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La tenerezza di Guanzini
Crediti foto: di Isa Guanz, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
17 Aprile 2025

La tenerezza di Guanzini

Il testo

Isabella Guanzini, Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile, 2017, Milano, Ponte alle grazie, pp. 169.

L’autrice

Filosofa e teologa, nata a Cremona nel 1973, si è formata alla Cattolica di Milano. Ha insegnato Storia della filosofia alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano. È stata ricercatrice alla Research Platform Religion and Transformation in Contemporary Society dell’Università di Vienna. È attualmente, a partire da 2019, professoressa ordinaria di Teologia fondamentale nell’Università di Linz (KU Linz), in Austria.

Sintesi del libro

Chi scrive ammette che anche a lui è capitato di pubblicare foto della gatta di casa (che ha lo stesso nome della Gabbianella di Sepulveda,) nei suoi profili social. L’autrice rileva fin da subito come oggi la percezione della tenerezza più in voga sia quella di un marketing incessante e social, fatto di gattini e questioni riguardanti aspetti affettivi patetici, nel senso di ostentati con pathos. Il tutto condiviso senza filtri. O con molti filtri.

Isabella Guanzini, fotografa quindi il destino della tenerezza nella società contemporanea, relegata a piccolo e marginale abbellimento, se non ad aspetto semplicemente zuccheroso. Da qui inizia la sua ricerca trasversale intorno al tema, per scoprire se sia possibile una sua rivalutazione.
Il testo è formato da un’introduzione, dieci capitoli e un’appendice con tre “ritratti di tenerezza”. I capitoli sono disposti in modo tale da costituire un avvicinamento progressivo a una rivalutazione possibile del significato: “come ogni esperienza fondamentale del senso […] anche la tenerezza non tollera toni dichiarativi, che pretendano di chiarirne l’essenza”.
Tuttavia, se dovessimo dire, al termine della lettura del libro, che cosa sia la tenerezza, parleremmo di qualcosa di attinente ad un atteggiamento di presenza nel mondo. È l’allenamento continuo ad uno sguardo di comprensione e cura, che nasce dalla “coscienza struggente della nostra finitezza e mortalità”. Tre aspetti ci hanno particolarmente colpito, in questo avvicinamento divergente. Si trovano nel terzo e quarto capitolo (rispettivamente: “La società della stanchezza” e “Gioventù postmetafisica”).

Primo aspetto. La descrizione di Nietzsche in Così parlò Zarathustra, dei motivi per cui si inteneriscono “gli ultimi uomini”, quelli che “tutto rimpiccioliscono”, che lavorano per intrattenersi e che dicono “noi abbiamo inventato la felicità” e “strizzano l’occhio”. Come non riscontrare una visione che appare profetica sulle motivazioni che oggi ci spingono a praticare gli spazi social e le modalità con cui ci capita di farlo.

Secondo aspetto. La citazione e la riflessione intorno al concetto di “società della stanchezza” – del filosofo coreano Byung Chul Han – nella quale “il cittadino globale appare al tempo stesso vittima e carnefice di se stesso: non è più succube degli imperativi della società tradizionale, ma dal principio di prestazione e della iperproduttività sistemica”, che lo allontana dal “sentire”, lo pone alla ricerca del distacco come unica forma di resistenza agli iperstimoli metropolitani e lo spinge tra le braccia di un narcisismo freddo (cool). Per mostrare un esempio di tipo esemplificativo di tale atteggiamento, Guanzini prende a riferimento il protagonista del romanzo Cosmopolis di Don DeLillo, Eric Packer.

Terzo aspetto. Walter Benjamin e la sua descrizione della gioventù post – metafisica lontana da qualsiasi forma di sacro e quindi “circondata dal caos delle cose e delle persone, nessuna delle quali è santa, nessuna delle quali reietta […] non può respingere nessuna cosa, nessuna persona, perché in ciascuna (nell’edicola pubblicitaria e nel delinquente) può nascere il simbolo o il santo. E tuttavia, nessuno può donarsi interamente e non può mai ritrovare completamente la sua interiorità”.

Tenerezza di Isabella Guanzini ha anche il pregio di accompagnarci verso altri testi, riportandone citazioni che sembrano molto appropriate (non ultimi i versi di Mariangela Gualtieri).

Le riflessioni dell’autrice arrivano a toccare l’incontro delle tematiche affrontate con la contemporaneità, come il dramma delle donne e uomini migranti che approdano nell’Europa di Lesbo e Lampedusa, che vengono visitati e resi visibili da Papa Francesco nel 2016, rispetto alle cui vicende il pontefice parlò di un rischio di “globalizzazione dell’indifferenza”. La tenerezza corrisponde allora per Guanzini “a una rinnovata capacità di piangere insieme all’altro” e di comprendere come questo sia non solo una possibilità ma anche un dono.

Uno spunto autoformativo

Si parla molto oggi in diverse forme di tenerezza, o ancora di più, di gentilezza. Di un modo differente di abitare il mondo, con molta presenza e con molta forza di accettazione, non rassegnata, della fragilità, della precarietà. Si percepisce sempre più chiaramente l’importanza dell’arte di lasciare spazio, di lasciare andare, di non trattenere nella sofferenza.
Si tratta di una ricerca delicata e difficile. Si tratta di “una professione di fede nella persistenza di ciò che sembra valere poco, in quanto destinato a svanire: un giorno di festa, un gioco, un incontro gentile, l’essere chiamati per nome”. Sono degli aspetti che appartengono alla volatilità forte delle relazioni educative e delle relazioni d’aiuto. È la capacità di apprezzare quello che sembra scontato o insignificante e saperlo valorizzare a lungo. Non è sempre facile, ma nemmeno impossibile, procedendo per gradi, conoscendo innanzitutto l’acqua sociale nella quale si nuota quotidianamente e la sua temperatura.