Il giorno di Lodoli
Il libro
Marco Lodoli, Solo un giorno, 2026, Torino, Einaudi, pp. 82.
L’autore
Nato a Roma nel 1956, scrittore, insegnante giornalista, poeta. Per altre notizie è possibile leggere qui.
Sintesi del libro
Quando chiedo l’ultimo romanzo di Lodoli, la giovane e competente libraia di Avezzano, in Abruzzo, mi chiede se avessi letto il suo precedente e “bellissimo” Tanto poco. Rispondo di sì. Per una strana forma di pudore e forse per la paura di essere preso per un tipo un po’ singolare, ometto di dirle una cosa che mi rende molto orgoglioso: sia Tanto poco sia Il Preside, opere precedenti a questo ultimo lavoro, sono ambientati nel quartiere di Roma dove vivo e dove l’autore ha insegnato, a Torre Maura, e ne ho anche scritto.
Questi precedenti e gli aspetti sentimentali che ne derivano non sono per chi scrive una garanzia di gradimento, perché tengono molto alte le aspettative.
Stavolta, per la cronaca, il romanzo non è ambientato a Torre Maura, ma ne evoca due luoghi cari al protagonista (il primo) e all’autore (entrambi), la scuola professionale di via Olina e via degli Zigoli, posti che sono stati immortalati da Lodoli anche nei vagabondaggi romani di Isole e Nuove Isole.
Ma, tralasciati questi aspetti, centrali per chi scrive e, secondo me, non del tutto secondari per l’autore, ma probabilmente periferici per molti che leggono, aggiungerò solo che, dal punto di vista del movimento sulla città di Roma, la storia riporta proprio ai vagabondaggi isolani, passando da Centocelle e la Prenestina all’Aniene di Ponte delle Valli, luogo di un luna park “Regno”, all’Università La Sapienza, da Termini a viale Palmiro Togliatti, da Tor Tre Teste a piazza Vescovio. Nel mentre, a piazza Vittorio, il cavallo di una tipica botticella romana che accompagna turisti al trotto è finito in una voragine.
Sarà forse quella voragine a generare una specie di varco spazio-temporale?
Il romanzo breve è un lungo piano sequenza cinematografico che segue un motorino con due a bordo (“ora la città è un nastro che si srotola sotto le ruote un po’ sgonfie”): il protagonista e voce narrante Scipione, trentenne in costante ritardo esistenziale (“io non ho quasi niente da dire perché mi sono tenuto sempre lontano dalla vita”), e Cecilia, diciottenne che balla da sola davanti allo specchio (“ha molti meno anni di me, ma è più grande, sembra abbia vissuto cento esistenze, sa tante cose della vita e di me sa tutto”). Sono vicini di casa, ognuno sa chi è l’altro e cosa fa, ma non si conoscono. Si trovano una mattina, vestiti eleganti. Scipione sta andando a discutere la tesi in filosofia, Cecilia all’appuntamento per la foto di classe. Partiranno insieme e andranno lontano.
È il cerchio il movimento prevalente per le vie, la memoria, i pensieri e i sogni: “attorno a noi la città comincia a girare, sento nella testa che tutto ruota lentamente e poi più rapido, le macchine, gli alberi, le case, i gabbiani sopra i cassonetti della spazzatura, le parole delle insegne Compro oro, Bimbi belli, Pizza a pezzi, Onoranze funebri, tutto ruota e si arrotonda, come l’acqua e la schiuma nel lavandino, un gorgo che a poco a poco scende nel buco”. La lunga sequenza è interrotta solo da flashback e lampi di visione che alterano la linearità temporale nello spazio del classico giorno aristotelico.
Un giorno che, con la profondità del ricordo e la creatività dell’immaginazione, può dilatarsi per tanti anni (“un giorno solo può contenere tanti anni”, mi dice Cecilia, e io non capisco). Capirà anche il lettore.
Un giorno in cui realtà e visione si sovrappongono fin dall’incipit, quando Scipione, al risveglio, scambia per un impiccato il vestito per la sua laurea appeso all’armadio dalla madre. Primo indizio del peso delle aspettative sociali e familiari sul protagonista, prima testimonianza di una percezione in cui esperienza e visione sono già intimamente intrecciate.
Il romanzo breve è una sequenza di azioni e colpi di scena in un’atmosfera riflessiva. Una differenza che noto rispetto ai due precedenti è che la dialettica tra dimensione reale e onirica qui è ancora maggiormente integrata. Lo stile di racconto tiene insieme sogni e realtà (che “abitano la stessa casa”), attraverso le scelte narrative e linguistiche, in maniera più definita. La lettura ha generato in chi scrive molte domande sulla competenza immaginativa.
Uno spunto autoformativo
Forse è proprio questo abitare la stessa casa di sogni e realtà che ci porta a riflettere sull’immaginazione: non soltanto come capacità di inventare ciò che non esiste, ma come possibilità di guardare diversamente ciò che esiste.
Per Lev Vygotskij l’immaginazione nasce dall’esperienza, ne ricombina i materiali e può produrre qualcosa di nuovo (Immaginazione e creatività nell’età infantile, Editori Riuniti University Press, 2010). Non è quindi necessariamente fuga dalla realtà, ma una possibilità di trasformarla.
Martha Nussbaum, con la narrative imagination, attribuisce alla letteratura una funzione particolare: immaginare che cosa possa significare vivere una vita diversa dalla nostra, incontrare altri punti di vista e ampliare così anche la nostra capacità di essere cittadini (Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, il Mulino, 2011).
È una capacità preziosa anche nelle relazioni d’aiuto: immaginare possibilità là dove vediamo soltanto vincoli, provare a comprendere ciò che l’altro vive senza ridurlo a ciò che già sappiamo di lui, con un’avvertenza importante. Immaginare l’altro non significa conoscerlo: l’immagine che costruiamo può diventare facilmente una proiezione.
E c’è un altro rischio: un’immaginazione che moltiplica indefinitamente possibilità, interpretazioni e scenari può finire per bloccare l’azione. Il possibile, se non incontra il limite della realtà, può diventare paralizzante, forse il rischio principale per Scipione.
Forse coltivare l’immaginazione significa allora imparare entrambi i movimenti: allontanarsi dalla realtà abbastanza da poterla vedere diversamente e tornarvi abbastanza presto da poterci agire dentro.
