Passa al contenuto principale
Brevi cenni sui racconti dell’età adulta
Crediti foto: di Pavel Danilyuk da pexels.com
1 Luglio 2025

Brevi cenni sui racconti dell’età adulta

Usato sicuro
Ho trovato, in uno spazio di vendita dell’usato (lode a questi posti, ai quali mi ha iniziato mia moglie con lunghi riti di frequenza), e sto leggendo l’autobiografia di Fernando Savater, che si chiama Contrattempi. Autobiografia di una ragione appassionata (2005, Bari, Laterza). Su tali scaffali o bancarelle si possono recuperare ottime edizioni e scoperte, lontane dalla necessità di correre dietro le novità editoriali, specialmente se non essenziali.
Con molto gusto ho superato la metà del libro, ritrovando la vicenda di uno “scrittore” (così lui si definisce, anteponendo questa attività a quella di filosofo), che si è accreditato al grande pubblico come divulgatore e facilitatore, nel senso più alto del termine (non a caso tra i suoi punti di riferimento c’è Bertrand Russell), di filosofia e etica. Vorrò tornare sullo specifico del testo appena terminata la lettura in un prossimo articolo. Qui ci limiteremo a dire che è sorprendente scoprire nel racconto biografico l’uomo e i suoi “tratti di umanità”, come direbbe il mio amico Lando Cruciani, in modo antiretorico e demitizzante verso sé stesso, pur attribuendo significati al racconto.

Autobiografie tutt’intorno
Parallelamente chi scrive ha considerato la situazione dei tanti e tante che oggi, in diverse forme e modi, fanno autobiografia raccontandosi. Sicuramente è vero quello che si dice, non ricordo nemmeno chi abbia iniziato a dirlo, che “ogni vita merita un romanzo”. Ma forse oggi, già constatando come in assenza di un romanzo, ogni vita meriti almeno uno o più profili social per ogni piattaforma, appare chiaro che abbiamo passato il segno (“mentre tutto il mondo si commenta da solo”, canta Luciano Ligabue).
Rifletto sul fatto, restando sui libri, che pur dilagando in molti testi editoriali la storia personale dell’autore (non propriamente “tra le righe”), pochi scrivono apertamente autobiografie, preferendo praticare il genere romanzo. Comprendo quanto sia difficile essere titolati a parlare apertamente di sé non essendo un intellettuale come Savater, così come comprendo le sfumature di generi letterari in evoluzione per incontrare i gusti dei tempi.
Le scuole di scrittura danno tra le prime esercitazioni, da quello che capto, la composizione possibilmente creativa come punto di vista della propria biografia. Ovviamente non mancano vette sublimi tra scrittori e scrittrici che partono da sé in modi efficaci sia dal punto di vista letterario che comunicativo, ritengo però interessante misurare i livelli di narcisismo cattivo in circolo (il narcisismo, parlandone in senso ampio e sociale, è come il colesterolo, potremmo dire, quello buono ci aiuta a incontrare l’altro, quello cattivo intrappola sé stessi e manipola gli altri).

Il racconto di sé
Ovviamente sarebbe da ingenui e da ingrati, non riconoscere, stavolta sul versante delle scienze umane, il peso in grandissima parte generativo di approcci e metodologie narrative (penso a Paolo Jedlowsky, Andrea Smorti, Federico Batini) o fenomenologico – narrative (Vanna Iori e il suo gruppo) o proprio autobiografiche (Duccio Demetrio), solo restando in Italia. Sono fonti a cui chi scrive, così come tantissimi e tantissime si abbeverano con gusto e senso da anni. Ovviamente da accennare almeno alla differenza tra racconto dell’io e racconto di sé, due accezioni molto diverse (diremo brevemente che nel sé ci sono anche gli altri e il mondo).

Il racconto degli adulti
L’occasione di leggere Savater ha probabilmente solo riproposto una domanda che sta molto a cuore a chi scrive: perché praticare narrazioni di sé, soprattutto in età adulta?
Mi è venuto in soccorso stavolta un libro di tantissimi anni fa di Duccio Demetrio (L’età adulta. Teorie dell’identità e pedagogie dello sviluppo, 1990, 2003, Roma, Carocci).
A volte serve un libro impervio (un’edizione tascabile con caratteri microscopici) e “antico” per fare ordine.
Si è compreso, ormai da buoni 35 anni, che anche l’adulto può crescere, apprendendo nuove cose, anche disimparando il già noto. C’è del resto una trasversalità educativa riscontrabile tra pedagogia e andragogia. Ecco alcune chiavi possibili da tenere presente per il racconto di sé in età adulta.
Raccontare per fare ordine, rimettendo in fila la propria vita. Raccontare per esprimere sé stessi e per individuarsi, avendo il testo come specchio, in una maniera diversa da quella in cui lo si può fare da giovani. Raccontarsi senza più le sicurezze dell’essere bambina o bambino, con tutte le protezioni che ne conseguono, per autodefinirsi senza quelle certezze. Raccontarsi con un approccio biografico e idiografico “da idios: singolare, unico, opposto a ‘generale’”. Raccontare per convivere con situazioni più vicine a esperienza di dolore (anche se questo può avvenire anche negli adolescenti) e con pensieri più a contatto con la morte e la malattia. Raccontare per aumentare consapevolezza (ma si ricordi a tal proposito anche le forse ironiche analisi su questo di Emanuele Trevi, scrittore che parte dalla sua vita e da sé). Raccontarsi per allenare una flessibilità ai cambiamenti che intervengono.

Mi pare che tutto questo possa essere utile da tenere presente in tutti i racconti che facciamo di noi, non solo nel diario personale ma anche in esposizione pubblica. Non dimenticare il mondo in cui si è inseriti e chiedersi in che modo lo si è (per appartenenza sociale, per genere…) e non tralasciare nel racconto le possibili relazioni tra situazione personale e generale. “La formazione, le pedagogie dello sviluppo, servono a qualcosa – non a tutto, ma nemmeno a poco – quando possono contare su iniziative e servizi educativi e socioculturali territorialmente capillari – se, di fronte agli smarrimenti della condizione adulta e soprattutto ai presagi di vecchiaia, ci fanno riscoprire la dimensione desideriale”, senza ricadere “nell’incertezza ‘infantile’ o ‘adolescenziale’” (p. 15).
Tutte le singole storie, anche le autobiografie, sono storie sociali e avrebbero bisogno di spazi territoriali e laboratoriali per potersi esprimere, punti di incontro e setting in presenza, in cui si incontrino e si mescolino, per farne racconto condiviso e collettivo.