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Il Fuoco di Enriquez
Crediti foto: di Ministerio de Cultura de la Nación, in CC Commons https://www.flickr.com/photos/culturaargentina/52062948541/
9 Gennaio 2026

Il Fuoco di Enriquez

Il libro
Mariana Enriquez, Le cose che abbiamo perso nel fuoco, traduzione di Fabio Cremonesi, 2017, 2025, Venezia, Milano, Marsilio, Feltrinelli, pp. 204.

L’autrice
Nata a Buenos Aires nel 1973, laureata in giornalismo e comunicazione a La Plata, è una scrittrice e una giornalista che dirige il supplemento culturale “Radar” del quotidiano argentino Pagina/12. Ha pubblicato negli anni racconti su riviste importanti come Granta e il New Yorker. Ha scritto il suo primo romanzo nel 2021, dal titolo La nostra parte di notte. Ha quindi pubblicato una nuova raccolta di racconti: I pericoli di fumare a letto, pubblicati in Italia con Marsilio nel 2023.

La sua scrittura presenta elementi horror e gotici mescolati con critica sociale, storia argentina (inclusa la dittatura), marginalità urbana e dinamiche di genere e potere, offrendo un ritratto cupo ma in fin dei conti fedele a molta parte di realtà umana.

Il testo in questione – titolo originale Las cosas que perdimos en el fuego – è uscito nel 2016 ed è il più tradotto nel mondo della sua produzione (20 lingue).

Sintesi del libro
Il libro è formato da dodici racconti, quasi tutti ambientati in quartieri poveri e anche degradati di Buenos Aires. Ogni racconto si apre con descrizioni realistiche e razionali e poi vira nell’horror, nel grottesco, nel sovrannaturale e nel paranormale. Interessate dall’ondata di violenza e abusi sono soprattutto donne (“Le cose che abbiamo perso nel fuoco” come summa) e bambini (“Il bambino sporco” soprattutto). A sperimentare la sofferenza e anche la disperazione sono gli adolescenti, con fenomeni di hikikomori (“Verde, rosso, arancione”), di autolesionismo (“La fine della scuola”), di rapporto conflittuale con il corpo (“Zero carne su di noi”). Ci sono luoghi (“L’hosteria”, “Pablito…”) e case (“La casa di Adela”) che nascondono segreti (individuali, politici) o realtà terribili. Oppure che danno solo l’illusione di difendere da tutto questo (“Il bambino sporco”) Fantasmi o figure mostruose in carne e ossa che reclamano la loro presenza (“Sotto l’acqua nera”, “Il cotile del vicino”). Ci sono figure maschili di contorno, mediocri e confuse (“Ragnatela”, “Il cortile del vicino”). C’è il male, spesso straripante, spesso contagioso (“Pablito…”, “La fine della scuola). Gli elementi di resistenza sono costituiti da figure femminili, tutt’altro che accomodanti, che solidarizzano in modi estremi (“Ragnatela”, “Le cose che abbiamo perso nel fuoco”).

Si possono intravedere rimandi al realismo magico, che prende sembianze attualizzate di macabro.Il genere horror e i suoi dintorni complementari, sembrano evidentemente per l’autrice l’unico modo efficace per dare voce, senza assuefazioni e compiacimenti eccessivi, a storie di emarginazione. Per restituire un affresco sociale e un’esplorazione dell’animo umano, inserito in condizioni che facilitano il travaso delle sue parti peggiori e più spaventose, eppure presenti.

Pur nello spazio breve del racconto, c’è attenzione anche a un approfondimento dei personaggi. Si indagano e si rappresentano: le emozioni disturbanti e poco in luce; la rappresentazione del trauma individuale e collettivo; la costruzione di personaggi interiormente complessi.

L’uso dell’horror sembra impiegato a largo spettro come lente per raccontare storie, immerse in dinamiche psichiche e sociali deformanti.

Si tratta del secondo libro condiviso nel circolo di Lettura Rugantino 91, curato da Massimiliano Manganelli.

Uno spunto autoformativo
Nel racconto Il cortile del vicino, la tensione non si costruisce solo attraverso elementi horror, ma facendo emergere in modo centrale la psicologia della protagonista, Paula, che porta con sé un vissuto complesso.

Si è trasferita con il marito in una nuova casa, stranamente a basso costo, con l’intento di “iniziare una nuova vita”. Scopriamo progressivamente come agiscano su di lei senso di colpa e depressione per un fatto professionale drammatico. Ha perso il lavoro da educatrice in un centro di accoglienza di emergenza per bambini, insidioso per intensità emotiva, ritmi e conflittualità tra colleghi. Un bambino in affidamento temporaneo, urlava inascoltato, dopo essere caduto da un letto a castello. Paula e un suo collega più giovane, si erano rilassati eccessivamente, ubriacandosi e tenendo il volume della musica troppo alto.

Questo vissuto non elaborato, anzi con l’elaborazione ostacolata dal pregiudizio invadente del marito Miguel, contribuisce a far vedere a Paula un bambino incatenato nell’appartamento di fronte e a farla agire impulsivamente per andarlo a liberare.

Qui, attraverso una brutale veemenza, possiamo ricordare l’importanza di riconoscere ciò che è interno e ciò che è esterno a noi, per non confondere percezione e proiezioni. Seppure sempre più socialmente dialoganti.