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Ogni altro sono io
Crediti foto: di Bob De Siena, per gentile concessione
1 Febbraio 2025

Ogni altro sono io

Una pubblicazione di Stampa Alternativa

Nel libro di Giovanni Floris L’essenziale sul valore dei libri e dei percorsi che ne scaturiscono di cui abbiamo parlato, c’è un passaggio su una realtà editoriale importante che ha caratterizzato gli anni Novanta del Novecento. Dice Floris: “i lettori miei coetanei ricorderanno di sicuro i mitici libri a 1000 lire, i 10 x 14, quelli che pubblicava la casa editrice Stampa Alternativa, fondata negli anni Settanta da Marcello Baraghini, un attivista del Partito radicale. Il nome della collana corrispondeva al prezzo più che politico, e erano fascicoletti spillati a punto metallico, che si infilavano facilmente in tasca e persino negli altri libri”. Basterà ricordare che vendettero decine di milioni di copie, che il maggior successo fu Lettera sulla felicità di Epicuro, a lungo primo nelle classifiche di vendita con due milioni di copie vendute e ancora che tra le uscite ci fu l’autodifesa davanti al tribunale di don Lorenzo Milani di L’obbedienza non è più una virtù.

Sempre in precedenza, ricordando il maestro Alberto Manzi nel centenario della nascita a novembre 2024, chi scrive era partito da Pitigliano in provincia di Grosseto, approdo importante degli ultimi anni di vita di Manzi che ne era diventato anche sindaco.
Proprio a Pitigliano, seguendo un gran numero di magliette con citazioni di scrittori (tra cui la sua “Ogni altro sono io”), appese in alto nella strada che diventa vicolo, è possibile entrare nell’attuale sede di Stampa Alternativa. Lì nell’estate scorsa ho trovato, nello stesso formato ricordato da Floris, una pubblicazione dedicata a un aspetto dell’attività di Alberto Manzi: il suo rapporto con il Sudamerica (Irene Blundo, Il maestro scrittore. Alberto Manzi una vita per gli altri, 2024, Pitigliano, Stampa Alternativa, pp. 47).

Percorsi complessi e convergenti

Manzi non è infatti soltanto un testimone di relazione educativa a scuola con la sua attenzione ai bambini e alle bambine e con la sua ricerca di una didattica sempre a loro misura. Non è solo il ragazzo che studia all’istituto nautico con il sogno di navigare e che si ritrova a combattere nella Seconda Guerra mondiale, comprendendo che è la scuola la risorsa sociale più importante. Non è solo il maestro ventenne scambiato dai ragazzi del carcere minorile Aristide Gabelli di Roma nel 1946 per uno di loro. Non è solo colui che (a proposito degli appelli di don Milani di cui è quasi coetaneo) sceglie di lasciare l’Università (era assistente di Luigi Volpicelli a Roma, dopo una doppia laurea in biologia e pedagogia) per intraprendere pienamente il mestiere di maestro. Non è solo lo strenuo oppositore dell’introduzione dei giudizi scolastici che, per inserirli nei registri, inventa il timbro “fa quel che può, quel che non può non fa” (con annessi procedimenti disciplinari e processi). Non è solo il volto televisivo di “Non è mai troppo tardi”, programma Rai per l’alfabetizzazione in onda negli anni Sessanta. È sicuramente scrittore, spesso anche di successo, non solo del best seller Orzowei del 1955 (sul tema del razzismo e della costruzione di ponti tra umani, divenuto anche una miniserie televisiva, si direbbe oggi), di Testa rossa del 1957 e, ancora prima, del romanzo Grogh del 1951, che nasce dalla storia raccontata per i ragazzi del carcere per tenerli attenti nelle ore di scuola, su una colonia di castori cooperanti.

Nell’ultima intervista disponibile di Manzi (si trova su Youtube), tra le moltissime cose interessanti che ricorda c’è anche quella di essere stato scelto per caso dalla Rai per “Non è mai troppo tardi” a inizio anni Sessanta, dopo che furono scartati moltissimi candidati e dopo essere stato inviato al provino dal preside del suo istituto, proprio perché il Ministero aveva intensificato una ricerca diffusa di insegnanti. Chi scrive però non crede si possa dire sia stata una vicenda del tutto casuale nel suo percorso.

Il Sudamerica

Nel 1955 (5 anni prima dell’inizio delle trasmissioni) Manzi raggiunge infatti per la prima volta il Sudamerica amazzonico per studiare da biologo una specie di formica locale, ma incontrerà i nativi della foresta, le loro condizioni di sfruttamento e il loro analfabetismo che impedisce loro di avere strumenti per ribellarsi. Nella seconda metà degli anni Cinquanta sarà anche inviato tra le Ande e la foresta amazzonica (in Venezuela, Ecuador, Perù e Argentina) per la storica rivista per ragazzi “Il vittorioso”. Continuerà a tornare regolarmente come maestro volontario tutte le estati a occuparsi della scuola di quelli che comincerà a chiamare “comuneros” fino al 1984, sia da solo che con l’aiuto di studenti universitari e sostenuto da missionari salesiani. Alla luce di questo anche “Non è mai troppo tardi” risulta un approdo coerente a una direzione già intrapresa. Successivamente, nel 1987, invitato dal presidente Raul Alfonsin, terrà un corso di formazione per elaborare il Piano Nazionale di Alfabetizzazione sul modello di “Non è mai troppo tardi” in Argentina. Il programma ricevette il Premio Unesco nel 1989. Ma prima c’è tutto un percorso importante, continuato, ma anche molto duro in quella parte del mondo.

La trilogia sudamericana

Questa esperienza densa viene condensata narrativamente nella forma di tre romanzi cosiddetti per ragazzi (oltre che da una serie di appunti, di approfondimenti, di lettere, studi e diari reperibili sul sito della Fondazione di Bologna che porta il suo nome).
Il mini saggio di Irene Blundo verte intorno a tale trilogia: La luna nelle baracche del 1974, El Loco del 1979 (pubblicati da Salani), quindi l’ultimo romanzo uscito postumo nel 2005 per edizioni Gorée, che avrà come titolo definitivo E infine venne il sabato, edito poi da Baldini e Castoldi nel 2015.

I tre lavori sono fortemente legati tra loro e seguono una parabola tematica: nel primo il contadino Pedro scopre di avere i suoi diritti, ma come singolo non può rivendicarli; nel secondo il matto del villaggio è una sorta di maestro che pungola gli altri con il metodo maieutico coinvolgendo gli abitanti a ribellarsi. Nel terzo, infine, l‘emancipazione avverrà a livello comunitario.
Le tematiche trasversali che si possono rintracciare sono; la presa di coscienza dello sfruttamento, il rifiuto della coca come strumento di controllo, il ruolo dei personaggi femminili, il potere del sapere, la violenza del potere costituito e di quello che difende l’interesse di pochi, le comunità potenziali dei villaggi (rispettivamente di San Sebastian, Tiuna, Pura). La scuola non è isolata dal mondo e dalle sue spaventose ingiustizie, anche se la cultura è una leva necessaria per trasformare insieme.

Alberto Manzi sarà anche accusato di essere un “guevarista” collegato a ribelli, sarà anche imprigionato e torturato e dichiarato “non gradito” in Perù e in Bolivia, portandone i segni.
A chi lo accusava di essere un comunista, risponde con alcune righe riportate nei suoi Scritti sudamericani che forse sono versi (raccolti in un quaderno scaricabile sul sito della Fondazione):

Ma tu sei comunista./ No. Sono uno del popolo./ Soffro con il popolo./ Lotto per il popolo./ Imperialismo, socialismo… quando parleremo solo/ di umanità, solo di uomo?/ Vogliamo che ci sia una sola verità e per quello ci/ Ammazziamo. Perché non è possibile che esistano/ Mille e mille verità? Perché non è possibile che/ Ogni uomo si una verità e riporti la verità agli altri?/ Questo dobbiamo tentare di ottenere./ Saremo liberi quando il nostro paese sarà/ Un paese di uomini./ Nessuno è inutile./ Nemmeno tu che te ne stai in disparte.

Educare come far apprendere e imparare

Il suo apporto alla causa delle comunità passa innanzitutto dalla sua attività di scrittore e di educatore, come registra Andrea Canevaro in Un maestro nella foresta. Alberto Manzi in America Latina, 2017, Bologna, EDB: “il suo essere educatore e insegnante non partiva dal ritenersi padrone di un sapere che l’altro, ignorante, non aveva e avrebbe dovuto ricevere da lui. Non era certo il suo approccio educativo. Alberto Manzi fa parte di quella ‘tribù’ di educatori e educatrici che non insegna nel senso stretto del termine, ma rende l’altro consapevole di possedere già in sé i semi per accrescere le proprie conoscenze. Ciascun essere vivente è un archivio, una biblioteca, in cui, cercando, si trovano semi di conoscenza da curare e coltivare. […] Alberto Manzi – come Lorenzo Milani e altre educatrici e educatori – si impegna a liberare chi è prigioniero. In questo impegno incontriamo il Sudamerica”.

E infatti sempre Manzi nelle sue carte, ci racconta i suoi apprendimenti in quei luoghi grazie agli altri: “Ho imparato dalla saggezza della gente/ e capire il male vero, quello che uccide./ Dalla saggezza della gente ho imparato/ a sopportare il fratello che urla, che implora./ Dalla saggezza della gente ho imparato/ a dividere pane, gioia, musica, carezze/ Dalla saggezza della gente ho imparato/ a tener dentro di me dolore, ansia, collera./ Ho imparato dalla saggezza della gente/ a ribellarmi al potere soffocatore/ a ribellarmi al potere strangolatore,/ a ribellarmi al silenzio che uccide./ Dalla saggezza della gente./ Solo dalla saggezza della gente.