La bella estate di Pavese
Il testo
Cesare Pavese, La bella estate, 2021, Torino, Einaudi, pp. 132.
L’autore
Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, nelle Langhe, 1908 – Torino 1950) è una delle figure centrali della letteratura italiana del Novecento.
Romanziere, poeta, saggista, traduttore e intellettuale dell’ambiente della casa editrice Einaudi (con, tra gli altri, Leone Ginzburg, Natalia Ginzburg e Norberto Bobbio).
Si laurea nel 1930 con tesi sul poeta Walt Whitman. Viene condannato al confino in Calabria nel 1935 (a Brancaleone Calabro). Nel Dopoguerra nella storica casa editrice, promuove nuovi autori italiani e traduzioni di autori americani.
Temi ricorrenti delle sue opere sono: la solitudine, il mito, l’iniziazione e la morte. Nel 1950 vince il premio Strega, nello stesso anno, il 27 agosto, si toglie la vita all’Hotel Roma di Torino, lasciando un biglietto divenuto celebre “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.
Sintesi del libro
La bella estate (pubblicato nel 1949) è originariamente una raccolta di tre romanzi brevi: La bella estate (scritto nel 1940), Il diavolo sulle colline (1948) e Tra donne sole (1949). Qui parliamo del primo dei tre. Nella storia l’autore segue la vicenda di Ginia, adolescente torinese che incontra l’estate del passaggio alla vita adulta, attraverso la frequentazione della sua amica Amelia, modella di pittori, l’incontro con un ambiente artistico alternativo, diremmo oggi, e l’innamoramento con l’artista Guido, con la presenza dell’amico di lui Rodolfo. Sono per lei nuovi riferimenti fuori dalla famiglia, rappresentata dal solo fratello Severino, operaio e forzatamente assente, visto che lavora di notte e dorme di giorno. Sono una novità rispetto al giro delle solite amiche delle estati precedenti.
È un romanzo di formazione ambientato negli anni Trenta del Novecento, concentrato in una stagione. Tratta il tema dell’ingresso, ambivalente, nel mondo adulto. La scrittura è di grande chiarezza e realismo, con andamento conciso, asciutto e lirico nello stesso tempo. L’ambiente naturale (la luce per esempio) e urbano (le rotaie e il tram) fanno da cornice all’azione dei personaggi. I temi principali sono: la scoperta e la disillusione, il desiderio, i contrasti (città, campagna, classi sociali), lo scavo esistenziale in un racconto comunicativo efficace e popolare, anche se alto. Molti lettori e critici hanno ritenuto che l’incipit sia uno dei più felici della narrativa italiana: “A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravamo che ancora qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline”. Fino all’estate della svolta esistenziale.
Uno spunto autoformativo
La scrittrice Claudia Durastanti, che introduce il testo, visto l’interesse a volte “profondo e violento” di Pavese verso il “meccanismo di funzionamento” di Ginia, si chiede “che tipo di ‘ragazza’ è stato Cesare Pavese?”. Il rapporto di Pavese con le donne, ricorda Durastanti, è stato “tentacolare, frustrato, innamorato, ma all’insegna di un’attenzione costante”. Magari qualcuno ricorderà il Cesare in Alice di De Gregori (1973) che sta aspettando sotto la pioggia una ragazza.
Oggi questa grande attenzione, in un momento in cui si fatica dal punto di vista relazionale a uscire da sé stessi e a esplorare con curiosità gli altri, il desiderio e l’arte di abitare un personaggio femminile da parte di Pavese, è stimolante. Così come lo è provare a comprendere l’autore nelle movenze e nei pensieri di Ginia e Amelia. Questi tipi di ricerca, percorsi all’ombra di un desiderio di comprensione, sono sintetizzati nelle ultime parole del libro “Andiamo dove vuoi, conducimi tu”.
