La ferrovia di Whitehead
IL TESTO
Colson Whitehead, La ferrovia sotterranea, 2017, Roma, SUR, pp. 378.
L’AUTORE
Scrittore afroamericano statunitense, nato a New York nel 1969 da genitori imprenditori , laureato a Harvard e già due volte Premio Pulitzer, nel 2017 (con questo testo) e nel 2020 con I ragazzi della Nickel. Ha scritto anche saggi, uno sullo stile di vita di Manhattan.
SINTESI DEL LIBRO
Per Italo Calvino, ci sono due strade possibili per comprendere il mondo. Acquisire tutte le mattine da diversi canali le notizie per immergersi nell’attualità, oppure guardare alle vicende umane e storiche attraverso il caleidoscopio narrativo universale dei classici, o comunque della letteratura.
Infatti, tra le varie definizioni, “è classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno” (in Perché leggere i classici, 2023, Milano, Mondadori, Oscar Moderni, pp. 360).
A chi scrive è tornato in mente questo ragionamento leggendo il romanzo di Colson Witehead nella traduzione di Martina Testa. Ci sono alcuni testi infatti che affrontano l’attualità in un modo prospettico, arricchendola con senso storico e illuminando i fatti di oggi.
La Ferrovia sotterranea racconta la storia di Cora, schiava negra in una piantagione di cotone in Georgia nella prima metà dell’Ottocento (prima dalla Guerra di Secessione, in un’America senza grattacieli), testimone diretta di crudeltà estreme. Un personaggio che oscilla tra l’istinto e la scelta di essere tenace (come la madre), rassegnato (come la nonna), in ogni caso essendo terrorizzato (come tutti gli schiavi).
Alla ricerca di una libertà proibita, Cora viaggia per le due Caroline, il Tennessee, l’Indiana. A spronarla l’amico Caesar. Ad accompagnarla diversi compagni di viaggio, a volte graditi a volte no. Procederà in diversi modi, ma il mezzo di fuga più efficace per mettersi al riparo verso stati e contesti più tolleranti sarà la ferrovia sotterranea: nascosta, misteriosa e clandestina. Uno strumento di salvezza manutenuto dalla rete dagli abolizionisti.
Anche se storicamente, come è ovvio, un’infrastruttura del genere non è mai esistita, si tratta non solo di un’invenzione narrativa avvincente, ma soprattutto di un’allegoria ribaltata su un’eterna questione sommersa negli Stati Uniti che è sempre pronta a riaffiorare: quella del razzismo, il suprematismo razziale e i soprusi che ne scaturiscono. Insieme a un’altra grande questione che la nonna di Cora capisce subito della terra dove approda in catene: “In America la cosa curiosa era che anche le persone erano oggetti […] Se eri una cosa […] il tuo valore determinava le tue possibilità”.
Come succede sempre nell’arte, la fiction riuscita, non mistifica ma amplifica la verità del racconto.Whitehead ha letto tante memorie di ex schiavi, creando poi a partire da esse, personaggi potenti e complessi (sia schiavi, che schiavisti, che fiancheggiatori, come Ridgeway).Un racconto che rientra nel genere avventuroso, con una consapevolezza storica e politica solida, senza che questo soffochi l’espressione piena dei personaggi e del loro mondo. Che è, in buona parte, purtroppo ancora simile al nostro.
UNO SPUNTO AUTOFORMATIVO
In Carolina del Sud Cora incontra alcuni esempi di atteggiamenti paternalistici delle istituzioni e dei servizi, poco attenti al riscatto di donne e uomini e molto del controllo sociale o delle priorità di sistema, da guardare criticamente, anche se con le dovute differenze, anche per il mondo di oggi.
Se nell’andamento ciclico, e non lineare della storia, fatta sempre di ritorni di fenomeni in altre forme, è importante andare alla genesi dei processi di schiavitù, anche nel lavoro sociale e educativo è importante tornare all’origine dei processi che hanno determinato disuguaglianze. Per provare ad essere uno strumento di trasformazione e di non partecipazione alla conservazione dello status quo dei servizi e della società.
In altre parole, è utile rivisitare costantemente il senso del lavoro sociale e la propria personale scelta “sotterranea”. Soprattutto se, passando da una competenza reale e specifica, essa continui ad agire anche per sviluppare un’idea di società più giusta e inclusiva.
