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Gli itinerari delle Torri
Crediti foto: di Pixbay da Pexels.com
24 Gennaio 2025

Gli itinerari delle Torri

Itinerari d’autore

Dopo aver letto dalle Torri di Roma (Segreti e bellezze delle periferie di Roma), pubblicazione contenuta nella collana di Repubblica sulle guide ai sapori e ai piaceri, l’apertura affidata a due importanti autori che hanno anche scritto di condizioni metropolitane (Marco Lodoli e Antonio Pascale), chi scrive si sofferma qui sul capitolo dedicato agli “Itinerari d’autore”.
Si tratta di artisti di vario segno, che raccontano i ricordi o le attività svolte nei contesti prevalenti delle periferie del sud est romano, fornendo a volte riflessioni e chiavi di lettura. Sono registi, attori, rapper, fotografi architetti, musicisti, chef e altro ancora, per un totale di quattordici testimonianze raccolte. La panoramica risulta abbastanza variegata, a tratti eterogenea.

Tor Bella Monaca

L’attore Vinicio Marchioni racconta i suoi inizi teatrali a Tor Bella Monaca, il suo romanzo ambientato in borgata e la sua scuola di teatro per cittadini in un’altra periferia romana, quella nord nella “città del Gra” di Selva Candida. La scuola è animata con Milena Mancini (ultimamente hanno anche recitato insieme sul grande schermo una coppia con marito violento in Diamanti di Ferzan Ozpetek, 2024).
Un altro attore, Marco Bocci, che dall’Umbria ha vissuto per qualche tempo a Torre Angela e ha scritto il romanzo A Tor Bella Monaca non piove mai (2019).
L’attore e regista Alessandro Benvenuti ripercorre la sua esperienza da direttore del teatro di Tor Bella Monaca degli ultimi anni. Lo scultore Giuseppe Penone racconta della genesi e della realizzazione di una sua opera in collaborazione con gli studenti del territorio e esposta nello Spazio per l’arte contemporanea. Paolo Bulgari (della fondazione dell’omonima Maison di moda) e Giulio Cederna, raccontano del progetto attuato di riqualificazione urbana a Largo Mengaroni, a stretto contatto con realtà associative territoriali e cittadinanza. Lo chef Marco Quintili, pizzaiolo casertano, racconta la sua attività di imprenditore e il suo primo locale aperto “nel quartiere di Tor Bella Monaca”, anche se noi saremmo più propensi a individuarlo in località “Due Leoni”.

Tor Pignattara

Fuori da Tor Bella Monaca, avanza anche una rappresentanza qualificata per Tor Pignattara.
Il rapper Amir Issaa (tra le altre cose autore della canzone principale della colonna sonora del film di Francesco Bruni Scialla del 2011) racconta il suo quartiere. A Tor Pignattara cresce in 28 metri quadri di Via Galeazzo Alessi. Lui e il regista Phaim Bhuiyan (autore di Bangla, 2020) – anch’egli raggiunto e intervistato – sono la testimonianza di artisti molto interessanti provenienti dal retroterra di uno dei quartieri più multiculturali della Capitale di cui Valerio Mattioli dice – sempre nella guida – che “si è salvata dalla gentrificazione del Pigneto e dalla foodificazione di Centocelle, restando un quartiere multiculturale, con tutte le sue problematiche, certo, ma anche con tante realtà stimolanti”. Tra le testimonianze sul quartiere anche quella della regista Nina Baratta, con i laboratori nelle scuole, specie nella scuola Carlo Pisacane, interessata da eccellenti progetti di educazione interculturale. La storia racconta che negli anni cinquanta del novecento, sui gradini dell’istituto, dopo essersi conosciuti una sera, parlarono molto Pier Paolo Pasolini e i fratelli Citti, ma questa è un’altra vicenda, in un altro tempo, e non è nella Guida.

Le tante identità della periferia

A rimarcare però che la visione estetica della periferia sia molto lontana da quella pasoliniana del tempo, così come diversa la composizione sociale di riferimento, intervengono sia lo scrittore Valerio Mattioli che il fotografo Toni Garbasso. Ecco il secondo: “l’estetica era molto più definita nel Neorealismo del dopoguerra. La città nuova era un tema evidente” (nei film di Pasolini e in quelli della commedia), “oggi vedo un certa retorica nell’immagine della periferia degradata” e che quindi, fuori dagli schemi e dai luoghi comuni “quel che manca nel racconto della periferia in generale è un tentativo di darle un’identità precisa, o meglio tante identità precise”. Valerio Mattioli ricorda i generi e movimenti musicali e non solo nati nelle periferie che sono entrati a far parte della “storia segreta della musica italiana” (come punk e rap e di tutta la vicenda del movimento rave), della composizione sociale stratificata delle borgate, delle differenze estetiche e urbanistiche, degli spazi per l’arte e la cultura che deperiscono.

Altro e troppo altro

L’architetto Franco Purini parla delle tante periferie (come fa anche in una pubblicazione del RIF – Museo delle Periferie, in una collana a cui abbiamo fatto già riferimento) e si sofferma su quella parte di Tuscolano vicino a via del Quadraro, progettata dagli architetti Muratori e De Renzi, con l’aggiunta delle case di Adalberto Libera (a Via Selinunte) e delle borgate collocate intorno al Grande Raccordo Anulare come “luoghi di una vita di comunità”.
Il testo della Guida oscilla tra un tentativo (sempre implicito in realtà) di definire un perimetro di riferimento o almeno le caratteristiche dei luoghi che possano essere definiti appartenenti alle Torri (se ci sono e al netto delle identità plurali) e il semplice fermarsi al suggerimento che le borgate, le zone, i suburbi e quant’altro dell’agro romano divenuto città, costellati di torri di guardiania medievali, siano la periferia interessante per antonomasia in questo momento e che tutto sommato si possa chiamare, per estensione, “torre” qualsiasi periferia romana suggestiva. In questo la guida denuncia probabilmente quello che è, un racconto non privo di interesse e di spunti, ma poco orientato nei suoi obiettivi a questioni relative a approdi possibili, muovendo dalla storia dei luoghi (e qui penso al mio amico Stefano Vannozzi).

Stefano Di Battista e Tor Cervara

Probabilmente, prendendo il più possibile gli aspetti interessanti e curiosi della guida senza attendersi percorsi rigorosi, la testimonianza che più ha colpito chi scrive è quella del jazzista Stefano Di Battista. Pesano nel dire questo il fatto che presenti un luogo periferico poco citato e che quello che racconta parli di una storia condivisibile per chi scrive. Nato nel 1969, Di Battista inizia a suonare il sassofono a 13 anni (anche nella banda di Settecamini). Si diploma al conservatorio dell’Aquila, quindi studierà e suonerà negli Stati Uniti e poi a Parigi, quindi ancora in tutto il mondo. La famiglia (padre postino e madre casalinga che cucina bene), acquista quando Stefano è bambino un podere da Ennio Di Cosimo, proprietario di molti ettari di terreno, aprendo il ristorante “Da Peppe a Tor Cervara”, in una porzione di vasta di campagna tra la Via Collatina e la Via Tiburtina, tra resti medievali di torri e chiese (dove oggi sorge anche il Parco della Cervelletta) e cave antichissime. Una grande oasi verde, al confine con una parte di città che è stata l’unica che ha visto un tentativo di insediamento industriale di impatto a Roma nella storia. Nella casa ristorante, Di Battista crea il suo primo studio musicale, uscendo poco e suonando molto.
Nella parte di Via di Tor Cervara più vicina a Via Collatina, mia madre, come tante altre persone, lavorava nella grande fabbrica di televisioni Voxson. Quando mio padre la andava a prendere a fine turno, passava prima da me a scuola, poi, nei pomeriggi assolati di primavera, si dissetava nell’attesa bevendo una birra e gazosa in un’osteria di Vicolo della stazione di Tor Sapienza. La Voxson non esiste ormai più da molti anni, oggi nel suo grande edificio dominato da una torre che si erge all’angolo di un quadrilatero, ci sono studi cine televisivi (Credo che Nanni Moretti nel 2006 ci girò alcuni interni del Caimano). Prese il nome di Voxson nell’anno di nascita di Stefano Di Battista e mia madre a volte ha mangiato con le colleghe da Peppe a Tor Cervara, quindi, alla fine dei vent’anni, ha preso il diploma di Scuola Media con le 150 ore per gli operai nella Scuola Media Salvo D’Acquisto di Tor Sapienza, la stessa frequentata in quegli anni da Stefano ragazzino (lo racconta nella “Guida”) e jazzista in potenza.
L’industria accanto alla campagna a Roma, era ancora più sviluppata all’altro esito di Via di Tor Cervara (lunga complessivamente quasi 4 chilometri), nella parte della Tiburtina. Una storia che non c’è nella guida e che forse sarebbe da riprendere e raccontare. Una storia che si ferma a inizio anni ottanta, quando i bambini assistevano agli esami di licenza media delle loro giovani madri operaie.