L’orgoglio di Austen
IL TESTO
Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio, 2011, Milano, Feltrinelli, pp. 397.
L’AUTRICE
Una delle più grandi scrittrici della letteratura inglese e non solo, nata negli anni settanta del millesettecento. Mentre era in vita i suoi libri sono stati molto più famosi di lei. Nel tempo molte opere teatrali e film sono stati sviluppati dalle sue opere, fino ai nostri giorni.
SINTESI DEL LIBRO
Jane Austen sa trattare con leggerezza questioni relative ai sentimenti nella società inglese all’inizio dell’Ottocento. Il libro, con i suoi personaggi e la voce narrante pacata, ha la capacità di far intuire attraverso il filtro letterario la realtà sociale. Nell’incipit del testo si legge ad esempio: “È cosa ormai risaputa che a uno scapolo in possesso di un’ingente fortuna manchi soltanto una moglie”.
Non è ovviamente il romanzo sociale di Dickens, eppure alcune questioni nodali emergono dalla storia: la condizione delle donne destinate al matrimonio per una loro parziale autonomia (l’eredità non passa mai di padre in figlia, ma in caso da padre a parente maschio più prossimo), oppure le donne che coltivano interessi per la musica e la letteratura, senza che possano farne un vero mestiere, che è proprio quello che succede alla stessa Jane Austen, riconosciuta come autrice solo in ristrette cerchie letterarie, ma costretta socialmente a pubblicare sotto pseudonimo maschile.
Il risultato della sua scrittura è la creazione di figure femminili protagoniste, che ancora oggi vengono prese a modello per forza, brillantezza e autonomia nonostante i vincoli nei quali si trovino a vivere.
La famiglia vive in un cottage a Netherfield, nei pressi di Longbourn in Hertfordshire.
Lizzy, insieme alle sorelle Jane e Lydia sono coinvolte in storie sentimentali con uomini di rango superiore, provenienti da Londra e conosciuti in una serata da ballo (il tenebroso Mr. Darcy e il gentile e bello Mr. Bingley).
Tra i personaggi figurano anche militari, portatori di valori di diverso segno, che alludono in modo molto sfumato alle guerre napoleoniche in corso. Altri personaggi importanti sono anche Mr. e Mrs. Bennet, i genitori. A tratti involontariamente comico è Mr. Collins, il parente pastore anglicano a cui andrebbe tutta l’eredità (da ascoltare nella versione in audiolibro letta benissimo da Paola Cortellesi, per ridere molto)e che si appresta a sposare Elizabeth. Tutto avvince: l’intreccio, l’eleganza e la leggerezza dello stile con ben in vista sempre l’indagine psicologica dei personaggi.
È la storia di un pregiudizio e di un orgoglio amoroso che riflette con grazia, come può succedere alle opere d’arte, anche il riflesso storico di una dinamicità sociale in atto tra nobiltà e borghesia nell’Inghilterra dell’epoca.
UNO SPUNTO AUTOFORMATIVO
Allenarsi all’esplorazione di emozioni e sentimenti è sempre una risorsa preziosa per chi si occupa in diverse forme di intervento socio – educativo. Nella narrazione di Jane Austen l’attenzione a ciò che muove i personaggi è molto presente. Prendendo a pretesto la storia e i pre – giudizi reciproci dei personaggi in essa all’opera, si possono esplorare i propri, a partire dalla consapevolezza di averne (senza coltivare l’illusione di essere neutri).
È così possibile, attraverso la mediazione letteraria, porsi domande per allenarsi a guardare il pregiudizio negli occhi, provando ad accoglierlo e a problematizzarlo.
Ma è riguardo all’orgoglio soprattutto che troviamo una grande sorpresa da consegnare al bagaglio dell’operatore sociale. Un personaggio minore, la sorella Mary, argomenta così le possibili diverse prospettive sul sentimento in questione: “Da tutto quel che ho letto sono convinta che è abbastanza diffuso; che la natura umana vi è piuttosto propensa e ve ne sono pochi tra noi che non provino un certo compiacimento a proposito di qualche qualità, reale o immaginaria, che suppongono di possedere. La vanità e l’orgoglio sono due cose diverse, benché questi due termini vengano spesso usati come sinonimi.
Una persona può essere orgogliosa senza essere eccessivamente vanitosa. L’orgoglio si riferisce più alla nostra opinione di noi stessi, la vanità a quello che vorremmo che gli altri pensassero di noi”. Oltre a quello che questa riflessione consegna ai nostri giorni, sulla consapevolezza della nostra proiezione esterna in ambienti social, ci soffermiamo qui su un elemento più specifico che ci compete.
Per gli operatori sociali praticare i sentieri dell’umorismo nella professione, praticando anche un’autoironia accogliente (e non la svalutazione del sarcasmo e dell’autosarcasmo), significa proprio ricercare una distinzione tra ciò che è orgoglio (ricerca di autostima positiva e ricerca di motivazione intrinseca) e ciò che è vanità (illusione dell’Io ingombrante che tutto può, se solo lo voglia).
La domanda che ci consegna la sorella minore di Lizzy nel romanzo di Jane Austen, in ultima analisi può essere riformulata così, ai nostri fini: come facciamo a valorizzarci, nutrendo la fiducia e nello stesso tempo evitando di essere autocentrati e di credere troppo all’immagine che vogliamo dare di noi, a noi stessi e agli altri?
