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Una toponomastica distopica
Crediti foto: di Markus Winkler: https://www.pexels.com/it-it/foto/italia-trasporto-pubblico-viaggio-stazione-12178044/
9 Giugno 2026

Una toponomastica distopica

Prossima fermata
C’è un aspetto che mette alla prova chi scrive. Ascoltare nei discorsi dei figli e in genere dei giovanissimi, l’indicazione dei luoghi di Roma (ma sono sicuro anche di altre città, ieri ho condotto esperimenti a Napoli che mi hanno confermato), attraverso i nomi delle fermate della metropolitana.

Qualche giorno fa un ragazzo di vent’anni mi ha detto di vivere “a Lepanto”, ma è ovvio che non abitando a Prati, era di Delle Vittorie. Un altro mi ha detto di vivere a “Bologna”, così gli ho chiesto se fosse già attivo il nuovo tram di cui avevo visto i cantieri nella città felsinea, ma lui a quel punto ha specificato essere di “Piazza Bologna”, che in ogni caso è una parte del quartiere Nomentano.

I miei figli vanno a trovare i loro amici a “Gardenie”, oppure a “Mirti”. Provo a mantenere la calma e a tradurre che forse si recano a “Tor de’ Schiavi” e a “Centocelle”. Ancora più penoso è sentire pischelli di Piazza Sor Capanna, posta in superficie salendo le scale di una fermata metro, dire che abitano ad “Alessandrino”, solo perché la stazione si chiama così, mentre dovrebbero dire “Torre Spaccata”. Sarebbero di “Alessandrino” se abitassero nella parte di fronte, oltre la Casilina.

Ufficialità e uso
Non dovrei stupirmi di tutto ciò, per alcuni validi motivi. Ho studiato anni fa linguistica e dintorni e ho capito che per i quartieri vale quello che Ferdinand De Saussure diceva per le lingue.

Esiste una lingua ufficiale, la “langue” e poi esiste una pratica parlata della “parole”. Capita a volte a che a lungo andare, l’uso quotidiano della “parole”, “sfondi il tetto” della “langue”, facendo diventare ufficiali modi di dire confinati in pratiche informali.

Ma soprattutto ho seguito e seguo Stefano Vannozzi, ho presente il suo excursus sulle “torri” di Roma e, oltre alla loro definizione, la consapevolezza – in un primo e in un secondo articolo – di quante trasformazioni e slittamenti toponomastici e odonomastici ci siano stati.

Dovrei sapere che in molti casi i quartieri hanno preso denominazioni e consolidato i loro nuovi nomi da stazioni ferroviarie, spesso del compianto trenino*, come “Centocelle”. Il caso di Torre Maura è emblematico. Vannozzi ha spiegato più volte che fino al 1925, il nucleo originario dell’insediamento si chiamava esclusivamente “Borgata Torre Spaccata”, sorgendo sul confine dell’omonima tenuta. Poi grazie a una stazione che prende nome “Torre Maura”, la zona viene chiamata di volta in volta “Spaccata” o “Maura”, fino alla redistribuzione dei due nomi su zone diverse. Questo dualismo rimane nelle carte ufficiali. Se è vero che tutte le vie del quartiere bifronte hanno nomi di uccelli o di ornitologi, alcune sono classificate nell’una, altre nell’altra zona, ma il quartiere, seppure multiforme, è ormai unico da molti anni. “Torre Maura”, insomma, “ha sfondato il tetto della langue”, ma le carte e le mappe sono restate ferme al dualismo di un tempo.

Il mio incubo peggiore
A volte mi sveglio di notte spaventato, dopo aver sognato un luogo distopico. Tutto nasce da una domanda che mi logora. In questa città chi decide come si chiamano i luoghi? E c’è un presidio che vigila sui confini? A casa mia a decidere dove abitiamo è l’assistente vocale Alexa, che mi dice “Oggi potrebbe piovere a Alessandrino”… “Alexa, questa casa si trova a Torre Maura”… “”Su questo non so risponderti”… “Perché sei molto ignorante, Alexa”… Suono acustico che tronca la conversazione.

Nell’incubo, siamo in un tempo imprecisato del futuro, ma tutte e tutti vestono abiti trecenteschi rivisti in chiave hi tech (in tutte le distopie c’è sempre tanto Medioevo). Entrando nel mio palazzo attraversando un ponte levatoio retrattile, mi ritrovo in una riunione condominiale, dove rivolgendomi alla platea e all’amministratore (un’intelligenza artificiale vivente), tento di spiegare che non siamo all’”Alessandrino”, ma a “Torre Maura”. Tutti mi rispondono che fonti digitali archeologiche come Alexa riportano la dicitura “Alessandrino” fin dal 2024. Aggiungono quindi che non a caso la stazione dei carabineri templari alabardati di fronte, si chiami stazione “Alessandrina”.

Non sanno i condomini che nel lontano 2025, al presidio dei carabinieri templari fu assegnato lo stesso nome della stazione da cui provenivano, che si trovava originariamente nella “Borgata Alessandrina”, in Via della Bella Villa, dove era stata presente nei decenni precedenti.

Epilogo
Misteriosamente nel sogno so di abitare un futuro remoto, ma di aver anche abitato il passato anteriore, ma non posso rivelarlo. Faccio parte di una progenie maledetta, che deve rimanere celata, per non incorrere in persecuzioni e torture. Sono uno dei “memoridi”, persone con la facoltà di viaggiare nel tempo e di riconnettere diverse epoche. Le leggi del mio tempo distopico “norme per la semplificazione sociale” non permettono di introdurre stratificazioni storiche nel ragionamento. Le persone prima si annoierebbero a bestia, poi mi denuncerebbero per “apologia di complessità”, accompagnandomi alla stazione dei carabinieri templari alabardati di cui sopra.

Con gli occhi sbarrati nel mio letto, contemplo l’incubo che mi accompagna da sei mesi sempre uguale. Scriverò alle autorità e chiederò un osservatorio permanente per i confini dei quartieri (a partire dall’anno che dico io e fino all’anno che dico io), con annessi e connessi, grazie a commissioni di composizioni miste: tecniche e popolari. Un provvedimento dovrà sancire il “ritiro dell’abbonamento della metropolitana, a chi chiami con il nome delle stazioni della suddetta i quartieri da essa attraversati”. E poi non voglio più tornare a un futuro che non mi appartiene. Anche se so che è solo questione di tempo, perché in effetti no, il futuro non mi apparterrà.