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Tutto passa, il resto va
Crediti foto: di Giacomo Defilato, per gentile concessione
4 Aprile 2026

Tutto passa, il resto va

Piccolo riepilogo delle puntate precedenti
In un precedente articolo chi scrive ha ripercorso in breve il legame tra Pier Paolo Pasolini e Roma, con particolare riferimento ai margini urbani. In quell’occasione segnalavo anche che, tra le molte pubblicazioni uscite dal centenario del 2022, ne sarebbe arrivata una da Perrone a fine 2025. (Daniel Raffini, A Roma con Pier Paolo Pasolini), in linea con una lunga serie di testi a binomio scrittori e città curate da quell’editore nella collana Passaggi di dogana.

Nello stesso articolo ricordavo quanto testimoniato dallo scrittore Valerio Mattioli sulla trasformazione delle borgate pasoliniane, non più paragonabili a quelle delle sue opere, già a partire dagli anni Ottanta.

Ora ovviamente arrossisco autocitandomi su materia pasoliniana, che conta una sterminata produzione di testi, riferimenti e allusioni. Ma è solo per avere un punto di partenza, sebbene dimesso rispetto all’oceano di riferimenti possibili.

Pasolini a Roma
Lo scrittore arriva nella capitale il 28 gennaio 1950 in fuga dal Friuli con la madre. Sarà prima ospite dello zio Gino Colussi a Via di Porta Pinciana 34 (vicino a uno degli ingressi di Villa Borghese), poi si sposterà al Ghetto in piazza Costaguti. Quindi cambierà decisamente quadrante andando a vivere in Via Giovanni Tagliere 3 (vicino Ponte Mammolo e Casal de’ Pazzi), oggi sede della casa museo. A partire dal 1954, salirà sul Gianicolo a Monteverde, prima in via Fonteiana, 86 e poi in via Giacinto Carini 45, vicino di casa della famiglia Bertolucci. Infine approderà all’EUR in Via Eufrate 5 vicino alla chiesa di San Pietro e Paolo. Frequenterà a lungo la periferia “struggente” del quadrante est “che si perde nell’agro romano” (come scrive Filippo La Porta), lungo le consolari Prenestina, Casilina, Appia, Tuscolana. Borgate come Gordiani, Mandrione e quelle a ridosso degli acquedotti.

Roma lontana o vicina?
Non sembri strano questo riferimento così puntuale fino ai numeri civici. Nella prosa e nella poesia degli anni Cinquanta e Sessanta pasoliniani (anche nel cinema), tale curiosità e conoscenza della città (specialmente quella popolare del sottoproletariato periferico o di borgata), vengono segnalate nei suoi testi attraverso l’utilizzo di un massiccio ricorso a una toponomastica ricchissima e dettagliata.

Il protagonista di Ragazzi di Vita (1955), Riccetto – per fare un esempio emblematico – si presenta come un “personaggio pretesto” (definizione di Vincenzo Cerami), per accompagnare il lettore in un vasto movimento sulla città.

Il ragazzo da Monteverde approda alle sponde del Tevere, ai Mercati generali di Ostiense, a Trastevere, a San Paolo. La sua vicenda lo porta quindi nella parte opposta della città: sulla Tiburtina, sull’Aniene e in varie borgate baraccate, a Pietralata e Gordiani. Poi ancora nelle zone della Prenestina, della Casilina, dell’Appia, dell’Acqua Santa ai confini del Parco della Caffarella, zone unite tra loro da Via dell’Acqua Bullicante, da Via di Torpignattara, da Via di Porta Furba dove transita, nel romanzo come oggi l’autobus 409 e altre linee ancora esistenti (309 e 211). La parte di città descritta con meno precisione è proprio il centro storico, luogo della fame, del sesso e del potere.

La città in Pasolini non è mai ferma, è un incontro tra soggetti, dove ogni luogo diventa un microcosmo del tutto. In lui la Roma biografica e quella letteraria si sovrappongono, fino a intrecciarsi continuamente.

Pasolini ha scelto di prediligere e valorizzare “Una Roma che non era Roma” (da un suo articolo su Il Giorno del 16 ottobre 1961, sui luoghi del suo primo film: Accattone), che costituiva la sua idea di resistenza all’avanzamento della volgarità neocapitalista e che oggi — per motivi diversi — sembra essere diventata la vera Roma, o almeno l’altra faccia dell’Urbe.

“Pasolini tende a delineare un’estetica della periferia, descrivendo questi luoghi attraverso l’estetica del pittoresco”. Dove pittoresco non ha un’accezione negativa, ma intende “qualcosa di naturale, ma che allo stesso tempo si presta a un’esperienza estetica e a una trasposizione artistica”.

Altri elementi fondamentali sono: il disordine, che “contiene gli estremi e li giustappone”; quindi lo straniamento che utilizza spesso il paragone tra spazi periferici capitolini e posti esotici. Tor Pignattara, Pietralata e altre, diventano spesso una “Shanghai” o una “Medina”. “Le periferie delle città e le periferie del mondo finiscono per somigliarsi”.

Ultima caratteristica delle borgate rappresentate è l’uniformità, la loro ripetizione infinita e infernale: “se il disordine rende i luoghi diversi nei dettagli, lo sguardo complessivo sembra invece tendere a uniformarli. Ne emerge una vera e propria estetica della periferia, fondata sul disordine e sul brutto”.

Se questo ancora avviene nell’arte di oggi, pur tradendo le aspettative precise del poeta, è stato possibile “grazie alla letteratura e al cinema di Pasolini”. Che sono anche l’imperitura testimonianza di ciò che è irrimediabilmente perduto.

Se guardiamo il quartiere Pigneto oggi – nella realtà e nella sua raffigurazione – e lo confrontiamo con quello di Accattone, è lampante il suo essere una borgata ricostruita a partire da Pasolini. Un set cinematografico ha preso definitivamente il posto del quartiere della fine degli anni Cinquanta. Oggi però il film è patinato, mercificato e comunque basato sulla ristrutturazione sociale ed edilizia dello spazio nel tempo.

Poeta della trasformazione
Anche nella sua intensa attività giornalistica — dalle Lettere luterane (1975) agli Scritti corsari (1976) — Pasolini resta, probabilmente, sempre un poeta.

Secondo Raffini, tutte le categorie che ha introdotto: la dicotomia progresso e sviluppo, la società dei consumi e la società contadina e altre, sono mitizzazioni funzionali a esiti letterari e alle loro forme (poesia e narrativa). Anche se questo non significa che non siano tematiche vere e urgenti.

Sempre di più, soprattutto nella produzione poetica degli anni Sessanta, di fronte ai fenomeni in atto, l’autore assume le sembianze del testimone della storia e insieme di quello della fine di un’epoca.

A fine romanzo Ragazzi di vita, Riccetto ritorna a Monteverde nella parte di Via di Donna Olimpia. Come il poeta, da lì, osserverà direttamente gli effetti della civiltà dei consumi. La disillusione viene progressivamente cantata nella poesia, a partire da Le ceneri di Gramsci (1954), sia nel poemetto omonimo, sia in quello che segue: Il pianto della scavatrice, che diviene “simbolo della mutazione in corso. Sventrare i luoghi è come sradicare le persone che si identificano con essi”.

Nel 1961 è la volta de La religione del mio tempo, con poesie scritte nel periodo del boom economico 1955 – 1960. Si incontrano varie immagini di quartieri in costruzione. Il pittoresco diventa decisamente abbruttimento. La città in mutazione distrugge il mondo sottoproletario, la volgarità si estende come una lebbra. La mutazione antropologica come una malattia abbatte un’epoca secolare.

Il poeta si concentra sulla stratificazione dei luoghi e dei tempi, per acuire il contrasto. A partire dagli anni Sessanta e proseguendo per gli anni Settanta, il viaggio attraverso Roma prenderà sempre di più la forma dantesca della discesa agli inferi. Il culmine sarà raggiunto con il suo romanzo postumo Petrolio (1992), anche con una radicale rarefazione dei riferimenti toponomastici nelle descrizioni dei luoghi.

Tra tutto quello che ci ha lasciato, non va sottovalutata la consapevolezza delle molteplici forme che può assumere la descrizione della città eterna. Perché “Roma è allo stesso tempo il mezzo, l’ambientazione, lo spunto e il soggetto della poesia pasoliniana”.

Il libro di sottofondo
Daniel Raffini, A Roma con Pier Paolo Pasolini, 2025, Roma, Giulio Perrone editore, pp. 148. Nella collana Passaggi di dogana. Un libro denso, ricco e stratificato nel suo spazio contenuto. Il pregio maggiore è quello di funzionare molto bene come invito all’incontro diretto con i testi di Pasolini, a suscitare il desiderio di ripassare in luoghi ormai inesistenti, eppure presenti. Tutte le citazioni riportate sono riprese dal testo, se non diversamente indicato.

Titolo dell’articolo e almeno un titolo di paragrafo, sono debitori invece di versi della canzone A Pa’ (nell’album di Francesco De Gregori, Scacchi e tarocchi, RCA 1985), dedicata al sentimento di vuoto lasciato dalla sua tragica scomparsa, del 2 novembre del 1975, all’età di 53 anni, presso il Lido di Ostia.