dentro o ai margini della città consolidata, i luoghi nei quali possano abitare. Santa Croce in Gerusalemme e San Lorenzo appartengono a questa prima stagione della periferia moderna post unitaria. Sono quartieri legati alla crescita della capitale e alla presenza di una popolazione operaia, quella dei ferrovieri, tramvieri, netturbini e lavoratori dei nuovi servizi urbani.
La nascita dell’Istituto per le Case Popolari nel 1903 rappresenta poi il passaggio in nuce verso un intervento pubblico più organico. Promessa mai mantenuta nel prosieguo. La periferia è in questo caso anche ciò che la città costruisce con i ferrovieri protagonisti, per dare un posto alla popolazione che lavora e che cresce insieme alla nuova capitale.
È interessante che oggi, proprio in quei luoghi, questa storia abbia continuato a parlare con questo significato sotto altre forme. L’edificio di via Santa Croce in Gerusalemme 55, poco lontano dalle prime case popolari oggi prestigiose, dopo essere stato abbandonato viene occupato nel 2013 e diventa Spin Time: una casa per centinaia di persone e, progressivamente, anche uno spazio sociale e culturale, oggi in smantellamento.
Una vicenda diversa da quella dei primi quartieri operai, naturalmente, ma che riporta una questione che Roma non ha mai davvero smesso di avere, vale a dire il rapporto tra abitazione, lavoro, povertà e diritto alla città. La periferia, in questo caso, non è affatto lontana dal centro: è dentro una zona centrale della città. Una vicenda che continua, anche quando la geografia della città ha ormai cancellato quella distanza fisica.
Testaccio
Anche la storia di Testaccio racconta quanto fosse difficile costruire una periferia operaia che non fosse soltanto un insieme di case. I primi lotti vengono avviati nel 1883, ma la realizzazione procede con una lentezza sorprendente. Per decenni il quartiere rimane incompleto, senza strade adeguatamente sistemate, senza gas, senza lavatoi; persino la scuola arriva tardi. Insolera parla, significativamente, di un “mezzo quartiere”. Non basta infatti progettare le case perché esista un quartiere, se attorno alle case non arrivano contemporaneamente i servizi e le condizioni che permettono di vivere pienamente la città.
Testaccio diventa così un esempio importante di quella distanza tra la città progettata e la città realmente abitata che attraversa tutta la storia moderna di Roma. Il tentativo di dare una casa agli operai non coincide automaticamente con la costruzione di una comunità urbana dotata di tutto ciò che serve. Per anni gli abitanti sono costretti, in qualche modo, a completare individualmente ciò che manca collettivamente. È una contraddizione che tornerà molte volte nella storia delle periferie romane, si tratta di costruire rapidamente le abitazioni e arrivare dopo, o molto dopo, con le infrastrutture, i servizi, la scuola, gli spazi comuni.
Oggi Testaccio appartiene al Municipio Roma I Centro, insieme al centro storico, a Trastevere, all’Aventino e ad altri rioni della città centrale. È difficile non vedere, in questo semplice dato amministrativo, il movimento di cui parlavo all’inizio: un quartiere nato come uno dei più organici tentativi di costruire una città popolare e operaia è ormai parte del centro di Roma. Quello che era margine è stato inglobato dalla città.
Il Mandrione
E poi c’è il Mandrione. Qui la storia prende un’altra direzione. Non siamo davanti a un quartiere progettato per una popolazione operaia, ma a uno dei luoghi nei quali la popolazione che arriva a Roma deve trovare da sé un posto dove stare. Mandrione è una proto borgata spontanea.
Prima i braccianti che arrivano dalla campagna, poi i manovali e i muratori richiamati dai grandi cantieri della nuova città. Gli alloggi di fortuna si appoggiano alle mura, agli acquedotti, agli spazi marginali. il Mandrione diventa uno dei luoghi nei quali prende forma quella città informale che cresce accanto a quella abbastanza progettata. Le prime baracche sono anche una conseguenza della distanza tra il lavoro che la nuova Roma richiede e le abitazioni che è in grado di offrire a chi quel lavoro lo svolge.
È difficile non pensare, arrivati qui, a Mario Elia e al suo Nati all’ombra del Mandrione. Ne ho scritto recentemente. Una vita raccontata da chi quella borgata l’ha abitata, e non osservata da fuori. Il Mandrione non è più allora soltanto un luogo della storia urbanistica di Roma, né soltanto uno scenario di baracche, acquedotti e povertà. Diventa una somma di vite, di relazioni, di infanzie, di lavori, di errori, di riscatto e di memoria.
La storia della periferia acquista così un’altra profondità: dietro le trasformazioni della città ci sono persone che hanno attraversato quei luoghi e che, in qualche modo, hanno contribuito a costruirli. Romanzo periferico e il libro di Elia possono stare qui come due sguardi diversi ma complementari. Mentre uno prova a ricostruire il luogo attraverso la sua storia urbana, l’altro restituisce la voce di chi lo ha vissuto dall’interno.
Il margine non è una cosa immobile anche da questo punto di vista. È una condizione che cambia con la città, che viene spostata, inglobata, dimenticata e poi nuovamente raccontata.
Se guardo Roma dal finestrino, allora, il vetro non è soltanto uno schermo attraverso il quale scorrono palazzi e strade. È una specie di pagina trasparente. Dietro ciò che vedo oggi continuano a scorrere le immagini di chi c’era prima: gli artigiani del quartiere Rinascimento, gli operai di San Lorenzo, gli abitanti di Testaccio, i braccianti e i muratori del Mandrione, le persone che hanno costruito e abitato le borgate.
Forse l’immortalità all’indietro è anche questo: provare a riconoscere, nei luoghi che attraversiamo, le vite che li hanno preceduti. E allora penso che guardare Roma da un po’ più lontano non significhi necessariamente allontanarsi dalle cose. Qualche volta può essere il modo per vederle meglio.
Una casa a Testaccio
Penso a Testaccio, che oggi è centro, e a mia moglie che, se potesse scegliere oggi dove abitare a Roma e “avesse molti soldi”, sceglierebbe proprio Testaccio. Passando davanti all’ex Mattatoio penso a quanto sia cambiato il significato di quel luogo. Penso alle difficoltà degli abitanti di una città incompleta, mentre transito davanti al cortile set di C’è ancora domani di Paola Cortellesi. Uno dei luoghi nei quali si desidera abitare. Mia moglie mi chiede se la sto seguendo su quello che ha detto. “Ti ascolto sì, sto solo considerando la questione da un po’ più lontano”. Scuote la testa.
Un libro in sottofondo
Come spesso capita, mi ritrovo a sfogliare Italo Insolera, Roma moderna, 2011, Torino, Einaudi. E poi mi ritrovo a parcheggiare in una traversa di Viale Manzoni a Roma che si chiama Via Luigi Luzzatti, legislatore giolittiano che ha istituito l’ICP (Istituto case popolari), divenendone presidente onorario nel 1904. Tra i quartieri nati popolari che non compaiono qui, da ricordare tra gli altri anche Garbatella e San Saba.
