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Conversazioni con Mario Trevi
Crediti foto: di Giacomo Defilato, per gentile concessione
5 Aprile 2025

Conversazioni con Mario Trevi

Chi scrive si è sempre chiesto se fare formazione degli adulti possa essere considerata una relazione d’aiuto, se si potesse parlare in quel caso di relazione formativa. Credo che se prendiamo in considerazione una definizione che considera la relazione d’aiuto come incontro tra persone di cui una si pone l’obiettivo di sostenere l’altra o meglio le altre, nell’acquisizione di maggiore autonomia con un progetto intenzionale, la formazione possa essere considerata tale.
Da questo punto di vista, pur essendo profano della materia specifica, ho sempre tenuto in considerazione un testo nel quale Mario Trevi (1924 – 2011), psicologo di scuola junghiana risponde alle domande di un giovane educatore professionale, Alessandro Fedrigo, laureato in filosofia e studente (all’epoca) di psicologia, sulla pratica della psicoterapia e sulle sue caratteristiche (Dialogo sull’arte del dialogo, 2008, Milano, Feltrinelli, pp.160). Se è vero che la peculiarità di ogni specifica relazione d’aiuto vada contestualizzata e modulata in maniera differente nella sua interpretazione (da educatore, infermiere, insegnante, assistente sociale…), credo però che chi si ponga in una tale prospettiva possa ricavare degli stimoli trasversali e generativi da questo testo.

Mario raccontato da Emanuele

Per dire di Mario Trevi, autore anche di numerosi libri su Jung e sul lavoro psicoterapeutico, possiamo ricordare che è recentemente diventato un personaggio dello scrittore Emanuele Trevi (che è suo figlio e che aveva già sperimentato la relazione con personaggi che fossero anche persone nel suo libro precedente, Due vite). Chi non lo conoscesse può quindi avvicinarsi alla sua figura attraverso una dimensione letteraria, filtrata dall’intimità e da una sorta di affetto critico e struggente, a vote tipico dei figli, presente nel romanzo di Emanuele Trevi La casa del mago (2023, Milano, Ponte alle Grazie, pp. 257). La storia racconta l’esperienza autobiografica di un uomo che progressivamente va ad abitare lo studio del padre scomparso, che lì approfondiva testi, scriveva e incontrava pazienti, dopo aver messo in vendita in un primo momento l’immobile.

Per molti versi alla base del romanzo sembra esserci un altro testo, uscito per la prima volta nel 2007 edito da Castelvecchi e riproposto recentemente dopo il successo del Mago, che è una lunga conversazione in cui il figlio scrittore dialoga col padre psicoterapeuta, (Invasioni controllate, 2024, Milano, Ponte alle Grazie, pp 240).
Anche se il testo non ha un indice che individui esplicitamente i contenuti dei capitoli, possiamo dire che i nuclei tematici siano: l’infanzia (e la famiglia d’origine, tra Ancona e le Langhe piemontesi); la guerra (e la resistenza sull’appenino umbro – marchigiano, l’arruolamento nell’esercito alleato, la fine degli studi a Bologna); l’arrivo a Roma (il concorso per insegnare – a lungo a Formia, vicino Latina -, l’incontro con l’analista jughiano Ernst Bernhard, l’analisi didattica con lui per diventare analista, l’amicizia con Fellini); la sua attività di psicoterapeuta (e la sua riflessione su essa); l’approfondimento sul tema dell’ombra junghiana; il tema della sofferenza; elementi di vita privata (anche con alcune belle foto in una sezione apposita); cenni di bilanci di vita.

Le parti dell’Arte del dialogo

Il Dialogo sull’arte del dialogo, di Mario Trevi invece, condotto con Alessandro Fedrigo, è composto da quattro parti: la psicoterapia (definizioni e caratteristiche); lo psicoterapeuta (in particolare le sue qualità da coltivare e le attenzioni da prestare); la formazione (per diventare un operatore affidabile e consapevole); la relazione con il paziente.
il sottotitolo del libro è “psicoanalisi e psicoterapia” e il testo inizia proprio con tale distinzione. Trevi ritiene che “psicoterapia” inglobi come definizione anche gli approcci analitici e quindi preferisce riferirsi alla prima, intesa come “cura della psiche mediante la psiche”, aldilà della molteplicità di approcci e di scuole. Mario Trevi, seppure allievo di Bernhard e di indirizzo junghiano, è lontano da schemi di appartenenza e da “violenze dogmatiche”, in nome della centralità del paziente. Esprime un approccio molto consapevole, orientato a una linea, ma insieme flessibile e equilibrato. Coltiva anche un’elegante arte dell’ironia quando, parafrasando Gramsci, ricorda come a volte sembri che “l’inconscio è qualcosa che comincia da un certo reddito” (Trevi ha introdotto una modularità di tariffe in base al paziente specifico). A volte frequentare uno studio è anche un segnale sociale per marcare uno status symbol, chi lo fa anche per questo motivo, utilizza una la locuzione che è “andare in analisi” e spesso nei salotti esclama (in barba a ogni attenzione di riservatezza) “il mio analista mi ha detto…”. Invece la psicoterapia è una cosa seria, a cui si può ricorrere sia per perseguire obiettivi di maggiore conoscenza di sé e “individuazione” (diventare quello che si è), sia per cercare una “liberazione” o un sollievo dalla sofferenza.

Per affrontare questo Trevi presenta un impianto teorico, riflessivo e di buone prassi molto importante, che può leggere qualsiasi persona che sia interessata ad aspetti salienti della relazione d’aiuto per professione o per volontariato. Chi scrive crede sia possibile, e ha provato a farlo lui per primo per le attività di formazione o semplicemente per arricchire la propria capacità relazionale – educativa, riflettere per riportare nella propria esperienza delle nuove attenzioni nell’azione pratica. Per esempio, considerando le qualità dello psicoterapeuta, esse possono essere lette e con perizia rimodulate da ogni helper in senso lato (Trevi è stato anche un insegnante di liceo molto serio e ricordato dai suoi studenti, qui si può leggere il viaggio a Formia a reincontrarli, nel libro col figlio Emanuele). Anche perché le presentazioni di Mario Trevi sono approfondite, mai scontate e abili nel vedere gli aspetti da diverse prospettive si può quindi ragionare sulla capacità di empatia (se la professione preveda ascolto, comprensione e dialogo…); sull’intuizione (capacità di intuire i contenuti inconsci dell’altro), mediata dal ragionamento razionale e dall’intelligenza, sull’attenzione all’altro e sugli inganni narcisistici del terapeuta, sulla pazienza (a cui è associata la calma), che è l’unione di attenzione e umiltà. Poi ancora la spiegazione e l’attenzione al transfert e al controtransfert (per un assaggio: “in ogni relazione intersoggettiva si verificano trasferimenti reciproci di emozioni e sentimenti già vissuti in precedenza”), alle molteplici consapevolezze (e a volte anche trappole) relazionali e molto altro da leggere e su cui ritornare.
Ultima ma non ultima la dimensione del dialogo di cui si fa riferimento fin dal titolo e che trasversalmente percorre tutte e quattro le parti. La psicoterapia come arte, in quanto tratta di incontro tra soggetti (non con un oggetto di studio) deve essere esperta di come avvengano i dialoghi, del fatto che la maturazione umana sia fatta da una lunga serie di dialoghi e che la psicoterapia stessa può essere intesa come supplenza dialogica. L’incontro deve essere “fondato sulla comprensione e l’ascolto reciproci finalizzati alla maturazione del paziente”. È importante aprirsi alla ricchezza del dialogo, senza imbrigliarlo in schemi troppo rigidi, per ricercare insieme la “verità del paziente”. L’interpretazione diagnostica da restituire al paziente, che è sicuramente una parte importante del processo, è anch’essa integrata al dialogo, nasce da una fiducia reciproca e viene sempre proposta e non imposta.. Praticare dialoghi “quasi alla pari” nella relazione d’aiuto è un’arte da approfondire. Si può iniziare da Mario Trevi e tornare a Mario Trevi (leggendo La casa del mago; Invasioni controllate e Dialogo sull’arte del dialogo), cercandolo nelle pagine e avendone nostalgia, senza averlo mai nemmeno sfiorato.