La collinetta di Lodoli
I TESTI
Marco Lodoli, Il Preside, 2020, Torino, Einaudi, pp. 104; Tanto Poco, 2024, Torino, Einaudi, pp. 96.
L’AUTORE
Scrittore, poeta, insegnante e giornalista, nato a Roma nel 1956. Ha pubblicato numerosi testi a partire da una raccolta di poesie del 1978 (Un uomo innocuo), per poi dedicarsi – da Diario di un millennio che fugge (Theoria, 1986) seguito da Snack Bar Budapest (scritto con Silvia Bre per Bompiani, 1987) – soprattutto a romanzi, senza dimenticare almeno un testo sulla scuola (Il rosso e il blu, Einaudi 2009, diventato anche un film di Giuseppe Piccioni) e altra saggistica. Da ricordare poi: Isole e Nuove Isole (rispettivamente del 2005 e 2014 per Einaudi), peregrinaggi nei luoghi nascosti di Roma. Recentemente ha scritto i versi della canzone Solo per te con musica di Valerio Billeri. Gli è capitato saltuariamente anche di recitare o comparire in film: in Verso sera di Francesca Archibugi (1990), per esempio, è un musicista del Folk Studio di Roma. Ha insegnato per molto tempo nei quartieri romani di Torre Maura e Torre Spaccata.
SINTESI DEI LIBRI
Abbiamo già parlato altrove di una particolarità tra le pagine di Marco Lodoli, vale a dire che nei suoi due volumi sui vagabondaggi a Roma (Isole e Nuove Isole) i viaggi di esplorazione della città iniziano nel primo e finiscono nel secondo su una collinetta nascosta della periferia romana, nel luogo della sua principale esperienza di insegnamento, vicino al Grande Raccordo Anulare. Recentemente è ritornato su quella lunga frequentazione spazio temporale, anche nel suo contributo comparso nella guida di “Repubblica” dedicata alla periferia romana (“Le mattine in cattedra nel cuore delle Torri”, in Le Torri di Roma, 2024), che abbiamo commentato in queste pagine.
Ma anche negli ultimi due romanzi di Marco Lodoli, di cui trattiamo in questo articolo, le vicende sono ambientate in quel luogo scolastico e affettivo. Ovviamente, come ci ricorderebbe Karl Popper, il mondo di Via Olina e dintorni di Lodoli romanziere, è un mondo a sé. Non è quello delle entità fisiche, dove esiste nella quotidianità quel luogo (il mondo uno), ma è quello costituito da prodotti oggettivi e invariabili del pensiero umano, letterari in questo caso (mondo tre), che generano a sua volta dal mondo dell’esperienza soggettiva dei pensieri e dei sentimenti (mondo due).
Il Preside
Il protagonista del romanzo è un personaggio asserragliato in quello che scopriremo essere l’istituto scolastico di cui abbiamo detto, perché non vuole più uscirne. Scopriamo dalla sua viva voce, essere un preside, che è stato prima alunno e poi anche docente di quella scuola, mentre ora è alle soglie del pensionamento.
Si barrica, prendendo in ostaggio uno studente (Giovanardi) e una professoressa (Micheli). Fuori ci sono: un commissario di polizia, una gran folla di curiosi, elicotteri che sorvolano l’area delle case popolari e la diretta televisiva in corso.
In modo progressivo emergeranno: la sua storia; la relazione con la moglie Carola; il suo passato di studente, poeta e scrittore; la sua amicizia con Eugenio; la relazione con gli studenti, i genitori e i colleghi; il dialogo con il commissario e con gli ostaggi. Lo stile del racconto è avvolgente e sempre di più, con l’incedere delle pagine, deriva verso la sintassi del flusso di coscienza e il racconto onirico.
Parleremmo di un romanzo sulla estrema difficoltà di fare pace con la trasformazione incessante di: persone, cose, storie, sentimenti e noi stessi. Eppure da questa dolente messa a fuoco emerge anche un sentimento di amore per l’imperfezione, per la ineluttabile finitezza di ciascuna vita e per le fragilità umane.
Altre volte ancora, emerge un sentimento di unitarietà tra ciò che scorre e ciò che resta, che prende le sembianze di un’illuminazione alla maniera di Siddharta, dove però il fiume viene sostituito da altro, non meno solenne.
“Dalla finestra sul retro della scuola si poteva vedere il Raccordo Anulare, e a volte io mi incantavo davanti a quel flusso perenne di macchine, moto e camion, a quei colori che non finivano mai, come l’acqua del Gange. E allora una mattina che pioveva forte ho pregato gli insegnanti di interrompere le loro lezioni e di portare tutti i ragazzi a vedere la corrente metallizzata che nel diluvio scorreva sul Raccordo”.
Tanto poco
Il secondo romanzo, più recente, sembra riprendere lo stesso tema del precedente nell’incipit: “Ma certo che lo so, la vita è cambiamento, è una cosa strana che si deve trasformare di continuo, per non seccarsi, acqua che scorre, che schiuma, che irriga, che fugge verso il mare”. Così esordisce la voce narrante della “collaboratrice scolastica, cioè bidella”, innamorata per una vita del professor Matteo Romoli, di un amore totalizzante, protettivo e accudente, non consumato dal tempo, ma sempre da lontano, alla ricerca della purezza dell’amore per l’amore. Una donna che diventa inseguitrice gentile della vita del professore, a Parigi come sotto casa sua, a Piazza Vescovio, dove misura la distanza di estrazione sociale con lui. Oppure alle presentazioni dei suoi libri quando lui diventa famoso, così come quando il successo scompare. Di lei non conosciamo nome, se non quello che le ha attribuito lui, sbagliandolo: “Caterina”. Svolge a casa i temi che lui assegna in classe, con titoli fuori programma come “la fine del mondo, ieri”, legge poesie che lui le chiede di fotocopiare. Lo amerà sempre, anche quando lui vivrà con donne, si sposerà (e lei sarà lì, riconoscendo tra gli invitati scrittori “e un cantante alto e magro di cui conoscevo molte canzoni”) e avrà figli. Anche mentre lei condurrà una relazione particolare con l’ex alunno Massimo. Nell’ultimo giorno di servizio del professore, riceverà da lui una poesia di Hugo von Hofmannsthal scritta a penna, sui cicli incessanti della “vita eterna”. Si incontreranno ancora, ma questo va letto.
Dice la voce narrante protagonista, “Il mio amore non ha mai prodotto immagini indecenti, non fantasticavo di ritrovarmi con Matteo nel letto della mia camera o in un motel sulla Salaria […]. Immaginavo altro, fantasie morbide, leggerissime, un dondolo di bambù davanti al mare, piccole onde che si susseguono all’infinito, la schiuma che sale, scende e scompare e ricomincia, e io e Matteo su quel pendolo che oscilla lentamente, avanti e indietro come il mare”. Così come questo lungo monologo di una donna, per la quale è stata chiamata in causa dalla critica la categoria letteraria del Dolce stil novo. A patto che se ne apprezzi almeno il rovesciamento, visto che l’oggetto d’amore angelicato è qui maschile.
Piccola nota a margine
Dicevamo poco sopra come sia palese da parte dell’autore il desiderio di immortalare con affetto: “la scuola sulla collina, accanto al Grande Raccordo” (Il Preside), ricordando gli umani e le umane che l’hanno abitata con lui. La dedica dell’autore in Tanto poco è esplicita “Agli amici/ e agli anni/di Via Olina”. La bidella protagonista, non riconosciuta, pone domande dall’ultima fila alle presentazioni dei libri di Matteo Romoli, chiedendo “se era ancora contento di venire tutte la mattine a Torre Maura […] e lui […] diceva certamente, sono molto contento, è il posto che amo di più al mondo“. La protagonista del romanzo vive nella borgata in Via delle Allodole 31 (perché in quella strada? Lodoli, Allodole può essere una pista?) e da giovane si ferma spesso a un bar di Via dei Colombi con l’amica Mirella.
UNO SPUNTO AUTOFORMATIVO
Per la nostra speculazione consueta a partire dai testi, prendiamo come punto di partenza Il Preside. Sappiamo che la scuola come luogo di educazione oltre che di istruzione è un tema costante della ricerca e dell’esperienza di insegnanti e di operatori sociali.
Se l’educazione è intesa come strategia di guida per la maggiore autonomia della persona, “il preside” sembra ritenere, nonostante il compito difficile, che sia centrale un’educazione scolastica alla consapevolezza dei cambiamenti incessanti della vita e della morte, per esercitarsi a rimanere saldi nonostante ciò. Probabilmente si può anche leggere una metafora dell’esistenza come scuola di apprendimento.
Da questo punto di vista “il preside” è un esempio di educatore, vale a dire di qualcuno che dopo aver riflettuto sui suoi bisogni evolutivi, prova a tenerne conto come risorsa nella relazione educativa con gli altri. L’educatore, per esempio, ricerca il benessere nella relazione educativa, ripescando anche dalla sua storia di alunno quelle scoperte e quegli apprendimenti che lo hanno fatto stare bene, per poi verificare se siano buone piste anche per le persone che segue, ricordando però che ognuna è diversa da lui.
Lasciamo ai lettori del Preside la risposta sul se e come il protagonista faccia i conti con le differenze tra l’altro e sé.
PS: ringrazio Dino Ignani per la foto, mi scuso per non aver potuto seguire le sue indicazioni e per la sua comprensione dei limiti tecnici per le immagini, in questi angusti ambienti web.
